Pagine Esteri – Israele ha ufficializzato oggi che nel corso del 2025 le esportazioni di sistemi di difesa hanno raggiunto la cifra record di 19,2 miliardi di dollari. Il risultato conferma il ruolo centrale che la tecnologia militare con marchio “testato in battaglia” riveste nella proiezione globale di Tel Aviv. Rispetto all’anno precedente, l’export ha registrato una crescita del 30%, consolidando un trend che ha visto il volume degli affari raddoppiare nell’ultimo quinquennio e quadruplicare nell’arco di un decennio.

I ministri israeliani sottolineano che tale crescita vertiginosa è avvenuta grazie all’intensa attività operativa che ha visto coinvolti i sistemi israeliani su molteplici fronti di conflitto.

Un’analisi dettagliata dei dati rivela che i settori trainanti sono stati i sistemi missilistici, i razzi e le tecnologie di difesa aerea, che da soli hanno costituito il 29% dell’intero volume d’affari del 2025. La natura dei contratti siglati evidenzia inoltre una predilezione per operazioni su vasta scala: oltre la metà degli accordi (il 53%) è composta da quelli che il Ministero definisce “mega-affari”, ovvero transazioni con un valore unitario superiore ai 100 milioni di dollari.

Il successo commerciale è indissolubilmente legato alla “dimostrazione di efficacia” sul campo, ossia sugli attacchi, le distruzioni e gli assassinii compiuti a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Iran e in Yemen. Il Ministero ha infatti messo in chiaro che la domanda internazionale è stata alimentata dai risultati ottenuti durante le operazioni belliche, affermando: “I risultati operativi senza precedenti – inclusi quelli durante l’Operazione Rising Lion contro l’Iran nel giugno 2025 – insieme alle prestazioni comprovate in combattimento dei sistemi israeliani in tutti i teatri d’operazione, hanno generato una forte domanda internazionale per la tecnologia di difesa israeliana. Il 2025 ha continuato la traiettoria ascendente delle esportazioni della difesa, superando per la prima volta la soglia dei 19 miliardi di dollari”.

Tra i protagonisti di questa ascesa industriale spicca l’azienda Xtend, specializzata nella produzione di droni. I velivoli di questa società sono stati ampiamente documentati nelle operazioni a Gaza e in Libano; in particolare, un drone Xtend sarebbe stato impiegato per localizzare Yahya Sinwar poco prima della sua uccisione nell’ottobre 2024. Questo tipo di “pubblicità operativa” ha attirato massicci capitali esteri. Tra i principali investitori figura Eric Trump, figlio del presidente degli Stati Uniti, il quale ha annunciato un pesante investimento nella tecnologia Xtend facilitando una fusione da 1,5 miliardi di dollari finalizzata alla quotazione dell’azienda sul mercato statunitense.

Sul piano geopolitico, l’espansione dell’industria militare israeliana ha trovato sbocchi strategici negli Emirati Arabi Uniti. Abu Dhabi è diventata uno dei principali acquirenti dei sistemi di Tel Aviv, arrivando a formalizzare nel maggio 2026 la creazione di un fondo congiunto dedicato allo sviluppo e all’acquisizione di nuovi sistemi d’arma e di difesa aerea. Questa alleanza evidenzia come la sicurezza sia diventata il perno delle relazioni diplomatiche nella regione.

Il trionfo economico dell’industria bellica si scontra con una realtà di conflitto durissima. Se da un lato i sistemi “testati in battaglia” attirano acquirenti, dall’altro il bilancio umano delle campagne militari rimane catastrofico. In Libano sono state registrate oltre 3.400 vittime negli ultimi mesi, mentre autorevoli riviste come The Lancet suggeriscono che il bilancio totale dei morti a Gaza, includendo gli effetti indiretti del conflitto, potrebbe raggiungere cifre spaventose. Al contempo, la superiorità tecnologica israeliana viene quotidianamente messa alla prova: i droni FPV di Hezbollah sono riusciti a colpire con precisione le batterie dell’Iron Dome lungo il confine settentrionale, dimostrando che anche i sistemi più avanzati presentano vulnerabilità. Dall’inizio di marzo 2026, decine di soldati israeliani hanno perso la vita in questi scontri, segnando il prezzo di una guerra che, sebbene redditizia per l’industria, continua a esigere un tributo altissimo sul campo. Pagine Esteri