Pagine Esteri – La vicenda del dottor Hussam Abu pediatra e neonatologo palestinese ed ex direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord della Striscia di Gaza, sta diventando un terreno di scontro tra Israele e la comunità medica internazionale. Oltre 970 professionisti della sanità e sostenitori provenienti da 41 Paesi hanno sottoscritto una petizione che chiede il suo rilascio e un’immediata verifica indipendente delle sue condizioni di salute, mentre cresce la pressione sull’Associazione Medica Israeliana affinché intervenga pubblicamente.
La campagna è guidata da Medici per i Diritti Umani-Israele (Physicians for Human Rights-Israel) che denuncia un grave deterioramento delle condizioni fisiche del medico palestinese. Abu Safiya è detenuto dal dicembre 2024, quando fu arrestato durante il raid delle forze israeliane contro l’ospedale Kamal Adwan. L’esercito israeliano sostenne allora che la struttura sanitaria fosse utilizzata da Hamas come centro operativo e affermò di avervi trovato armi, munizioni, equipaggiamento militare e documenti d’intelligence.
Secondo le autorità israeliane, Abu Safiya non sarebbe soltanto un medico, ma un membro di Hamas coinvolto nelle attività organizzative del movimento islamista. E per questo lo ha escluso dell’inserimento nelle liste dei detenuti palestinesi presi in considerazione per eventuali accordi di scambio. Finora, però, nei suoi confronti non è stata presentata alcuna accusa formale, quindi non c’è stata un’incriminazione formale e la sua detenzione è stata prorogata più volte dai tribunali israeliani.

Proprio questo aspetto alimenta le proteste del mondo sanitario e delle Nazioni Unite. La petizione internazionale, indirizzata tra gli altri ai presidenti dell’Associazione Medica Mondiale e dell’Associazione Medica Americana, invita le organizzazioni professionali “a utilizzare tutta la loro influenza professionale e morale per ottenere il rilascio del dottor Abu Safiya”.
Tra i firmatari figurano oltre 400 medici e ricercatori, specialisti in pediatria, chirurgia, medicina d’urgenza, oncologia, psichiatria, terapia intensiva e sanità pubblica, insieme a più di 60 professori appartenenti a prestigiose università come Harvard, Yale, Columbia, Cambridge e McGill. Hanno aderito anche docenti e medici di importanti istituzioni israeliane, tra cui lo Sheba Medical Center, l’Università di Tel Aviv, l’Università Ebraica di Gerusalemme e il Technion.
Parallelamente, oltre 2.500 persone hanno firmato una petizione promossa dall’Accademia israeliana per l’Uguaglianza, mentre centinaia di medici hanno inviato una lettera al presidente dell’Associazione Medica Israeliana, il professor Zion Hagay, chiedendo un intervento pubblico.
Nella lettera si legge: “Riconosciamo l’importanza del lavoro svolto dietro le quinte e siamo consapevoli che sia l’Associazione Medica Israeliana sia il Ministero della Salute stanno cercando di aiutare in questo caso. Tuttavia, è inaccettabile che non vi sia un appello chiaro e pubblico, almeno per una valutazione medica e un trattamento immediati.”
La mobilitazione si è intensificata dopo le ultime informazioni diffuse dall’avvocato del medico palestinese, che ha potuto incontrarlo il 2 luglio nel carcere di Ofer. Secondo la dichiarazione giurata presentata dal legale, Abu Safiya sarebbe apparso incatenato alle mani e ai piedi, con evidenti lividi alla testa, agli occhi, alle orecchie e al collo, oltre a gravi difficoltà respiratorie.
Al termine del colloquio avrebbe pronunciato parole drammatiche: “Mi hanno portato qui per uccidermi. Non riesco a credere di essere vivo. Vedo la fine. Questa è la fine, e questa è l’ultima volta che mi vedrai.”
Medici per i Diritti Umani-Israele sostiene che le nuove informazioni indicano “un grave peggioramento delle sue condizioni, al punto da mettere seriamente a rischio la sua vita” e chiede il suo immediato trasferimento in una struttura adeguata, oltre all’accesso urgente di un medico indipendente e di un giudice che possa verificarne lo stato di salute.
Tra le figure più attive nella campagna vi è la reumatologa pediatrica israeliana Michal Feldon. Il medico sottolinea che il caso riguarda anzitutto i principi dello Stato di diritto. “Anche un semplice combattente di Hamas si trova lì senza processo né accusa, e la maggior parte dei detenuti è probabilmente innocente”, ha dichiarato. Secondo la dottoressa, la notorietà di Abu Safiya ha attirato l’attenzione internazionale, ma il problema riguarda più in generale migliaia di detenuti amministrativi.
Le autorità israeliane respingono tutte le accuse. Il Servizio Penitenziario Israeliano definisce le denunce “false, prive di fondamento e parte di una campagna diffamatoria contro lo Stato di Israele e le sue istituzioni legali”,
L’Associazione Medica Israeliana, finora, non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche sulla vicenda.