Pagine Esteri – Tira aria di scissione nel partito dell’estrema destra spagnola che da anni continua a crescere elettoralmente ma che negli ultimi mesi è investito da una serie di conflitti e lotte intestine che lo stanno indebolendo.
Una settimana fa la direzione di Vox ha espulso definitivamente Javier Ortega Smith dopo aver respinto il ricorso presentato dal fondatore del partito e capogruppo al consiglio comunale di Madrid. L’ex leader della formazione ha annunciato che si rivolgerà ai tribunali contro «la violazione dei diritti fondamentali, l’arbitrarietà e l’arroganza».
Già all’inizio di marzo il Comitato di Garanzia di Vox aveva annunciato l’espulsione di Ortega Smith accusandolo di aver commesso una “gravissima infrazione”, avendo ostacolato la nomina di un altro consigliere alla guida del gruppo al consiglio comunale della capitale. Da parte sua, Ortega Smith ha insistito nella volontà di rimanere alla guida del gruppo di Vox a Cibeles fino alla scadenza del mandato, forte del sostegno di altri due consiglieri, Carla Toscano e Ignacio Ansaldo.
Di leadership “dittatoriale e opaca” parlano anche altri dirigenti, eletti e militanti del partito guidati da un altro cofondatore di Vox, Alejo Vidal-Quadras, che hanno indetto una conferenza a Madrid il prossimo 20 giugno con l’obiettivo di costruire “un’alternativa politica”. Per molti si tratta dell’annuncio, per quanto ancora implicito, di una scissione.
Gli organizzatori mirano a triplicare le presenza già registrate a una iniziativa simile realizzata nel febbraio dello scorso anno per poter poi andare a una rottura anche organizzativa con Santiago Abascal. D’altronde molti dei partecipanti sono già fuori da Vox, espulsi, sospesi o reduci dalle dimissioni.
Alejo Vidal-Quadras, che parla di una «deriva autoritaria in cui una piccola minoranza prende decisioni dittatoriali» sostiene che una “rifondazione” del partito non sia più possibile. Attorno a Ortega Smith e a Vidal-Quadras si è formato un nutrito gruppo di dissidenti, molti dei quali dirigenti nazionali o locali aderenti a Vox della prima ora, come Iván Espinosa de los Monteros, Rocío Monasterio, José Ángel Antelo e Juan García Gallardo.

A tenere banco nelle polemiche, oltre alle accuse di dirigismo rivolte all’attuale leadership, anche i “dubbi” sull’origine e la destinazione dei fondi utilizzati dal partito. I dissidenti accusano Abascal e soci di aver trasformato il partito in un “gruppo di interesse economico” che sanziona ed espelle chiunque denunci le pratiche poco trasparenti del gruppo dirigente, allontanandosi dai presunti “principi liberal-conservatori” che sarebbero stati alla base della fondazione del partito, alla fine del 2013, a partire da una scissione del Partito Popolare.
Denunce interne ed inchieste giornalistiche hanno in effetti messo in evidenza una struttura finanziaria che beneficia i vertici al di là del normale funzionamento di un partito politico.
Il presidente di Vox, Santiago Abascal, riceve una elevata quantità di denaro: oltre ai circa 4.200 euro lordi che percepisce mensilmente in quanto deputato, dal partito riceve altri 37 mila euro all’anno, più vari bonus distribuiti tra i leader della formazione. A ciò si aggiungerebbe un continuo travaso di soldi dalle casse del partito a quelle della “Fondazione Disenso”, che ormai può contare su un capitale di 11 milioni di euro e che è gestita da Abascal.
Già nel febbraio del 2023, l’ex segretaria e portavoce di VOX, Macarena Olona, accusò Abascal di aver dirottato verso il “think tank” del partito una parte considerevole dei fondi pubblici e delle donazioni ricevuti da Vox. Secondo i suoi bilanci, “Disenso” spende un milione di euro all’anno per il personale e 1,3 milioni di euro alla voce generica “altre spese”, senza specificare quali servizi, contratti o aziende siano coinvolti.
Le polemiche costrinsero Abascal a licenziare i gestori della fondazione, ma il presidente ne approfittò per nominare alla sua guida effettiva Jorge Buxadé, suo fedelissimo ed esponente della cosiddetta “ala falangista” del partito.
Molti tra i dissidenti attuali, però, hanno avuto un ruolo di primo piano nella costruzione dell’architettura finanziaria del partito negli anni scorsi. In particolare Vidal-Quadras ha a lungo gestito, in qualità di ex vicepresidente del Parlamento europeo e grazie alla sua capacità di attrarre “donazioni”, l’organizzazione economica di Vox.
Durante il periodo in cui Vidal-Quadras è stato presidente ad interim del partito, la neonata formazione di estrema destra ha ricevuto un’iniezione di un milione di euro dall’Organizzazione dei Mujaheddin del Popolo Iraniano (MEK). Di fatto il movimento di opposizione al governo di Teheran, sostenuto a fasi alterne dagli Stati Uniti e in particolare da Israele, e di cui Vidal-Quadras ha sostenuto la rimozione dalla lista europea delle organizzazioni terroriste, ha avuto un ruolo chiave nel finanziamento delle prime campagne elettorali della formazione neo-franchista. È proprio a causa dei suoi legami con il gruppo armato iraniano che Vidal-Quadras, il 9 novembre del 2023 fu oggetto di un tentativo di omicidio da parte di alcuni sicari; fu ferito ma scampò alla morte e ora è uno dei principali accusatori di Abascal.
Recentemente sono emersi anche finanziamenti a Vox da parte del Fidesz ungherese, il partito di estrema destra guidato da Viktor Orbàn sconfitto alle elezioni del 12 aprile dopo 16 anni di potere ininterrotto.
Le guerre intestine e un’eventuale scissione del settore più moderato del partito, identificato spesso come “liberal-conservatore”, potrebbe causare uno stop alla progressione elettorale di Vox che fino a qualche tempo fa sembrava lanciato verso il 20% e impegnato in un duello per superare il Partito Popolare. Un sondaggio recente però dà la formazione – che già sta soffrendo in Catalogna la concorrenza di Aliança Catalana, un partito di estrema destra ma catalanista – intorno al 14%, in netto calo rispetto ai mesi precedenti.
Secondo alcuni sondaggi, se formassero un nuovo partito gli scissionisti potrebbero raggranellare fino a un milione e seicentomila voti, provenienti soprattutto da Vox. A quel punto i partiti di destra spagnoli diventerebbero tre, ai quali occorre aggiungere “Se acabò la fiesta”, la lista personale promossa dall’influencer Alvise Perez, che dopo l’exploit delle ultime europee sembra in crisi.
A preoccupare Abascal ci sono anche le rilevazioni di aprile del Centro di Ricerca Sociologica (CIS), secondo il quale il partito di estrema destra starebbe perdendo terreno tra gli elettori di età compresa tra i 18 e i 24 anni, scivolando al terzo posto con il 14,8% dei voti. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria