Pagine Esteri – Ieri Hashim Thaçi, “padre fondatore” del Kosovo, leader carismatico dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uck) ed ex presidente del paese nato dalla cruenta separazione dalla Serbia – e tuttora riconosciuto soltanto da 109 paesi su 193 – è stato condannato a 25 anni di carcere per crimini di guerra dalle “Camere Specializzate”, un tribunale speciale internazionale con sede all’Aja ma inserito all’interno del sistema giudiziario kosovaro.
Assieme al “serpente” – così era soprannominato l’ex leader dell’Uck – sono stati condannati a diverse pene detentive anche altri tre dei più importanti comandanti della milizia kosovara che all’inizio degli anni ‘90 cominciò le azioni di guerriglia contro le forze e le istituzioni dell’allora Federazione Jugoslava e poi della Federazione Serbo-montenegrina.
Thaçi, attualmente 58enne, nel 1999 guidò la delegazione dell’Uck ai colloqui di Rambouillet, dopo i quali l’Alleanza Atlantica decise di imporre un ferreo embargo a Belgrado e di bombardare la Serbia per mettere fine a quella che venne descritta come la “pulizia etnica” dell’ex provincia autonoma abitata all’80% da una popolazione di etnia e lingua albanese.
Dopo 78 giorni di bombardamenti sulle truppe, le città e le infrastrutture serbe, le truppe di terra della Nato occuparono il territorio kosovaro aprendo la strada alla proclamazione dell’indipendenza di Pristina che venne dichiarata il 17 febbraio del 2008.

Dopo la guerra, Hashim Thaçi contribuì alla fondazione del Partito democratico del Kosovo (Pdk) e nel 2008 divenne primo ministro. Nonostante le gravi accuse nei suoi confronti, nel 2016 l’ex comandante venne eletto presidente, ma dovette poi abbandonare l’incarico nel novembre del 2020, dopo la conferma dell’atto d’accusa da parte del tribunale dell’Aja. Il processo concluso ieri era iniziato il 3 aprile del 2023.

Sia durante la guerra – così come del resto federo le forze militari e paramilitari mobilitate da Belgrado per reprimere l’insurrezione – sia dopo la vittoria, l’Uck di macchiò di crimini di vario tipo sia contro i serbi sia contro gli albanesi e gli esponenti di altre etnie accusati di collaborare con Belgrado o semplicemente di non accettare il dominio della milizia. Nonostante la presenza nel territorio di migliaia di militari e funzionari dei paesi della Nato e dell’Unione Europea, dopo la vittoria dell’Uck molte decine di migliaia di abitanti dell’ex provincia serba furono costretti con la violenza e le minacce ad abbandonare il territorio, cambiando di fatto la composizione etnica del Kosovo.

Le Camere Specializzate – tribunale creato inizialmente in Kosovo per giudicare i crimini commessi durante la guerra tra milizie albanesi ed esercito serbo. poi trasferito nella capitale olandese per garantirne una maggiore neutralità – hanno riconosciuto Hashim Thaçi, Kadri Veseli, Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi colpevoli di quattro capi di imputazione per crimini di guerra, mentre tutti gli imputati sono stati assolti dalle accuse di crimini contro l’umanità.

Le pene complessive ammontano a 81 anni: 25 anni a Thaçi, 25 all’ex portavoce dell’Uck ed ex presidente del Parlamento Krasniqi, 18 all’ex capo dell’intelligence dell’Uck e anch’egli speaker dell’Assemblea Veseli, e 13 al comandante operativo Selimi. Per Thaçi la procura aveva chiesto una condanna a 45 anni di reclusione.

I quattro sono stati ritenuti penalmente responsabili della detenzione arbitraria di 385 persone, di trattamenti crudeli inflitti a 49 persone, della tortura di 303 persone e dell’uccisione di 96 persone. I giudici hanno invece stabilito che l’accusa “non ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio” l’esistenza di un “attacco generalizzato o sistematico contro la popolazione civile”, elemento necessario per le imputazioni di crimini contro l’umanità.

Il presidente del collegio giudicante, il giudice statunitense Charles Smith III, nel leggere la sentenza ha sottolineato che il processo non riguardava la legittimità della “guerra di liberazione” condotta dall’Uck ma la responsabilità individuale dei singoli imputati. Tenuto conto del ruolo di primo piano di Thaçi e degli altri imputati alla guida dell’Uck, però, la condanna attribuisce oggettivamente all’Esercito di Liberazione del Kosovo un ruolo assai meno romantico rispetto a quello attribuitogli dalla narrazione dominante.

La condanna è giunta in un contesto contrassegnato da una forte tensione, sia a Pristina sia all’Aja. In patria la condanna è stata accolta con lacrime e grida di rabbia da migliaia di persone che si erano radunate in piazza a sostegno degli ex comandanti dell’Uck. Il presidio di piazza si è trasformato in un rabbioso corteo che ha cercato di assaltare la sede dell’Eulex – la missione dell’Ue e Pristina – e poi quella del governo, accusato di non aver fatto abbastanza per salvaguardare quelli che vengono considerati “eroi di guerra”.

Anche all’Aja, dopo la lettura della sentenza, una piccola folla composta da sostenitori di Thaçi ha cercato di raggiungere la sede del tribunale, ma è stata respinta con la forza dalle forze di sicurezza in assetto antisommossa.

Mentre il capo del governo kosovaro Albin Kurti – leader del movimento nazionalista di centrosinistra “Autodeterminazione” – ha definito ingiusta la condanna, il ministro degli Interni di quella Serbia che pochi giorni fa ha pianto il criminale di guerra serbo-bosniaco Ratko Mladic come “eroe di guerra” ha definito la condanna di Thaçi la conferma che «l’Uck era una organizzazione terroristica e criminale».

I legali del “serpente” e degli altri condannati hanno comunque annunciato che presenteranno un ricorso. Sperano che i loro assistiti possano godere di uno sconto di pena oppure addirittura che possano essere assolti, come capitò nel 2012 al generale croato Ante Gotovina, inizialmente condannato a 24 anni di carcere per i crimini commessi durante la cosiddetta “operazione Tempesta”, condotta nel 1995 contro le popolazioni serbe insediate da secoli nelle provincie ad est di Zagabria. Pagine Esteri