La violenza maschile sulle donne viene ancora confinata nella sfera privata, come se riguardasse soltanto una coppia e le sue scelte. Le parole che abbiamo dentro. La strada di ritorno a sé sposta lo sguardo sui rapporti di potere e sulle condizioni che rendono possibile il controllo: isolamento, dipendenza economica, paura, disuguaglianza e risposte istituzionali insufficienti. La responsabilità torna così sull’autore della violenza e sulla società chiamata a contrastarla.
Pubblicato da Spring Edizioni nella collana Microstorie, il volume raccoglie le voci di undici attiviste e operatrici di Spazio Donna, associazione attiva a Caserta dal 1990. Psicologhe, avvocate, sociologhe, ostetriche e volontarie raccontano il lavoro nei Centri Antiviolenza, nelle Case Rifugio e nelle reti territoriali. Le loro esperienze compongono una conoscenza maturata sul campo e la consegnano alla discussione pubblica.
La prefazione di Tiziana Carnevale indica il centro politico del libro. Nominare il bisogno è il primo passo per trasformarlo; offrire sostegno è un atto rivoluzionario, perché cambia le singole vite e le comunità. Le parole sono quindi strumenti di riconoscimento e di azione. Permettono di chiamare il controllo “controllo” invece di “attenzione”, la libertà “diritto” invece di “concessione”.

Anche la domanda “Perché non se n’è andata prima”? appartiene a un lessico politico. Sposta il giudizio sulla donna e lascia sullo sfondo chi esercita la violenza. Le testimonianze mostrano invece ciò che rende difficile andare via: la dipendenza economica, i figli, la paura di non essere creduta, l’assenza di una casa, la solitudine, i tempi dei tribunali e il rischio di una vittimizzazione secondaria. La libertà richiede condizioni materiali, non una prova individuale di coraggio.
Per questo, l’uscita dalla violenza prende forma attraverso protezione immediata, tutela legale, sostegno psicologico, reddito, lavoro, casa e servizi capaci di parlarsi. Il libro racconta questi strumenti senza separarli dalle relazioni. Accanto alle professioniste ci sono volontarie, amiche, parenti, colleghe e vicine di casa. La rete restituisce alla comunità una responsabilità che troppo spesso viene lasciata interamente sulle spalle della donna.
L’ascolto, in queste pagine, è una presa di posizione. Credere alla parola di una donna interrompe l’isolamento prodotto dalla violenza; rispettarne i tempi difende l’autodeterminazione; accompagnarla senza decidere al suo posto riconosce la sua soggettività politica. “Noi restiamo. Apriamo una porta. Teniamo accesa una luce. Ma il passo lo fanno loro”.
Le parole del titolo appartengono anche alle operatrici. Ansia, impotenza, frustrazione e paura entrano nel racconto insieme alle competenze. Le telefonate notturne, le minacce, le sconfitte in tribunale e il dubbio di non avere fatto abbastanza mostrano che sostenere richiede supervisione, confronto e una rete capace di prendersi cura anche di chi sostiene.
Spazio Donna affida alla scrittura una parte della propria memoria collettiva: dal primo rifugio inaugurato nel 1998 ai tre Centri Antiviolenza, alle due Case Rifugio e alle molte forme di sostegno costruite sul territorio. Questa memoria conserva conquiste e limiti, rende visibili gli errori dei servizi e trasforma l’esperienza in una domanda rivolta alle istituzioni e alla comunità.
Il libro compie così il gesto annunciato nella prefazione: memoria, perché trattiene le esperienze e le lotte; responsabilità, perché chiama ciascuna istituzione e ciascuna relazione a prendere posizione; amore politico, perché costruisce libertà attraverso la forza collettiva. Le lacrime diventano parole e le parole diventano azione.