Dalla nazionalizzazione alla crisi del gas

Per oltre un decennio, la Bolivia ha rappresentato uno dei casi più emblematici di controllo statale delle risorse naturali in America Latina. Con la nazionalizzazione degli idrocarburi nel 2006, il governo di Evo Morales aveva rafforzato il ruolo di YPFB e aumentato le entrate pubbliche grazie alla rendita energetica.

Oggi, quel modello è in crisi. La produzione di gas è in calo da anni, le riserve si riducono e il paese è diventato importatore netto di combustibili. Diesel e benzina arrivano ormai in gran parte dall’estero, mentre la capacità interna di esplorazione è diminuita drasticamente.

Di fronte a questo scenario, i governi successivi hanno scelto di espandere la frontiera estrattiva, riaprendo il dibattito sul ruolo dello Stato e sulla sostenibilità del modello energetico.

La svolta: apertura ai privati e “denazionalizzazione di fatto”

Negli ultimi anni, la politica energetica boliviana ha subito una trasformazione significativa. Riforme recenti hanno aperto la distribuzione dei carburanti al settore privato, incentivato l’ingresso di capitali stranieri e ridotto il peso operativo dello Stato

Sebbene formalmente YPFB resti centrale, nella pratica il controllo del settore si sta progressivamente spostando: una dinamica che diversi analisti definiscono “denazionalizzazione funzionale”.

In questo contesto, cresce la pressione per avviare nuove esplorazioni. E le aree protette diventano territori strategici.

Tariquía, ecosistema chiave sotto pressione

Situata nel sud del paese, la riserva naturale di Tariquía è una delle aree più ricche di biodiversità della Bolivia. Ma soprattutto è un nodo fondamentale del sistema idrico regionale.

Gli attivisti la definiscono una “bomba d’acqua”: un ecosistema capace di regolare i cicli idrici e sostenere intere comunità agricole.

Dal 2015, però, modifiche normative hanno aperto queste aree all’attività estrattiva. Per le comunità locali, si tratta di una violazione della Costituzione e del diritto alla consulta previa.

Nei prossimi giorni —forse nelle prossime ore— la Seconda Sezione del Tribunale agroambientale della Bolivia dovrà prendere una decisione che potrebbe segnare una svolta nella difesa dei territori protetti del Paese. È in gioco il destino del progetto petrolifero Domo Oso X3 e, con esso, il futuro della Riserva Nazionale di Flora e Fauna di Tariquía, uno degli ecosistemi più ricchi di biodiversità del sud della Bolivia.

La sentenza dovrà stabilire se mantenere la sospensione dei lavori — precedentemente disposta in base al principio di precauzione — o se autorizzare l’ingresso di macchinari per l’esplorazione petrolifera. «Gli scenari sono due: o il progetto viene definitivamente bloccato o se ne consente l’avanzamento, con conseguenze potenzialmente irreversibili», è stato spiegato durante il programma Sumando Voces en Directo, spazio promosso dall’associazione Sumando Voces.

Un conflitto che va oltre un pozzo petrolifero

Lungi dall’essere un caso isolato, il conflitto di Tariquía è diventato il simbolo di una disputa più ampia tra modelli di sviluppo. «Non si tratta del caso del Domo Oso X3: si tratta del caso di Tariquía», ha sottolineato la deputata e ambientalista Cecilia Requena durante il dibattito. «Stiamo parlando della base stessa della vita».

La riserva, istituita nel 1989, si estende su oltre 246.000 ettari nel dipartimento di Tarija e fa parte di un corridoio ecologico fondamentale nella regione andino-amazzonica. Negli ultimi due decenni, la Bolivia ha intensificato l’esplorazione di idrocarburi come pilastro della propria economia, generando crescenti tensioni con le comunità locali e le organizzazioni ambientaliste.

Il progetto Domo Oso X3, gestito da Petrobras insieme alla società statale YPFB, si trova nelle vicinanze della riserva. Sebbene il governo sostenga che il pozzo si trovi al di fuori dei confini ufficiali dell’area protetta, ricercatori e attivisti avvertono che gli impatti non rispettano i confini amministrativi.

“Le falde acquifere costituiscono un unico bacino. Pretendere che una linea immaginaria fermi l’inquinamento è tecnicamente insostenibile”, ha spiegato Requena.

Irregolarità legali e contestazioni sul processo

Il caso è giunto alla massima autorità ambientale del Paese in seguito al ricorso contro un provvedimento cautelare emesso da un giudice di Entre Ríos, che aveva ordinato la sospensione dei lavori a causa del rischio di danni irreversibili.

Secondo l’ingegnere ambientale Marco Guerrero, esistono «vizi di nullità fin dall’inizio» del progetto. Tra questi, spicca l’assenza di un’adeguata consultazione preventiva delle comunità interessate, un diritto garantito dalla Costituzione boliviana e dalle convenzioni internazionali.

«La consultazione preventiva non può essere una riunione informativa organizzata dall’azienda. Deve essere un processo guidato dallo Stato, con la partecipazione effettiva della popolazione», ha affermato Guerrero. «In questo caso, non è stato rispettato».

Inoltre, lo specialista ha messo in discussione la rapidità con cui è stata concessa la licenza ambientale: «Uno studio di questa portata richiede solitamente dai sei mesi a un anno. Qui è stato approvato in meno di tre mesi».

Un altro punto critico è la classificazione del progetto. Mentre le attività ad alto impatto devono ricevere la categoria 1, il Domo Oso X3 è stato classificato come categoria 2, il che implica requisiti di valutazione meno rigorosi. I documenti presentati durante il processo suggeriscono che inizialmente gli sarebbe stata assegnata una categoria superiore, successivamente modificata.

