Pagine Esteri – Dopo la presa della strategica città di Mocha, di altre località limitrofe e di varie isole che permettono al movimento sciita di controllare direttamente lo stretto di Bab el Mandeb e di minacciare quindi seriamente i convogli sauditi che trasportano petrolio, le milizie di Ansar Allah (letteralmente “difensori di dio”) continuano ad avanzare a scapito delle truppe agli ordini del Consiglio Presidenziale, l’organismo che controlla il sud e l’est dello Yemen grazie al sostegno dell’Arabia Saudita.
È stata proprio Riad a innescare la catena di eventi che sta favorendo direttamente gli Houthi ma anche l’Iran. Negli ultimi giorni Teheran ha visto crescere il proprio potere di condizionamento nei confronti del regno wahabita complicando inoltre la posizione degli Stati Uniti, visibilmente impantanati nel conflitto avviato il 28 febbraio contro l’Iran insieme ad Israele e che Trump assicura continuamente di essere sul punto di vincere.
Nel luglio scorso Riad ha imposto un blocco dei territori yemeniti controllati dal 2015 da Ansar Allah, avviato una massiccia campagna di bombardamenti e spinto le milizie del Consiglio Presidenziale – alcune delle quali di natura mercenaria, riorganizzate e armate nei mesi precedenti – a realizzare un’offensiva via terra diretta a sbaragliare Ansar Allah e in particolare a riconquistare la capitale Sana’a.
Ma la nuova escalation non ha finora sortito gli effetti sperati; inizialmente le truppe fedeli al governo di Aden sono riuscite a strappare alcuni territori, ma gli Houthi hanno presto reagito sfondando le deboli difese del Consiglio Presidenziale e conquistando rapidamente vaste e strategiche aree sulla costa sud-occidentale dello Yemen affacciata sul Mar Rosso. Dopo Mocha, le milizie sciite hanno occupato la città di Dhubab, l’isola di Mayyun (nota anche come Perim) che si trova all’imbocco nord di Bab el Mandeb e quelle di Grande e Piccola Hanish.
Attualmente, gli scontri sul terreno si concentrano intorno a Taiz, una città che sorge nell’entroterra montuoso del governatorato di Mocha e Dhubab, ancora in mano alle truppe filosaudite che tentano di interrompere le linee di rifornimento degli Houthi verso la costa. Un altro fronte caldo è quello di Lahj, il governatorato a nord di Aden che si estende verso la costa e le alture prossime a Bab el Mandeb; qui gli Houthi tentano di avanzare nella catena montuosa che sovrasta il litorale per proteggere le posizioni conquistate lungo il Mar Rosso. Più a nord, nell’area di Marib, le milizie del Consiglio Presidenziale difendono i giacimenti di gas e petrolio dalle incursioni di Ansar Allah.
Neanche i massicci bombardamenti dell’aviazione saudita – si parla di 350 raid solo negli ultimi giorni, che seguono gli attacchi dei mesi e degli anni scorsi condotti da Washington e da Israele – sembrano indebolire in maniera significativa le milizie sciite che, all’opposto, con ripetuti lanci di missili balistici e di droni sono riuscite a colpire in profondità il territorio saudita, provocando seri danni sia alle installazioni militari che alle infrastrutture energetiche di Riad.
Il regno wahabita è stato costretto a bloccare il passaggio del greggio nell’oleodotto Est-Ovest – noto anche come Petroline – che collega i giacimenti della regione orientale del paese con il porto di Yanbu, sul Mar Rosso. L’infrastruttura è stata seriamente colpita il 10 settembre nelle regioni di Riad e Medina da droni presumibilmente partiti dalla provincia meridionale irachena di Maysan, anche se la “Resistenza islamica” (movimento sciita iracheno alleato di Teheran) ha negato il proprio coinvolgimento. Un brutto colpo per la petromonarchia che, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, ha visto crollare ad agosto la propria produzione al livello più basso degli ultimi trent’anni; l’estrazione di petrolio è calata del 40% rispetto al periodo precedente all’aggressione militare israelo-statunitense contro l’Iran e alle rappresaglie di Teheran contro i paesi sunniti.
Contemporaneamente, il rafforzamento del controllo diretto degli Houthi sullo stretto che separa la penisola arabica dal Corno d’Africa rischia di bloccare seriamente le esportazioni di petrolio, che Riad aveva recentemente incrementato per ovviare al blocco dello stretto di Hormuz. I seri danni inflitti all’oleodotto Est-Ovest – che rimarrà chiuso, secondo indiscrezioni, diverse settimane – riducono ulteriormente le alternative a disposizione di Riad, costretta a rafforzare gli invii di idrocarburi via terra, anch’essi però esposti ad eventuali attacchi.
I bombardamenti degli Houthi hanno anche colpito depositi di carburante della compagnia Saudi Aramco in varie località saudite e danneggiato varie installazioni militari, tra cui le basi aeree da cui decollano i caccia diretti in Yemen. Ieri, in particolare, le milizie sciite hanno preso di mira le piste, gli hangar, i radar e i depositi di munizioni della base aerea di Khamis Mushait e colpito di nuovo le installazioni militari di Taif e Abha.

Fallita – almeno per ora – l’offensiva anti Houthi via terra, anche la carta dei bombardamenti aerei non sembra dare i risultati sperati. Tant’è che nei giorni scorsi Riad ha chiesto l’assistenza militare degli Stati Uniti, chiedendo a Donald Trump di ordinare massicci attacchi contro le basi sciite. Il principe ereditario Mohammed Bin Salman avrebbe però ricevuto, secondo i media nordamericani, una risposta negativa, convincendo il leader saudita a rivolgersi a Londra. Secondo l’agenzia statunitense Bloomberg, i sauditi avrebbero chiesto al premier britannico «il supporto operativo all’esercito saudita per respingere l’avanzata del gruppo sostenuto dall’Iran lungo la costa yemenita del Mar Rosso, nonché l’aiuto per difendersi dagli attacchi alle infrastrutture petrolifere». Per ora però il laburista Andy Burnham avrebbe acconsentito solo all’invio di alcuni consiglieri militari seguendo così l’esempio di Washington, che secondo la Cnn avrebbe già inviato a Riad un centinaio di uomini dell’intelligence e di tecnici.
Secondo alcune fonti di Tel Aviv, Bin Salman avrebbe addirittura chiesto supporto di intelligence a Israele e sicuramente restano alte le pressioni della petromonarchia affinché il Pakistan intervanga militarmente a suo favore, in nome del “Patto della Mecca” siglato anche con la Turchia.
Tutta questa agitazione rende sempre più evidente il cul de sac in cui si è infilato Bin Salman, costretto non solo a supportare gli ennesimi rovesci nello Yemen che in dieci anni di guerra non è riuscito a recuperare, ma addirittura a dover difendere il territorio nazionale dai distruttivi attacchi di Ansar Allah. Il tutto mentre la tradizionale copertura anglo-americana non sembra più scontata e anche il nuovo patto militare con Pakistan e Turchia – paesi che mantengono relazioni decenti con Teheran – potrebbe non garantire del tutto gli interessi sauditi nella regione.
Se non dovesse arrivare un sostegno risolutivo dagli alleati, per risolvere l’impasse l’Arabia Saudita sarebbe costretta a prendere in considerazione l’ipotesi di lanciare un’offensiva di terra in territorio yemenita, un’opzione che però avrebbe costi altissimi e non necessariamente sarebbe destinata al successo. Nonostante la propria potenza economica e i massicci investimenti in armi e tecnologia militare, infatti, Riad ha a disposizione delle forze armate ampiamente al di sotto delle necessità, ed è stata costretta finora a utilizzare truppe mercenarie che sulle montagne yemenite potrebbero avere la peggio nello scontro con i miliziani sciiti supportati dalla popolazione e padroni del territorio. Il movimento zaydita combatte ormai da venti anni e nessuno è finora riuscito a sconfiggerlo.
Riad tenta così la carta della propaganda e cerca di screditare i nemici accusando le milizie sciite di aver provato ad attaccare la Mecca – la città santa islamica – con un drone, ma gli Houthi hanno categoricamente smentito. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria