Pagine Esteri – In Argentina, il governo di Javier Milei opera come il laboratorio più radicale dell’estremismo di mercato, tentando di smantellare il diritto di sciopero e privatizzare il patrimonio pubblico attraverso svalutazioni selvagge. La resistenza contro le ricette ultraliberiste del maniaco della motosega trova, però, una nuova centralità nell’unità d’azione del movimento operaio. La Confederación General del Trabajo (CGT) e le due Centrales de Trabajadores de la Argentina (la CTA Autónoma e la CTA de los Trabajadores), affiancate dai lavoratori dell’economia popolare organizzati nella UTEP, hanno stretto un patto di mobilitazione permanente che mette al centro della spinta di piazza la lotta quotidiana e generosa dei pensionati. Con presidi di fronte al Congresso nazionale, scioperi di settore e un piano di mobilitazione articolato verso una nuova tappa di sciopero generale, le tre centrali saldano le rivendicazioni salariali con la difesa della previdenza pubblica e dei diritti storici del lavoro, sfidando direttamente la politica di smantellamento sociale condotta dalla Casa Rosada.
Nel mezzo della complessa fase geopolitica che attraversa l’America Latina, la ricostruzione di un’agenda di classe transnazionale non è una mera rivendicazione teorica, ma una necessità materiale di sopravvivenza. È in questa prospettiva che si colloca il lavoro internazionalista promosso dalla Central Bolivariana de Trabajadores y Trabajadoras del Campo y la Pesca (CBST) dal Venezuela, attraverso la costruzione di un coordinamento generale con diverse strutture sindacali, storiche e di nuovo corso, molte delle quali appartenenti alla Federazione Sindical Mundial (FSM/WFTU).
Questo percorso trae la sua linfa vitale e il suo impianto strategico dal lancio della Constituyente Obrera promosso dal presidente Nicolás Maduro (ex operaio del metro), e coordinato dalla CBST: un’iniziativa che ha posto la classe lavoratrice al centro della gestione economica e della difesa della sovranità nazionale.

Attraverso la strutturazione dei Consejos Productivos de Trabajadores y Trabajadoras (CPTT) nei settori chiave dell’economia — dall’industria petrolifera alla filiera agroalimentare — la classe operaia venezuelana è passata dalla difesa passiva al controllo e alla gestione diretta della produzione, garantendo la tenuta del Paese di fronte al blocco e alle sanzioni. È proprio a partire da questo modello di potere popolare nei luoghi di lavoro che la CBST proietta il suo raggio d’azione internazionale, promuovendo il coordinamento con la Federazione Sindacale Mondiale (FSM/WFTU) e organizzando gli incontri internazionali dei lavoratori in solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana.
Un lavoro di trincea internazionalista che oggi si fa ancora più urgente di fronte al sequestro e alla detenzione illegittima negli Stati Uniti del presidente e della deputata Cilia Flores, sua moglie. Mentre il sistema giudiziario statunitense rinvia le udienze a novembre nel tentativo di congelare la resistenza, la mobilitazione di classe risponde rivendicando la libertà immediata dei due “prigionieri di guerra” e riaffermando che, pur nel complicato braccio di ferro tra la presidenza incaricata di Delcy Rodriguez e quella di Trump, la sovranità popolare venezuelana non si piega ai ricatti di Washington.
Gli incontri internazionali periodici che vedono convergere i sindacati di classe dei cinque continenti rappresentano un’articolazione pensata per integrare le vertenze del lavoro urbano, contadino e marittimo, opponendo una diplomazia dei popoli al saccheggio multinazionale, all’estrattivismo e alle sanzioni imperialiste.
L’urgenza di questo coordinamento emerge con chiarezza se si osserva la continuità geografica e politica dei focolai di conflitto nel continente latinoamericano. Al centro di questo fronte antimperialista si colloca la CTC (Central de Trabajadores de Cuba) che, nella complessa realtà dell’isola stretta dal rigido e criminale blocco economico, finanziario e commerciale imposto dagli Stati Uniti, rappresenta un punto di riferimento politico per l’intera regione. La battaglia della CTC non si limita all’ambito interno per la difesa della produzione e del modello socialista, ma si proietta come perno dell’organizzazione della FSM e non solo, dimostrando come la tutela del lavoro emancipativo rimanga il bersaglio principale delle aggressioni economiche e delle guerre di posizione dell’imperialismo.

Va ricordato che Lázaro Peña, lo storico “Capitán de la clase obrera” e fondatore della CTC, fu tra i padri fondatori della FSM a Parigi nel 1945 e ricoprì per anni il ruolo di vicepresidente dell’organizzazione internazionale. Cuba ha ospitato congressi storici della FSM (come il XV Congreso Sindical Mundial nel 2005) e la CTC detiene tuttora la vicepresidenza e la sede dell’Ufficio Regionale per l’America Latina e i Caraibi. Mentre altre centrali latinoamericane nel corso dei decenni si sono spostate o riaffiliate alla CSI (Confederación Sindical Internacional, d’impronta socialdemocratica/riformista), la CTC cubana ha mantenuto ininterrottamente la sua militanza di classe e di linea d’avanguardia all’interno della FSM.
Accanto all’esperienza cubana e venezuelana, il Nicaragua sandinista si inserisce in questo asse di resistenza attraverso l’azione della FNT (Frente Nacional de los Trabajadores). Questo impianto di resistenza e ricomposizione di classe ha trovato una sua alta tappa simbolica nelle recenti celebrazioni del 19 luglio, anniversario del trionfo della Rivoluzione Popolare Sandinista, l’ultima del secolo scorso (1979). In un contesto segnato dalle celebrazioni di questa storica data, il ruolo del movimento operaio organizzato si conferma elemento propulsore della tenuta sociale del paese, e della rimonta effettuata. Come ricorda Miguel Ruiz, dirigente della Central Sandinista de Trabajadores (CST) e figura di rilievo all’interno dell’esecutivo del Frente Nacional de los Trabajadores (FNT), la forza organizzativa del movimento operaio e contadino nicaraguense non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici nella capacità di resistenza costruita nei momenti più bui.
Quando nel 1990 la parentesi elettorale segnò la fine del primo governo rivoluzionario sotto il peso dell’aggressione dei Contras e del blocco economico statunitense, l’FSLN non scelse la ritirata, ma la scelta strategica di “governare dal basso”. Per sedici anni di restaurazione neoliberista, Daniel Ortega e i quadri del movimento percorsero capillarmente le zone rurali, i quartieri popolari, le cooperative e i luoghi di lavoro, ricostruendo il tessuto politico là dove la vita quotidiana resisteva. È stato proprio questo radicato lavoro di base — saldato indissolubilmente all’azione di trincea del Frente Nacional de los Trabajadores (FNT) e delle organizzazioni contadine — a consentire la rimonta politica e il ritorno al governo nel 2006. Oggi, di fronte alle ritorsioni e alle sanzioni unilaterali di Washington, quella stessa impalcatura comunitaria e sindacale si conferma il baluardo fondamentale per la difesa dei servizi pubblici, della sovranità alimentare e del modello di sviluppo popolare.
La centralità del sindacato trascende la mera rivendicazione salariale. L’organizzazione dei lavoratori della città e della campagna costituisce l’impalcatura fondamentale per la difesa della sovranità alimentare, dei servizi pubblici e del modello comunitario di fronte alle pressioni del capitale transnazionale. Attraverso l’articolazione del FNT, il sindacalismo di classe si fa argine contro i tentativi di destabilizzazione esterna, saldando la produzione agricola e industriale con la difesa della sovranità nazionale e la continuità del progetto rivoluzionario che, su questa base, oggi torna – nelle parole dei due copresidenti – a mettere in discussione i limiti e le forme della democrazia rappresentativa borghese, rivendicando la centralità del potere popolare nei luoghi di lavoro e nei territori.

