Pagine Esteri – La congiuntura economica e logistica che attraversa Cuba in questo mese di maggio 2026 evidenzia un inasprimento delle pressioni asimmetriche che colpiscono direttamente i settori nevralgici dell’isola: l’approvvigionamento di combustibile e le connessioni aeree internazionali. Si tratta di un quadro che mette a dura prova la tenuta dei servizi essenziali e del turismo, una delle principali fonti di valuta estera del paese.
Il monitoraggio dei sistemi di tracciamento marittimo internazionale ha registrato in queste ore un cambio di rotta significativo per la nave cisterna Universal. La petroliera, che trasporta un carico stimato tra i 250.000 e i 270.000 barili di gasolio originariamente associato alla fornitura energetica per l’Avana, si sta allontanando dalle coste caraibiche dirigendosi verso l’Atlantico meridionale a una velocità aumentata a dieci nodi.
La nave era partita dal porto russo di Vysotsk il 18 gennaio di quest’anno ed era rimasta per oltre un mese in navigazione lenta a circa 1600 chilometri dalle coste cubane senza dichiarare un porto d’arrivo, registrata con la formula internazionale for order. L’imbarcazione è legata alla compagnia statale russa Sovcomflot, sottoposta alle sanzioni finanziarie e operative imposte dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dal Regno Unito.
Questo mancato attracco priva il sistema elettrico nazionale cubano di un sollievo atteso, dopo che lo scorso 31 marzo la petroliera Anatoly Kolodkin era riuscita a sbarcare a Matanzas 730 mila barili di greggio russo. Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Energia e delle Miniere di Cuba, la rete elettrica nazionale è riuscita in diversi momenti di questo mese a coprire solo un terzo della domanda complessiva, a causa della scarsità di riserves di diésel e fuel oil per alimentare le centrali termoelettriche.
Le sanzioni dell’Ufficio di Controllo dei Beni Esteri degli Stati Uniti hanno già provocato nei mesi scorsi il dirottamento di altri carichi, come nel caso del mercantile Sea Horse, che a marzo ha dovuto deviare una fornitura verso Trinidad e Tobago.
Il cambio di rotta del petroliero russo Universal nel cuore dell’Atlantico non è un semplice imprevisto logistico, ma la fotografia plastica dell’efficacia del blocco energetico. Questo allontanamento forzato è il risultato diretto dell’Ordine Esecutivo firmato a Washington a inizio anno, intitolato Imposizione di azioni ai responsabili della repressione a Cuba e delle minacce alla Sicurezza Nazionale e alla Politica Estera degli Stati Uniti. Tale decreto serve a codificare l’asfissia commerciale e tecnologica, imponendo sanzioni secondarie e dazi pesantissimi a qualsiasi paese o compagnia che venda o trasporti petrolio verso l’isola. Lo stallo di oltre un mese in mare aperto, con la formula for order, dimostra che la guerra finanziaria della OFAC punta a condizionare le compagnie marittime e assicurative, tagliando i canali di rifornimento vitali per indurre il logoramento interno di Cuba attraverso la fame, lo scoraggiamento e la disperazione.
La crisi del combustibile si riflette direttamente sulla connettività aerea. Dal primo giugno 2026, la compagnia di bandiera spagnola Iberia sospenderà formalmente la sua rotta diretta con l’Avana, dopo aver ridotto le frequenze a soli due voli settimanali durante il mese di maggio. Nelle settimane precedenti, la compagnia aveva tentato di aggirare la mancanza di garanzie di rifornimento di carburante per aviazione nell’isola effettuando scali tecnici strategici a Santo Domingo. Iberia ha annunciato che cercherà di ripristinare la rotta verso la fine del 2026, offrendo nel frattempo triangolazioni via Panama in coordinamento con Copa Airlines.
