Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube) – Il sistema «Yanai», basato sull’intelligenza artificiale, è entrato in servizio in Cisgiordania. Secondo quanto riferito dal Canale 12 israeliano, è stato sviluppato dai comandanti e dagli ufficiali dell’Autorità di protezione delle frontiere dell’esercito per aiutare il personale femminile addetto alla ricognizione e alla sorveglianza a gestire l’enorme quantità di informazioni provenienti dal territorio.

«Yanai» raccoglie immagini e dati da telecamere, termocamere, radar e droni, integrandoli in un’unica rappresentazione del campo. Attraverso tecnologie di visione e intelligenza artificiale, rileva movimenti considerati «insoliti» ed emette avvisi immediati. Quando individua ciò che definisce una minaccia, anche il solo lancio di pietre, trasmette le informazioni direttamente ai soldati e ai veicoli di pattuglia.

L’obiettivo dichiarato è ridurre il tempo tra il rilevamento di un’attività di repressione, la sua classificazione e l’invio delle forze sul posto. Ma la novità più significativa non riguarda soltanto la velocità. È il ruolo che l’algoritmo assume nel processo di sorveglianza.

In precedenza, una telecamera trasmetteva un’immagine e il soldato o l’operatore doveva interpretarla. Ora, tra l’immagine e l’essere umano interviene un sistema che filtra i dati, individua gli eventi ritenuti anomali e decide quali portare all’attenzione del personale. La macchina non si limita dunque a osservare: contribuisce a stabilire che cosa meriti di essere osservato.

Secondo Channel 12, «Yanai» ha cominciato a essere utilizzato circa un anno fa a Tulkarm e Qalqilya, prima di essere progressivamente esteso alle sale operative di tutta la Cisgiordania. «Yanai» è stato progettato anche per consentire agli operatori di concentrarsi sugli eventi ritenuti più importanti.

Un muro di contenimento con rete metallica, con una telecamera di sorveglianza in cima e un cielo blu sullo sfondo.

Una rete costruita nel tempo

«Yanai» non rappresenta l’inizio dell’impiego di tecnologie avanzate per monitorare i palestinesi. È piuttosto l’ultima fase di un processo sviluppatosi negli anni, in particolare a Hebron, dove la presenza di checkpoint e insediamenti coloniali israeliani ha fatto della città un banco di prova per i sistemi di sorveglianza.

Nel 2020 è emerso «Smart Field», una rete di telecamere, sensori e radar concepita per collegare le informazioni raccolte sul campo alle sale operative delle forze israeliane. I dati provenienti dall’esercito, dalla polizia, dalla polizia di frontiera e dallo Shin Bet venivano riuniti, classificati e analizzati dal personale dell’intelligence, per poi essere redistribuiti alle forze sul terreno.

L’evoluzione successiva ha portato il controllo dal monitoraggio dei luoghi all’identificazione delle persone. «Blue Wolf» è stato descritto come uno strumento utilizzato per fotografare i palestinesi e collegare le immagini a un database militare più ampio, noto come «Wolf Pack». «Red Wolf», invece, è stato associato ai sistemi di riconoscimento facciale impiegati ai posti di blocco. Articoli di stampa e rapporti di organizzazioni per i diritti umani hanno documentato le implicazioni di queste tecnologie.

Il passaggio è rilevante: dalla conoscenza della posizione di un individuo si passa alla sua identificazione, quindi al collegamento della sua identità con informazioni già disponibili. La fotografia raccolta a un checkpoint può entrare in un database; il movimento di un veicolo può essere confrontato con quelli precedenti; un’immagine ripresa da una telecamera può essere associata a dati provenienti da un drone, da un radar o da un’altra fonte. Il valore della sorveglianza non risiede più soltanto nella quantità di immagini raccolte, ma nella capacità di collegarle.

Due soldati armati in uniforme kaki camminano lungo una strada vicino a un punto di controllo militare. Sullo sfondo si vedono altre persone e veicoli militari.
Militari israeliani a Hebron Foto di Michele Giorgio

Il problema della classificazione

Una fonte militare ha dichiarato al Canale 12 che le soldatesse addette alla ricognizione sono sempre state gli «occhi» delle forze sul campo e che «Yanai» offre loro una capacità ulteriore. Ma le preoccupazioni sui diritti umani accompagnano già l’impiego di sistemi come «Blue Wolf» e «Red Wolf». Amnesty International ha criticato l’uso del riconoscimento facciale e la raccolta di dati biometrici sui palestinesi, inserendoli in una più ampia rete di sorveglianza e controllo nei territori occupati. Anche studi accademici hanno esaminato il caso di Hebron per analizzare il rapporto tra sorveglianza digitale, controllo dello spazio e libertà di movimento.

Il problema, dunque, non è l’esistenza di una singola telecamera o di un singolo radar. È l’integrazione di strumenti diversi in un unico sistema. Presi separatamente, possono sembrare limitati. Collegati tra loro, producono invece una capacità qualitativamente diversa: quella di costruire un quadro continuo e cumulativo della popolazione, delle sue posizioni e dei suoi movimenti.

Con «Yanai», la sorveglianza israeliana sembra avvicinarsi a una fase nella quale l’intelligenza artificiale non si limita a rilevare eventi, ma cerca di riconoscere schemi ricorrenti. È un passaggio che modifica la natura stessa del controllo. La macchina non si limita a raccogliere informazioni sui palestinesi: le organizza, le interpreta secondo determinati criteri e le restituisce agli operatori come indicazioni operative.

Da «Smart Field» a «Blue Wolf», «Red Wolf» e infine «Yanai». Prima la costruzione di una rete di occhi e sensori, poi l’identificazione degli individui e il collegamento dei dati, infine l’elaborazione automatica dei movimenti e degli eventi. L’occupazione israeliana è sempre più asfissiante.