Al giro di boa del secondo anno di governo, il presidente panamense José Raúl Mulino riprende con forza una proposta lanciata lo scorso anno: riformare la Costituzione per snellire uno Stato eccessivamente burocratico e combattere le infiltrazioni del crimine organizzato e la corruzione strutturale. Analizzando però i primi due anni della sua amministrazione e prendendo in considerazione il ruolo di Panama nello scacchiere geopolitico e geostrategico dell’America Latina, si moltiplicano le voci secondo le quali dietro all’accelerazione impressa da Mulino ci sarebbe ben altro.
“Sono stati due anni di profonda repressione, durante i quali sono stati imposti l’autoritarismo e la persecuzione violenta, tanto fisica come giudiziaria (lawfare).
Basta vedere quanto accaduto ai lavoratori organizzati del settore docente, a quelli dell’edilizia e delle piantagioni di banane di Chiquita, dopo la loro partecipazione alle proteste e agli scioperi dello scorso anno”, spiega l’attivista sociale ed ex candidata presidenziale Maribel Gordón a Pagine Esteri.
Morti, feriti, sospensione dei diritti costituzionali, violenze sessuali sulle donne, licenziamenti di massa, denunce e processi, incarcerazioni ed esilio sono state le risposte del governo alla protesta sociale.
L’Indice Globale dei Diritti 2026 della Confederazione Sindacale Internazionale (CSI- ITUC) ha inserito per la prima volta Panama nella lista dei dieci Paesi in cui i lavoratori e le lavoratrici soffrono maggiormente la violazione dei loro diritti. L’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) ha fatto qualcosa di simile includendo la nazione canalera tra i Paesi che violano sistematicamente la convenzione 87, che sancisce il principio cardine della libertà sindacale e della protezione del diritto sindacale.
L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) e la Commissione interamericana per i diritti umani (IACHR) hanno inoltre segnalato l’uso eccessivo della forza da parte della polizia contro la protesta sociale, la violazione dei diritti individuali e collettivi sul lavoro, nonché la grave situazione di sovraffollamento e maltrattamenti nelle carceri e la recente impennata delle morti violente di donne (+ 86% nel primo semestre dell’anno).
“La situazione continua a essere molto complessa e difficile e Panama resta un Paese estremamente diseguale”, continua Gordón. “Le istituzioni sono sempre più subordinate al potere esecutivo, aumentano i tassi di povertà (20,6%), povertà estrema (9,5%) e di povertà multidimensionale (19%), ma anche la disoccupazione (10,4%) e il lavoro precario (48%)”.
Nonostante le continue proteste della popolazione, avverte l’ex candidata presidenziale del Fronte amplio per la democrazia (Fad), il governo, con il sostegno dell’impresa privata e del capitale multinazionale statunitense, cerca ora di accelerare le politiche estrattiviste, la svendita del territorio e della sovranità nazionale, con un impatto gravissimo sull’ambiente, sui beni comuni e sulle persone che vivono in questi territori e che verranno sgomberate con la forza.
Un contesto estremamente preoccupante, su cui si innescano anche le inevitabili ripercussioni dell’alleanza strategica di Mulino con Washington e della vicinanza del Comando Sud (USSOUTHCOM), che con la “scusa” della lotta contro il narcotraffico e il terrorismo, pianifica e coordina tutte le operazioni di sicurezza, intelligence e cooperazione militare in America Latina e nei Caraibi. È proprio di queste ore la diffusione di un comunicato del Comando Sud in cui si afferma che la Coastal Combat Force-24, composta da 1300 tra marines e marinai della 24ª unità spedizionaria dei marines (24th MEU) e dal Corpo dei marines degli Stati Uniti, è pronta a intervenire con la forza nei Caraibi in risposta a qualsiasi emergenza segnalata Washington.
Nel mirino ci sono governi, forze politiche, sindacali e studentesche, movimenti sociali e popolari che si oppongono alla nuova campagna di ricolonizzazione e rimilitarizzazione del continente da parte del bicefalo USA-Israele. Ma anche le relazioni politiche e commerciali tra Panama e Cina, secondo principale utilizzatore del canale interoceanico e primo fornitore della zona franca di Colón.
“Il canale è un richiamo fortissimo per gli Stati Uniti. Soprattutto per il presidente Trump che dichiara apertamente di volersene impossessare, trasformando nuovamente il nostro territorio in base militare e fulcro operativo della strategia di contrasto e aggressione contro i popoli. Una vera e propria Dottrina Monroe 2.0”, manifesta Gordón.