Il fenomeno non è isolato. Nello stesso settore operano le riduzioni o cancellazioni totali di vettori canadesi come Air Canada, WestJet, Sunwing e Air Transat, oltre a compagnie europee e latinoamericane come World2Fly, Air France, LATAM Perú e Magnicharters. Anche le rotte russe operate da Rossiya Airlines e Nordwind registrano riorganizzazioni logistiche. Al momento, la continuità dei collegamenti con l’Europa è retta principalmente da Air Europa, che mantiene scali tecnici a Santo Domingo, e da Air China, che conserva la rotta Pechino-Madrid-L’Avana con due frequenze settimanali.
In questo clima di accerchiamento caraibico si inseriscono le dichiarazioni della governatrice di Porto Rico, Jenniffer González. González ha affermato, senza fornire alcuna prova o rapporto d’intelligence, che gli Stati Uniti potrebbero trovarsi in una condizione di conflitto bellico aperto con Cuba nel giro di una settimana. Mentre la governatrice evoca scenari bellici per allinearsi con i settori più oltranzisti del Partito Repubblicano statunitense e del trumpismo in Florida, l’isola di Porto Rico versa da anni in una crisi infrastrutturale ed economica profonda, caratterizzata da un sistema elettrico instabile, segnato da blackout costanti e prolungati dopo la privatizzazione affidata a consorzi privati, da una crisi degli alloggi che alimenta la povertà strutturale e da un esodo forzato della popolazione verso gli Stati Uniti continentali per mancanza di occupazione.
L’utilizzo dell’argomento cubano in termini di imminente scontro armato adempie a una precisa funzione politica: intercettare il bacino elettorale conservatore della comunità dell’esilio cubano in Florida, dimostrare subordinazione strategica alle direttive del Pentagono e deviare l’attenzione dell’opinione pubblica portoricana dai fallimenti amministrativi domestici.
Vale ricordare che Porto Rico, in quanto territorio non incorporato degli Stati Uniti, mantiene uno status coloniale che lo priva di seggi con diritto di voto nel Congresso di Washington e della capacità giuridica di dichiarare lo stato di guerra.
Nonostante l’invio della portaerei USS Nimitz nei Caraibi e i piani di aggressione militare denunciati, la strada principale che L’Avana cerca di percorrere, da metà marzo, è quella dei negoziati con l’amministrazione Usa: negoziati che hanno visto la partecipazione del direttore della CIA sul suolo cubano, e persino la presenza del capo delle truppe speciali nordamericane che, il 3 gennaio, ha condotto l’assalto al Venezuela. Un attacco che ha causato la morte di un centinaio di soldati e soldate, fra i quali 32 cubani, e che ha portato al sequestro del presidente venezuelano, Nicolas Maduro, e della first lady, la deputata Cilia Flores.
Da allora, mentre Caracas lotta per mantenere la propria sovranità e negozia con un’arma puntata alla tempia, Washington vorrebbe dettare le proprie condizioni anche all’Avana: ossia imporre lo smantellamento delle postazioni di monitoraggio che Russia e Cina mantengono sull’isola, e imporre una “transizione politica interna guidata” per rimpiazzare la dirigenza rivoluzionaria.
A ciò si aggiunge l’arma del lawfare giudiziario, con l’incriminazione formale emessa il 20 maggio 2026 dal Dipartimento di Giustizia statunitense contro il novantaquattrenne Generale dell’Esercito Raúl Castro Ruz e cinque ufficiali piloti della Defensa Antiaérea y Fuerza Aérea Revolucionaria (DAAFAR) per l’abbattimento degli aerei di Hermanos al Rescate nel 1996.
Una decisione “grottesca e arbitraria”, fanno notare vari analisti, presa trent’anni dopo gli avvenimenti che sono accaduti nello spazio aereo sovrano cubano a seguito di missioni illegali: un espediente fraudolento per giustificare l’aggressione o un intervento descritto eufemisticamente come nation-building. L’organizzazione Hermanos al Rescate venne fondata a Miami nel 1991 da José Basulto, ex agente della CIA e veterano della fallita invasione di Baia dei Porci.
Nata ufficialmente con il pretesto umanitario di soccorrere i migranti nello Stretto della Florida, l’organizzazione si trasformò rapidamente in uno strumento di provocazione politica e violazione sistematica dello spazio aereo cubano. Tra il 1994 e il 1996, i velivoli di Hermanos al Rescate penetrarono ripetutamente nelle zone di volo controllate dall’Avana, sorvolando la capitale e lanciando materiale propagandistico, ignorando i ripetuti avvertimenti formali delle autorità aeronautiche civili di Cuba e della stessa Amministrazione Federale dell’Aviazione degli Stati Uniti.
La crisi culminò il 24 febbraio 1996, quando due aerei Cessna 337 dell’organizzazione furono intercettati e abbattuti da caccia MiG della Forza Aerea Cubana dopo aver violato nuovamente lo spazio aereo sovrano dell’isola. La registrazione delle comunicazioni radio e le stesse dichiarazioni pubbliche successive di José Basulto confermarono che l’obiettivo delle missioni non era umanitario, bensì mirava a provocare un incidente militare internazionale che costringesse gli Stati Uniti a un intervento armato diretto contro Cuba.
Quell’episodio fu immediatamente utilizzato a Washington per convertire in legge permanente le sanzioni del blocco economico attraverso l’approvazione immediata della Legge Helms-Burton. Le attuali dichiarazioni che giungono dai settori della destra portoricana e della Florida continentale, che continuano a rivendicare l’eredità operativa di figure come Basulto attraverso i canali social e i comitati anticastristi, dimostrano che la strategia del conflitto asimmetrico non è mutata.
La risposta di Cuba è arrivata ferma dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU a New York il 26 maggio 2026. Intervenendo nel dibattito aperto sulla difesa dei propositi e principi della Carta delle Nazioni Unite, il Ministro delle Relazioni Esteri Bruno Rodríguez Parrilla ha denunciato la condotta di Washington e l’operato del Segretario di Stato Marco Rubio, accusato di diffondere narrazioni infondate e filtraggi mediatici per giustificare nuove misure ostili. Rodríguez Parrilla ha denunciato l’incriminazione contro Raúl Castro come un atto “moralmente infame” e ha equiparato il cerco petrolifero a un blocco navale e a un crudele castigo collettivo.
Questo assedio energetico – ha detto il ministro – provoca conseguenze umanitarie devastanti, come dimostra la duplicazione della tassa di mortalità infantile, passata da 4,0 a 9,2 per ogni mille nati vivi, e la contrazione dell’aspettativa di vita dei bambini malati di cancro dall’85% al 65% per la carenza di farmaci.
Rodríguez ha allertato la comunità internazionale e il Consiglio di Sicurezza sul rischio di un bagno di sangue in caso di avventura militare, esortando i giovani statunitensi a cercare la verità contro i disegni di una “camarilla elitaria” di Miami.
Al contempo, ha ribadito la disposizione storica di Cuba a un dialogo bilaterale civile e serio su temi di mutuo interesse (terrorismo, narcotrafico, crimine organizzato, migrazione sicura), escludendo però tassativamente qualsiasi interferenza sugli affari interni o sul sistema politico scelto per via costituzionale. Anche il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, è intervenuto da Nairobi per allontanare la possibilità di opzioni militari e definendo le “sanzioni” contrarie al diritto internazionale.
I dati indicano uno schema che si ripete: gli Stati Uniti applicano contro Cuba lo stesso identico “modello” utilizzato all’inizio dell’anno contro il Venezuela, culminato con l’aggressione alla presidenza legittima. Anche in quel caso, l’intervento è stato preceduto da un progressivo blocco dei cieli, simile alla sospensione delle rotte di Iberia e dei vettori canadesi dal primo giugno per tagliare i legami con l’esterno e affossare il turismo, preparando il terreno logistico e l’opinione pubblica mentre asset navali come la portaerei USS Gerald Ford supportavano le operazioni navali contro Caracas prima del 3 gennaio.
Allo stesso modo, si cerca di accreditare la tesi secondo cui Cuba rappresenta una minaccia per la sicurezza degli Stati uniti (così recita il decreto Trump, identico a quello di Obama contro il Venezuela).
L’ultima frontiera di questa strategia di intossicazione mediatica si è palesata con la recente pubblicazione, da parte del sito statunitense Axios, di un articolo basato su presunti rapporti d’intelligence classificati. Secondo Axios, Cuba avrebbe acquistato da Russia e Iran più di 300 droni con l’obiettivo di colpire la base illegale di Guantánamo, la flotta statunitense nel Mar dei Caraibi e obiettivi sensibili sul territorio della Florida, in particolare nel presidio militare di Key West. Un’invenzione mediatica che si scontra con la realtà dei fatti, dato lo sforzo dell’isola caraibica per ottenere generi di prima necessità, ma risponde al consueto meccanismo desinformativo con cui i media statunitensi pavimentano storicamente le aggressioni militari. Basti ricordare la menzogna sulle armi di distruzione di massa in Iraq nel 2003, o la propaganda ufficiale che da tre decenni presenta l’Iran come prossimo alla fabbricazione della bomba nucleare, o la distorsione che etichetta il Messico come narco-stato per celare le responsabilità interne del mercato statunitense.
Come analizzato dalla professoressa Magda Arias dell’Università dell’Avana, l’apparato politico-comunicativo di Washington e dei media egemonici ha intensificato le operazioni di guerra cognitiva e informatica specialmente dopo il primo maggio, quando la massiccia partecipazione popolare alle mobilitazioni per la Festa dei Lavoratori ha smentito le narrazioni occidentali sul collasso del consenso interno, venendo descritta dallo stesso The New York Times come una sfida aperta agli Stati Uniti. L’architettura narrativa agisce attraverso l’allineamento di imprese mediatiche, algoritmi, bot e influencer per scomposizione della verità e viralizzazione di contenuti falsi. L’obiettivo scientifico, descritto nelle dinamiche descritte da Charles Wright in La élite del potere, è instillare la paura, colpevolizzare il governo per gli effetti materiali prodotti dal blocco e spingere l’opinione pubblica ad accettare, come riflesso condizionato, un eventuale intervento militare o una “transizione politica”.
Questa ingegneria del dissenso risponde a una pianificazione finanziaria statale di lungo corso, documentata dai registri ufficiali del Congresso degli Stati Uniti. I dati storici sul bilancio federale stanziato per i programmi di sovversione contro l’isola rivelano investimenti multimilionari nel periodo compreso tra il 1996 e il 2021. Per i programmi di sovversione eseguiti attraverso il Dipartimento di Stato, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e la Fondazione Nazionale per la Democrazia (NED), il Congresso statunitense ha approvato lo stanziamento di circa 404 milioni di dollari.
Per la guerra psicologica radiofonica e televisiva nello stesso arco temporale, sono stati destinati circa 945 milioni di dollari specificamente al sostentamento delle trasmissioni illegali di Radio e TV Martí.
Il totale parziale certificato rivela che nei 25 anni presi in esame, lo Stato nordamericano ha investito ufficialmente 1.349 milioni di dollari dei contribuenti con l’obiettivo esplicito di indurre il logoramento interno di Cuba, escludendo le voci di bilancio di carattere segreto gestite direttamente dal Pentagono, dalla CIA e da altre agenzie d’intelligence. Questa dottrina dell’ingerenza asimmetrica vanta oltre due secoli di tentativi di annessione, riflettendosi nella storicità delle aggressioni subite da Cuba: dall’imposizione dell’Emendamento Platt all’occupazione militare, fino all’introduzione di agenti patogeni, alla guerra biologica e agli attentati terroristici.
E mentre, nel 60° anniversario della Prima Conferenza di solidarietà dei popoli dell’Africa, Asia e America latina, è emersa l’esigenza di edificare una nuova solidarietà tra i popoli del Sud, Cuba ribadisce che, qualora lo scenario dell’aggressione dovesse concretizzarsi, il popolo eserciterà il diritto alla legittima difesa combattendo fino alle ultime conseguenze: fedele al mandato storico di Patria o muerte, ¡venceremos!.
Cuba sotto assedio: la morsa energetica sui cieli e sulle rotte marittime
Geraldina Colotti
La congiuntura economica e logistica che attraversa Cuba in questo mese di maggio 2026 evidenzia un inasprimento delle pressioni asimmetriche che colpiscono direttamente i settori nevralgici dell’isola: l’approvvigionamento di combustibile e le connessioni aeree internazionali. Si tratta di un quadro che mette a dura prova la tenuta dei servizi essenziali e del turismo, una delle principali fonti di valuta estera del paese.
Il monitoraggio dei sistemi di tracciamento marittimo internazionale ha registrato in queste ore un cambio di rotta significativo per la nave cisterna Universal. La petroliera, che trasporta un carico stimato tra i 250.000 e i 270.000 barili di gasolio originariamente associato alla fornitura energetica per l’Avana, si sta allontanando dalle coste caraibiche dirigendosi verso l’Atlantico meridionale a una velocità aumentata a dieci nodi.
La nave era partita dal porto russo di Vysotsk il 18 gennaio di quest’anno ed era rimasta per oltre un mese in navigazione lenta a circa 1600 chilometri dalle coste cubane senza dichiarare un porto d’arrivo, registrata con la formula internazionale for order. L’imbarcazione è legata alla compagnia statale russa Sovcomflot, sottoposta alle sanzioni finanziarie e operative imposte dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dal Regno Unito.
Questo mancato attracco priva il sistema elettrico nazionale cubano di un sollievo atteso, dopo che lo scorso 31 marzo la petroliera Anatoly Kolodkin era riuscita a sbarcare a Matanzas 730 mila barili di greggio russo. Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Energia e delle Miniere di Cuba, la rete elettrica nazionale è riuscita in diversi momenti di questo mese a coprire solo un terzo della domanda complessiva, a causa della scarsità di riserves di diésel e fuel oil per alimentare le centrali termoelettriche.
Le sanzioni dell’Ufficio di Controllo dei Beni Esteri degli Stati Uniti hanno già provocato nei mesi scorsi il dirottamento di altri carichi, come nel caso del mercantile Sea Horse, che a marzo ha dovuto deviare una fornitura verso Trinidad e Tobago.
Il cambio di rotta del petroliero russo Universal nel cuore dell’Atlantico non è un semplice imprevisto logistico, ma la fotografia plastica dell’efficacia del blocco energetico. Questo allontanamento forzato è il risultato diretto dell’Ordine Esecutivo firmato a Washington a inizio anno, intitolato Imposizione di azioni ai responsabili della repressione a Cuba e delle minacce alla Sicurezza Nazionale e alla Politica Estera degli Stati Uniti. Tale decreto serve a codificare l’asfissia commerciale e tecnologica, imponendo sanzioni secondarie e dazi pesantissimi a qualsiasi paese o compagnia che venda o trasporti petrolio verso l’isola. Lo stallo di oltre un mese in mare aperto, con la formula for order, dimostra che la guerra finanziaria della OFAC punta a condizionare le compagnie marittime e assicurative, tagliando i canali di rifornimento vitali per indurre il logoramento interno di Cuba attraverso la fame, lo scoraggiamento e la disperazione.
