di Davide Tornielli

L’opposizione afghana non potrebbe essere più divisa. La sconfitta, il conto fatto pagare al popolo con la guerra civile, rappresentano uno spartiacque. Le generazioni anziane si riconoscono dalla frequenza degli arti amputate; le mine sono ordigni a basso potenziale, progettati per rendere quante più persone inabili a combattere. “Persone” nessuno escluso, tanto che negli anni ’90 erano nascoste in giocattoli disseminati nei campi.  In Afghanistan erano considerate Signori della guerra umanitarie, in quanto lasciavano la vita alle vittime.

Dando credito alle dichiarazioni, si ha l’impressione che in Afghanistan sia oggi attivo un grande fronte armato. In realtà, sopravvivono tre alleanze non dissimili a quelle che nel 1996 portarono il paese al collasso. L’Afghanistan National Resistance Front è guidato da Ahmed Masoud, figlio del famoso comandante tagico Ahmed Shah. Masoud è il più giovane tra i comandanti ribelli e il primo ad aver costituito una milizia armata dopo la caduta di Kabul. Sostiene di avere 5 mila operativi e numerose basi nelle valli del nord est e di essere presente in 20 delle 34 province afghane. Ha una rappresentanza in Tagikistan, ove occupa la vecchia ambasciata afghana della capitale Dushambe. Nell’aprile 2024 l’ANRF ha incontrato l’Afghanistan Freedom Front (AFF), fondato da ex militari fedeli alla repubblica e guidato dal generale Yazin Zia. Nato a Kabul da famiglia tagica -la nascita è secretata-, di una decina d’anni più vecchio di Ahmed Masoud, è stato governatore della Provincia di Takhar, Capo di Stato maggiore e viceministro alla difesa nell’ultimo anno della presidenza Ghani. Strenuo oppositore degli accordi di Doha, è tra le figure che più si sono prodigate nella difesa della repubblica. L’AFF afferma di essere operativo in 18 province e di avere realizzato centinaia di operazioni offensive.

La terza alleanza si definisce National Resistance Council for the Salvation of Afghanistan (NRCSA) e raccoglie gli altri gli ex Signori della guerra. Leader ormai anziani del calibro di  Abdul Rashid DostumAtta Muhammad NurMohammad MohaqiqAbdulrab Rasul SayyafIsmail Khan. Dostum è di origine uzbeka ed è stato definito un “eroe dell’Afghanistan” dal presidente filocomunista Mohammed Nabijallah, per poi unirsi alla Alleanza del Nord negli anni ’90 e divenire agente della CIA (Harden Toby 2021) nel 2001. Ha partecipato all’ultima resistenza antitalebana ed è famoso per lo stile di vita liberal, il consumo di alcool e il vezzo di vestirsi alla foggia sovietica. Ora settantaduenne, vive in esilio in Turchia. Nur è un ex comandante dell’Alleanza tagika. Di una decina d’anni più giovane di Dostum, è soprannominato il maestro ed è stato governatore durante la presidenza Karzai. È apprezzato per i risultati ottenuti a Balk, le doti diplomatiche, quanto criticato per le misure autoritarie adottate ed essere entrato collisione con la successiva presidenza Ghani.

I protagonisti della guerra, che preparò il terreno al primo emirato del 1996, son in parte scomparsi. Il più famoso è il generale Masoud, definito Leone del Panshir, che guidava l’alleanza Nord, sostenuta dagli occidentali. È stato ucciso nel 2001 in un attentato a Tahar, nord Afghanistan, poco prima dell’attacco alle Torri gemelle. Burhanuddin Rabbani, già presidente della Repubblica Islamica, fondò un partito islamista che si riteneva moderato; fu ingannato da un suicide bomber, con l’esplosivo nel turbante, che si fece saltare nel 2011. Entrambi tagiki, si opponevano alla preponderanza pashtun, mantenendo dapprima un atteggiamento possibilista nei confronti del governo Najibullah, che resistette quasi due anni dopo la partenza dei sovietici. Questi, segretario del Partito democratico popolare dell’Afghanistan, fu prelevato nella sede ONU, ove si era rifugiato, orrendamente torturato e dato in pasto alla folla. Era il settembre 1996 e i talebani al potere parevano aver posto fine a una guerra costata 180 mila vittime. Gulbuddīn Hekmatyār era leader di una milizia islamica di etnia pashtun, che di moderato non aveva nulla. È il principale responsabile dei bombardamenti che tra il 1992 e il 1996 ridussero in macerie la capitale, facendo a Kabul 50 mila morti. Con Ismail Khan di Herat e Abdul RashidDostum, è uno dei protagonisti della guerra ancora in vita.

Haji Muhammad Mohaqiq è un ex comandante mujaidin di etnia hazara. È stato vicepresidente ed ha ricoperto cariche importanti nella repubblica sotto Karzai, da cui si è staccato, considerandolo troppo accomodante con i talebani. È di orientamento scita, si è formato in Iran ed è famoso per avere 23 figli. Ismail Khan è un personaggio interessante. Nato nel distretto rurale di Shindand nel 1946, è stato protagonista di tutte le stagioni fino al collasso della repubblica, per la quale ha ricoperto carica di Ministro dell’energia e dell’acqua. Tagico, è radicato a Herat, della quale è stato governatore durante la presenza dell’esercito italiano. È stato il primo a sollevarsi contro i sovietici e tra gli ultimi a capitolare nel 2021. È considerato il prototipo del signore della guerra con cui tutti hanno fatto affari; si faceva chiamare l’emiro di Herat e non pare una definizione eccessiva. Catturato dalle milizie talebane durante un estremo tentativo di resistenza, è stato arrestato per poi fuggire in Iran. Infine, Abdulrab Rasul Sayyaf è il radicale islamico del gruppo, passato da una affiliazione comunista a frequentazioni con Osama Bin Laden negli anni ’90.

