Quando l’epidemia è stata ufficialmente dichiarata, il 15 maggio, il virus aveva probabilmente già accumulato mesi di vantaggio. Oggi, meno di quattro mesi dopo, la Repubblica Democratica del Congo conta 6.186 casi confermati di Ebola e 3.007 morti. È la più grande e la più letale epidemia mai registrata nel Paese e la seconda più mortale nella storia, superata soltanto da quella che tra il 2014 e il 2016 uccise oltre 11 mila persone in Guinea, Liberia e Sierra Leone.
Ma il numero che spiega forse meglio la gravità di ciò che sta accadendo non è quello dei contagi. È un altro: circa il 60% delle persone che muoiono non arriva mai in un centro di cura. Muoiono nelle case, nei villaggi, lontano dai sanitari e spesso senza essere state inserite nelle liste dei contatti di un caso già conosciuto. Per l’Organizzazione mondiale della sanità ogni morte di questo tipo significa che esiste una catena di trasmissione che le autorità non hanno ancora individuato. “L’epidemia è lontana dall’essere sotto controllo”, aveva avvertito ad agosto il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus.
Il focolaio è partito dall’Ituri, nel nord-est del Congo, una delle regioni più instabili del Paese. Inizialmente era concentrato nella zona sanitaria di Mongbwalu, ma in tre mesi si è allargato a sessanta zone sanitarie distribuite in sei province: Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uélé, Tshopo e Bas-Uélé. Al 26 agosto, l’ultimo aggiornamento dettagliato dell’Oms, l’Ituri da solo contava 4.802 casi confermati. Da allora i numeri hanno continuato a salire.
È proprio qui che un’epidemia già difficile da contenere incontra una crisi che dura da decenni. Nell’est della Repubblica Democratica del Congo operano gruppi armati, milizie comunitarie e formazioni ribelli; intere aree sfuggono al controllo dello Stato, le strade sono insicure e migliaia di persone vengono periodicamente costrette a lasciare le proprie case. A luglio, soltanto nell’Ituri, fonti locali citate dalle Nazioni Unite riferivano di decine di civili uccisi o rapiti e di diverse migliaia di nuovi sfollati. L’accesso umanitario resta intermittente proprio nelle zone in cui fermare il virus richiederebbe invece la capacità di raggiungere rapidamente ogni villaggio, individuare ogni malato e ricostruire tutti i suoi contatti.
Ebola non si trasmette con la facilità di un virus respiratorio. Serve il contatto diretto con il sangue o altri fluidi corporei di una persona infetta, viva o morta. Per spezzare la trasmissione servono quindi strumenti che in teoria sono ben conosciuti: individuazione rapida dei casi, isolamento, tracciamento dei contatti, protezione dei sanitari e sepolture sicure. Ma sono esattamente queste procedure a diventare fragili quando le persone si spostano per fuggire dai combattimenti, gli operatori non possono raggiungere alcune aree e i malati arrivano troppo tardi negli ospedali.
La risposta è complicata ulteriormente dal virus responsabile di questa epidemia. Non si tratta della specie Zaire, contro la quale negli ultimi anni sono stati sviluppati vaccini e terapie efficaci, ma del più raro Bundibugyo. Per questa forma della malattia non esistono al momento né un vaccino né un trattamento specifico approvati.
Alla fine di agosto il Congo ha cominciato a vaccinare gli operatori sanitari con Ervebo, il vaccino già utilizzato contro l’Ebola provocata dalla specie Zaire. Ma è una misura sperimentale: l’Oms afferma che non esistono ancora prove sufficienti per stabilire se protegga realmente gli esseri umani dal Bundibugyo. Sono state messe a disposizione inizialmente 70 mila dosi, 20 mila delle quali destinate a uno studio clinico e 50 mila agli operatori in prima linea. Il 1 settembre l’Oms ha ribadito che l’eventuale protezione incrociata resta da dimostrare e che il vaccino dovrebbe essere utilizzato nell’ambito di protocolli di ricerca.
Sono in corso anche sperimentazioni sui trattamenti. L’Oms sta studiando diversi anticorpi monoclonali e antivirali, mentre per la prima volta due vaccini progettati specificamente contro il Bundibugyo sono entrati nella fase di sperimentazione sull’uomo. Ma il tempo della ricerca non coincide con quello dell’epidemia. Alla fine di luglio i casi confermati erano poco più di 3.600 e i morti 1.587. Il 26 agosto erano diventati 5.794 e 2.786. Una settimana dopo le vittime hanno superato quota tremila.
Anche il sistema sanitario sta mostrando tutte le proprie fragilità. In alcune delle aree colpite gli operatori hanno scioperato per il mancato pagamento degli stipendi, mentre mancano posti letto e strutture adeguate. Medici Senza Frontiere ha aperto alla fine di agosto un nuovo centro di trattamento nell’est del Paese proprio per aumentare una capacità di ricovero ormai insufficiente.
Il problema non riguarda soltanto il Congo. Il virus ha già attraversato i confini. L’Uganda ha registrato venti casi e due morti prima di riuscire a interrompere la trasmissione; casi importati sono stati individuati anche in Europa. Alla fine di agosto l’Oms continuava a considerare l’epidemia un’emergenza sanitaria di interesse internazionale e avvertiva che il rischio di nuove esportazioni del virus rimane concreto, soprattutto lungo le frontiere terrestri attraversate quotidianamente attraverso decine di passaggi informali.
Nell’Ituri, intanto, la vita continua in una condizione che riassume bene il paradosso dell’intera emergenza. A Bunia, epicentro dell’epidemia, le scuole hanno riaperto tra le proteste di genitori e insegnanti. In molte strutture manca persino l’acqua corrente necessaria per applicare le più elementari misure di prevenzione. Per i bambini sotto i cinque anni la mortalità registrata è particolarmente alta.
Il Congo conosce Ebola meglio di quasi ogni altro Paese al mondo: questa è la diciassettesima epidemia registrata sul suo territorio. Proprio l’esperienza accumulata negli ultimi decenni aveva permesso di contenere altri focolai molto più rapidamente. Questa volta però il virus è arrivato con mesi di anticipo sulla risposta, è di una specie contro la quale gli strumenti disponibili sono ancora sperimentali ed è entrato in alcune delle regioni più fragili e violente del Paese.
Il risultato è che mentre la scienza cerca il vaccino giusto e le squadre sanitarie inseguono le catene di contagio, l’epidemia continua a trovare persone che muoiono prima ancora che qualcuno sappia che erano malate. Pagine Esteri