Spostando lo sguardo verso l’America Centrale, la narrazione dominante della stabilità istituzionale si infrange quotidianamente contro la realtà dello sfruttamento e della repressione. In Guatemala, la lotta di classe si scontra con una struttura di potere dominata dalle oligarchie terriere e dagli apparati di impunità noti come il “patto dei corrotti”. In questo contesto, organizzazioni combattive legate alla FSM come UNSITRAGUA (Unión Sindical de Trabajadores de Guatemala) mantengono viva la difesa dei diritti dei lavoratori agricoli e delle comunità indigene di fronte a criminalizzazione e violenza politica. Una dinamica che trova sponda a Panamá, dove le imponenti mobilitazioni popolari guidate dal SUNTRACS (Sindicato Único Nacional de Trabajadores de la Industria de la Construcción y Similares) e dalle nazioni indigene hanno paralizzato il Paese per opporsi a un modello di sviluppo basato sulle concessioni minerarie ecocide, e in Costa Rica, dove i lavoratori della sanità e dell’istruzione insieme ai piccoli agricoltori, organizzati in sigle come APSE e UNDECA, resistono alla privatizzazione selvaggia dei servizi essenziali.
In Colombia, il processo di trasformazione sociale tentato dal governo di Gustavo Petro affronta il muro alzato dal blocco oligarchico e dalle forze conservatrici che ostacolano le riforme del lavoro, della sanità e delle pensioni. Le centrali storiche come la CUT e la CGT colombiana si trovano costrette a blindare le piazze per difendere le conquiste popolari dalle spinte eversive delle élite legate al grande capitale.
Parallelamente, nel sud del Cile la questione del lavoro si salda indissolubilmente con la secolare lotta per l’autodeterminazione del popolo Mapuche nel Wallmapu. L’architettura neoliberista ereditata dal pinochetismo, e oggi rilanciata dal suo “erede” José Antonio Kast, risponde alle rivendicazioni territoriali e alle proteste dei lavoratori agricoli con la militarizzazione e lo Stato d’eccezione, a tutela degli interessi delle multinazionali del legno e dell’energia. Questa stessa difesa delle risorse strategiche si ritrova in Bolivia, dove la base sociale organizzata nella COB (Central Obrera Boliviana) e nella CSUTCB contadina rappresenta l’argine principale contro le spinte destabilizzanti delle oligarchie dell’oriente boliviano, determinate a sottrarre al controllo statale e popolare le riserve di litio e gas.
A completare questa piccola mappa delle vertenze e delle trasformazioni strutturali nel continente sono le storiche battaglie sull’orario di lavoro in Messico e Brasile, dove la pressione sindacale e popolare sta imponendo un cambio di paradigma contro i ritmi dell’accumulazione capitalistica.
In Messico, sotto l’impulso della presidenza di Claudia Sheinbaum e della spinta del sindacalismo indipendente, si sta consumando una svolta di portata storica con la riforma costituzionale per la riduzione progressiva della settimana lavorativa da 48 a 40 ore a parità di salario. Una conquista accompagnata da aumenti del salario minimo e da nuove tutele contro la precarizzazione e la violenza di genere sui luoghi di lavoro, che segna un netto cambio di rotta nella regolamentazione del rapporto capitale-lavoro nel paese.
In Brasile, la mobilitazione di piazza guidata dalla Central Única dos Trabalhadores (CUT) e dai movimenti sociali si è saldata con la proposta del governo di Luiz Inácio Lula da Silva per abbattere l’odioso regime lavorativo della settimana “6×1” e conquistare il diritto alle 40 ore settimanali e a due giorni di riposo garantiti. Una vertenza di massa che non solo restituisce centralità alla classe lavoratrice nel dibattito politico nazionale, ma si intreccia con la difesa della sovranità economica di fronte alle recenti ritorsioni commerciali e tariffarie imposte da Washington.
L’azione coordinata promossa dalla CBST insieme alla FSM, alla CTC, alla FNT e alle centrali di classe del continente (e a livello internazionale) dimostra che le crisi e i conflitti in corso non sono vertenze isolate o emergenze locali. Sono invece la risposta strutturale e coordinata a un’unica offensiva del capitale contro i diritti dei popoli. In questo scenario, la capacità di articolare le lotte di piazza all’interno di una strategia politica unitaria rimane l’unica garanzia per spezzare le catene della dipendenza, riconnettendo la classe operaia, il movimento contadino, le comunità indigene e le reti dei lavoratori del mare in tutta la regione, e preparando una nuova ondata di “rinascimento”: per contrastare l’onda nera, intenzionata a ricolonizzare tutto il continente. Pagine Esteri