Consultazione preventiva e diritti in discussione

Il dibattito ha inoltre messo in luce una controversia giuridica sull’applicazione del diritto alla consultazione preventiva. Le autorità hanno sostenuto che le comunità della zona sono contadine e non indigene, il che limiterebbe il carattere obbligatorio del processo.

Per Requena, questa distinzione è problematica: «Stiamo parlando di cittadini di prima e di seconda classe? Qui si tratta della distruzione di modi di vita e dell’inquinamento dell’acqua. Questa differenziazione non dovrebbe essere fatta».

Il caso potrebbe inoltre essere portato davanti a istanze internazionali come la Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), qualora fossero esauriti i ricorsi interni.

Scenari e possibili conseguenze

Se il tribunale confermerà la sospensione, lo Stato dovrà rivedere gli studi ambientali o cercare nuove aree di esplorazione. Se, al contrario, la misura cautelare venisse revocata, le operazioni potrebbero procedere, con il rischio di scatenare conflitti sociali.

«Questo probabilmente scatenerà un conflitto diretto», hanno avvertito dal programma. «E costituirà un precedente per altri progetti nelle aree protette».

Da parte della società civile, la mobilitazione è già in corso. Andrea Álvarez, attivista per la difesa del territorio, ha sottolineato il rafforzamento di una rete nazionale di resistenza: «Questa lotta non riguarda più solo Tariquía. È una lotta per la vita».

“Difendiamo la vita”: il protagonismo delle donne

A Tariquía, la resistenza ha un volto preciso. Ed è quello delle donne.

Bárbara Valdés, dirigente comunitaria, racconta:

“Siamo state noi donne a stare in prima linea, nei blocchi e nei punti di vigilanza. Difendiamo la nostra casa, l’acqua, i nostri figli.”

Il suo ruolo, come quello di molte altre, nasce anche da una scelta politica interna: “Abbiamo avuto leader uomini che si sono venduti. Per questo noi donne abbiamo preso la guida. E abbiamo dimostrato che non ci vendiamo.”

La lotta, spiega, è radicata nella vita quotidiana: “Quando vedi cosa è successo nel Chaco — acqua contaminata, bambini malati — capisci che questa è una lotta per la sopravvivenza.”

Una resistenza costruita negli anni

Il movimento di Tariquía è il risultato di oltre un decennio di organizzazione.

Juana Mercado, avvocata e attivista, ricorda: “Già nel 2016 vedevamo le contraddizioni tra le politiche estrattive e la Costituzione. Abbiamo iniziato a organizzarci, a informare.”

Il lavoro si è sviluppato tra università, comunità e reti giovanili: “Molte persone non sapevano nemmeno cosa fosse Tariquía. Abbiamo costruito coscienza dal basso.”

Nel tempo, la mobilitazione ha assunto forme più radicali: blocchi prolungati, marce, cabildos.

Oggi, però, il contesto è cambiato: “La pressione è molto più forte. Stanno approvando leggi che facilitano l’estrazione e limitano i diritti.”

Repressione e criminalizzazione

Parallelamente all’espansione estrattiva, cresce la pressione sulle comunità.

José Humacata, attivista, denuncia:

“La difesa del territorio è diventata una questione di diritti umani. Ci sono processi penali, intimidazioni, violenze.”

Secondo le testimonianze raccolte, i difensori del territorio affrontano procedimenti giudiziari sommari, minacce, aggressioni e campagne di delegittimazione.

“È una strategia di logoramento. Ma la resistenza continua” afferma.

Una crisi che è anche geopolitica

Il caso Tariquía si inserisce in una crisi più ampia. La Bolivia, con riserve in declino e crescente dipendenza energetica, cerca nuovi equilibri.

L’apertura ai capitali privati risponde alla necessità di attrarre investimenti, ma espone il paese a nuove forme di dipendenza economica.

Nel contesto della transizione energetica globale, il modello estrattivo appare sempre più fragile: economicamente incerto, insostenibile dal punto di vista ambientale, e genera conflitto sociale che divide le comunità.

Nel mezzo del conflitto, le comunità avanzano una richiesta chiara.

Ancora Valdés: “Non chiediamo che decidano a nostro favore. Chiediamo solo che si rispetti la legge.”

Il nodo centrale resta la mancata consulta previa: “Per lo Stato è come se non esistessimo.”

Tariquía, un precedente per tutta la regione

Per gli attivisti, la posta in gioco va oltre la singola riserva.

Come avverte Juana Mercado: “Quello che succede qui può succedere in tutte le aree protette.”

E mentre il modello estrattivo cerca nuove frontiere, a Tariquía la risposta continua a partire dal basso. “Difendere il territorio — sostiene Valdés — è difendere la vita.”

Andrea Álvarez ha sottolineato che, indipendentemente dall’esito della sentenza, le azioni proseguiranno: «Sappiamo che questa decisione non è la fine. Se sarà sfavorevole, ci rafforzerà ancora di più».

Oltre Tariquía: il dilemma energetico

Il contesto del conflitto rimanda a una sfida strutturale: la dipendenza della Bolivia dai proventi degli idrocarburi di fronte alla necessità di una transizione energetica sostenibile.

«Abbiamo davvero bisogno di esplorare disperatamente anche nelle aree protette?», ha chiesto Requena. «Siamo di fronte a una lotta esistenziale per le nostre riserve e per una visione del futuro in linea con il XXI secolo».

Mentre il tribunale delibera, Tariquía rimane con il fiato sospeso. La posta in gioco non è solo un progetto estrattivo, ma il modello di sviluppo che definirà il futuro ambientale del Paese. Pagine Esteri