Pagine Esteri – Hamas annuncia lo scioglimento del proprio governo de facto nella Striscia di Gaza e apre formalmente alla nascita di un’amministrazione civile guidata da tecnocrati palestinesi. Allo stesso tempo non rinuncia al controllo militare della Striscia.
Nel corso di una conferenza stampa a Gaza City, Ismail Al-Thawabta, direttore dell’ufficio stampa del governo di Hamas, ha annunciato le dimissioni del capo del “Comitato governativo di emergenza”, l’organismo che negli ultimi anni ha coordinato ministeri e amministrazione civile della Striscia, e il suo conseguente scioglimento. Secondo Al-Thawabta, la decisione rappresenta “la prova della serietà delle misure adottate” per favorire la transizione amministrativa prevista dagli accordi raggiunti durante il cessate il fuoco.
La decisione, tuttavia, è accompagnata da una precisazione. Hamas ha chiarito infatti che i ministeri e i funzionari nominati negli ultimi anni continueranno a operare, mentre il movimento islamista manterrà il controllo delle forze di sicurezza e della polizia nelle aree della Striscia ancora sotto la propria influenza. Il gruppo ribadisce di non essere disposto a deporre le armi finché Israele non cesserà completamente i suoi attacchi militari e non ritirerà le proprie truppe da Gaza. Israele ha subito replicato sminuendo la portata delle decisioni del movimento islamica e, più di tutto, non ha manifestato alcuna intenzione di ritirare il suo esercito da Gaza.
Il progetto sostenuto da Washington prevede invece il trasferimento della gestione civile al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, un organismo composto da quindici tecnocrati palestinesi. Il suo presidente, Ali Shaath, ha dichiarato che il comitato è pronto ad assumere le proprie responsabilità non appena saranno garantite “le risorse necessarie e condizioni favorevoli”. Shaath ha però sottolineato che il successo della transizione richiede “un’unica autorità, un’unica legge e un’unica arma” sottoposta al controllo del nuovo governo, un riferimento implicito alla necessità di porre fine all’autonomia militare di Hamas.
Israele vuole il disarmo completo del movimento islamista prima di ipotizzare un suo possibile ritiro. E il Consiglio per la Pace istituito dall’amministrazione Trump ha accolto con prudenza l’annuncio di Hamas, affermando che giudicherà “i fatti, non le promesse”. Ma non tiene conto che Israele ha violato ripetutamente il cessate il fuoco.
Ieri nuovi attacchi israeliani hanno provocato almeno cinque vittime nella Striscia, secondo le autorità sanitarie locali. Un raid a Gaza City ha colpito un appartamento nel quartiere di Tel al-Hawa, uccidendo una coppia. Il bersaglio ufficiale del raid era Fadi Ashour Daghmash, un presunto comandante di Hamas. Altri due bombardamenti, uno contro una tenda che ospitava sfollati e un altro contro un veicolo a Khan Younis, nel sud della Striscia, hanno causato altre tre vittime e almeno venti feriti.
L’esercito israeliano occupa oltre il 60 per cento del territorio di Gaza. Netanyahu ha ripetuto più volte che Israele non intende ritirarsi dalla zona cuscinetto creata all’interno di Gaza.
La tensione rimane alta anche sul fronte libanese. Nel sud del Libano un attacco israeliano contro un’automobile nella zona di Nabatieh ha provocato la morte di quattro persone, tra cui la preside di una scuola, Esperanza Ghandour, sua madre e altre due persone. Secondo fonti locali, la donna stava tornando da un sopralluogo nella propria abitazione danneggiata dalla guerra. L’episodio rappresenta uno degli attacchi israeliani più gravi registrati dopo il cessate il fuoco.