In uno scenario come quello attuale, una proposta di costituente, tra l’altro venduta ai panamensi come “originaria”, è vista da ampi settori della società come ipocrita e pericolosa.
L’intero processo costituente è gestito attualmente dalla Segreteria presidenziale per la riorganizzazione dello Stato e gli affari costituzionali (Sepresac, per la sua sigla in spagnolo), con alla testa il costituzionalista Miguel Antonio Bernal.
Attualmente si stanno realizzando incontri con la popolazione per spiegare il progetto e raccogliere proposte. Successivamente verrebbe convocata una Assemblea costituente parallela (direttamente dal parlamento con i due terzi dei voti o dal gabinetto di governo con l’approvazione della maggioranza assoluta parlamentare).
Poi sarà il Tribunale elettorale a indire elezioni per la nomina dei 60 costituenti, scelti tra chi si postulerà attraverso le forze politiche o in modo indipendente. L’obiettivo è che la nuova costituzione entri in vigore il primo gennaio del 2029, tra l’altro anno d’elezioni generali per Panama, dopo essere stata sottoposta a referendum costituzionale.
“È pericoloso. Abbiamo sì bisogno di una nuova Costituzione, ma deve essere un progetto nazionale, con un dibattito pubblico in cui tutti i settori possano davvero esprimere la propria visione ed essere ascoltati allo stesso modo. Purtroppo l’esperienza ci dice che in società soggiogate da un progetto ultraneoliberista come Panama, difficilmente si vuole cambiare la Costituzione, a meno che serva per radicalizzare ancora di più il modello”, spiega l’economista Juan Jované a Pagine Esteri.
Ciò che molto spesso sfugge alle forze di opposizione, continua Jované, è che quando le forze ultraconservatrici, alleate delle oligarchie nazionali e del capitale multinazionale, riescono ad arrivare al governo, blindano le proprie controriforme attraverso lucchetti giuridici e vincoli legali sempre più serrati e stringenti.
“L’obiettivo è stabilizzare il modello che impongono in modo che non possa essere facilmente cambiato nel futuro. A questo punta la proposta di riforma costituzionale e lo dobbiamo spiegare alla gente: non serve a migliorare le loro condizioni, né a rendere Panama meno diseguale e più indipendente, bensì a inasprire il modello neoliberista, schermandolo e proteggendolo da qualsiasi evoluzione futura”.
Esperimenti politici ed economici, accompagnati da repressione e autoritarismo, che spesso l’estrema destra latinoamericana applica in alcuni Paesi, per poi riprodurli in altri adattandoli alle realtà locali.
Anche il presidente della Federazione unitaria della classe lavoratrice (Fuclat), Alejandro John, sottolinea i rischi e le insidie insite nella proposta di riorganizzazione dello Stato del presidente Mulino. Secondo il dirigente sindacale si tratta di un governo sposato con il potere economico e che segue alla lettera i dettami di Washington, due elementi che tolgono credibilità al progetto.
“È un piano macabro. L’unico obiettivo che hanno è quello di modificare la Costituzione e adattarla gli interessi del potere economico nazionale e multinazionale. Tutte le leggi approvate negli ultimi anni non sono servite a migliorare la vita della gente, bensì a consolidare i gruppi di potere”.
Forte anche la critica nei confronti di un governo che usa e stravolge il significato del termine “costituente originaria”, spesso usata da movimenti sociali e popoli originari per differenziarla da una costituente gestita solo ed esclusivamente dal potere politico (ed economico) di un Paese.
Si tratta di un vero e proprio svuotamento semantico seguito da una risignificazione ideologica, così cara all’ultraconservatorismo e all’ultradestra continentale per confondere la popolazione.
“Originaria significa che nasce dal basso e che è una Costituzione del popolo, dal popolo e per il popolo, libera dagli interessi partitocratici. Non è certo questo il caso. Spero che la popolazione abbia la sensatezza di rifiutare definitivamente un progetto che proviene da un governo arbitrario, dittatoriale e fascista”, sottolinea John.
Su questo punto converge anche Gordón. “Una costituente originaria e autoconvocata è espressione del popolo ed aspira a costruire le basi per una società diversa, giusta, democratica, sovrana e rispettosa dei diritti. Qui non c’è nulla di originario”.
“Per fortuna – conclude la ex candidata presidenziale – abbiamo ancora un movimento sociale che resiste, denuncia e lotta. Come diceva Victoriano Lorenzo, lider indigeno e guerrigliero panamense, la pelea es peleando (la lotta si fa lottando)”. Pagine Esteri