foto di Milad Hamadi

Le tre alleanze cercano di dare un’immagine unitaria, ma su di loro pesa l’eredità del passato. Nelle dichiarazioni affermano di aver ucciso centinaia di poliziotti talebani, senza tuttavia esistano riscontri e senza emerga una reale strategia. Tra loro non una sola donna, non una faccia nuova; il quadro appare attraversato dalle medesime faglie etnico tribali che negli anni ’90 portarono alla guerra civile. Appare arduo sostenere che abbia più sostegno popolare di quanto ne abbia il governo repubblicano di Ghani, fuggito con il tesoro afghano a Doha. Di quella stagione rimangono silenti due figure di spicco, che non hanno lasciato l’Afghanistan. Si tratta dell’ex presidente Hamid Karzai e di Abdullah Abdullah, l’eterno rivale di Ghani, al quale nel 2014 contestò di aver vinto le elezioni. Un duro dell’enturage per placare il quale fu appositamente creata la carica di Chef esecutive, in pratica un alter ego del presidente.

Esiste un governo in esilio riconosciuto dall’occidente e dalle nazioni unite, ma uscito devastato dagli accordi firmati da Usa e Talebani nel 2020. Condizione dei secondi per sedersi al tavolo era non essere obbligati ad accettare l’esistenza della repubblica. Di fatto questa fu considerata finita non appena le trattative furono aperte. I taleb, pur divisi, giocarono impeccabilmente le loro carte, sapendo di stare trattando con un’amministrazione inesperta giunta a fine mandato: Trump doveva portare il risultato agli elettori entro novembre. Gli esiti risultarono ancora più catastrofici con il subentro dell’amministrazione Baiden, che si mosse in continuità e si trovò impreparata a gestire l’evacuazione di Kabul del 2021. La base di Bagram, modello di efficienza per tutto l’oriente, fu lasciata precipitosamente con arredamento, strumenti e soprattutto armi. E i giovani taleb giravano per Kabul sparando per aria dai pick up e mettendo in mostra i Desert Combat Boots ai piedi.

La confusione è tale che al governo a Doha rimangono fedeli la metà delle ambasciate in giro per il mondo; le altre son passate all’amministrazione de facto. Impossibile è ottenere un visto a Roma, Londra o Parigi, ma sono operative Amsterdam, Dubai, Istambul. In questo quadro si trascina la conferenza Vienna – Process for a Democratic Afghanistan-, il cui ultimo ciclo d’incontri è avvenuto nel febbraio 2025 alla presenza dei leader dell’opposizione, tra cui Zia. I paesi europei appaiono sempre meno interessati ai diritti umani, quanto a tenere lontani i profughi dai confini. È significativo l’incontro avvenuto recentemente tra autorità de facto e governo tedesco sul tema del rimpatrio, nel quale l’ultimo dei pensieri ha riguardato il destino degli afghani. Dopo decenni di training sui metodi di risoluzione non violenta dei conflitti, ora il vento soffia in un’altra direzione. Germania e Giappone riarmano, le democrazie europee raddoppiano i bilanci militari, agitando una minaccia russa che vedon solo loro. Gli Usa da quando caricarono gli ultimi marines sui loro Boing C17 son assenti.

La Russia putiniana non ha mai interrotto le relazioni diplomatiche con Kabul, ma appare piegata da quattro anni di guerra al costo di un milione di morti. Un orso sempre più vassallo, che negli ultimi anni ha mandato delegazioni ottenendo qualche contratto, ma non possiede tecnologia attraente. La parte del leone la fa ancora una volta la Cina. Presente è inoltre la Turchia, che si muove in competizione con sauditi e emiratini sull’ormai trito problema del primato religioso sul mondo sunnita. Dopo aver salvato il regime nel primo anno mantenendo attivo il sistema aereo, sono entrambi impegnati in programmi per la costruzione di nuove moschee e madrase: in un paese ove i bimbi muoiono di stenti, ove gli ospedali son privi di disinfettanti, la priorità viene data minareti.

Un discorso a parte riguarda l’Isis, qui chiamata Stato islamico dell’Iraq e del Levante – Provincia di Khorasan. La citazione si riferisce a un antico emirato che comprendeva vasti territori Persiani. L’Isis K ha iniziato a operare come alleato dei talebani, per poi prendere posizioni più radicali. Il 26 di agosto 2021 uno dei suoi militanti, appena liberato dalla base di Bagram, si fece esplodere nella folla all’aeroporto di Kabul causando più di duecento vittime. Lo scontro diventò più diretto, alimentandosi sul discrimine di una diversa interpretazione della jihad e della reazione con gli stati islamici corrotti. Una visione congeniale ai talebani pakistani, che tuttavia evitarono lo scontro con i fratelli afghani, in nome della comune opposizione alla Linea Durand, il confine voluto dagli inglesi, che nel 1893 divise il popolo Pashtun.

 Sul campo di battaglia la giustizia dei talebani è sommaria; il trattamento riservato ai membri dell’Isis -k è l’esecuzione con un colpo alla tempia. Intere provincie son state bonificate nel primo anno del rinnovato emirato. Una severa repressione avvenne nel 2024 dopo l’attentato che costò la vita a Bamyan, un tempo Città dei Buddha di pietra, a quattro turisti spagnoli e ai loro accompagnatori afghani. Azioni, in particolare contro le minoranze scite, si segnalano nella provincia di Herat. Una presenza significativa di jihadisti è segnalata nella Provincia di Kuran, ripetutamente bombardata dai Pakistani, e nelle aree del confine nordorientale.