La crisi del combustibile si riflette direttamente sulla connettività aerea. Dal primo giugno 2026, la compagnia di bandiera spagnola Iberia sospenderà formalmente la sua rotta diretta con l’Avana, dopo aver ridotto le frequenze a soli due voli settimanali durante il mese di maggio. Nelle settimane precedenti, la compagnia aveva tentato di aggirare la mancanza di garanzie di rifornimento di carburante per aviazione nell’isola effettuando scali tecnici strategici a Santo Domingo. Iberia ha annunciato che cercherà di ripristinare la rotta verso la fine del 2026, offrendo nel frattempo triangolazioni via Panama in coordinamento con Copa Airlines.
Il fenomeno non è isolato. Nello stesso settore operano le riduzioni o cancellazioni totali di vettori canadesi come Air Canada, WestJet, Sunwing e Air Transat, oltre a compagnie europee e latinoamericane come World2Fly, Air France, LATAM Perú e Magnicharters. Anche le rotte russe operate da Rossiya Airlines e Nordwind registrano riorganizzazioni logistiche. Al momento, la continuità dei collegamenti con l’Europa è retta principalmente da Air Europa, che mantiene scali tecnici a Santo Domingo, e da Air China, che conserva la rotta Pechino-Madrid-L’Avana con due frequenze settimanali.
In questo clima di accerchiamento caraibico si inseriscono le dichiarazioni della governatrice di Porto Rico, Jenniffer González. González ha affermato, senza fornire alcuna prova o rapporto d’intelligence, che gli Stati Uniti potrebbero trovarsi in una condizione di conflitto bellico aperto con Cuba nel giro di una settimana. Mentre la governatrice evoca scenari bellici per allinearsi con i settori più oltranzisti del Partito Repubblicano statunitense e del trumpismo in Florida, l’isola di Porto Rico versa da anni in una crisi infrastrutturale ed economica profonda, caratterizzata da un sistema elettrico instabile, segnato da blackout costanti e prolungati dopo la privatizzazione affidata a consorzi privati, da una crisi degli alloggi che alimenta la povertà strutturale e da un esodo forzato della popolazione verso gli Stati Uniti continentali per mancanza di occupazione.
L’utilizzo dell’argomento cubano in termini di imminente scontro armato adempie a una precisa funzione politica: intercettare il bacino elettorale conservatore della comunità dell’esilio cubano in Florida, dimostrare subordinazione strategica alle direttive del Pentagono e deviare l’attenzione dell’opinione pubblica portoricana dai fallimenti amministrativi domestici.
Vale ricordare che Porto Rico, in quanto territorio non incorporato degli Stati Uniti, mantiene uno status coloniale che lo priva di seggi con diritto di voto nel Congresso di Washington e della capacità giuridica di dichiarare lo stato di guerra.
Nonostante l’invio della portaerei USS Nimitz nei Caraibi e i piani di aggressione militare denunciati, la strada principale che L’Avana cerca di percorrere, da metà marzo, è quella dei negoziati con l’amministrazione Usa: negoziati che hanno visto la partecipazione del direttore della CIA sul suolo cubano, e persino la presenza del capo delle truppe speciali nordamericane che, il 3 gennaio, ha condotto l’assalto al Venezuela. Un attacco che ha causato la morte di un centinaio di soldati e soldate, fra i quali 32 cubani, e che ha portato al sequestro del presidente venezuelano, Nicolas Maduro, e della first lady, la deputata Cilia Flores.
Da allora, mentre Caracas lotta per mantenere la propria sovranità e negozia con un’arma puntata alla tempia, Washington vorrebbe dettare le proprie condizioni anche all’Avana: ossia imporre lo smantellamento delle postazioni di monitoraggio che Russia e Cina mantengono sull’isola, e imporre una “transizione politica interna guidata” per rimpiazzare la dirigenza rivoluzionaria.
A ciò si aggiunge l’arma del lawfare giudiziario, con l’incriminazione formale emessa il 20 maggio 2026 dal Dipartimento di Giustizia statunitense contro il novantaquattrenne Generale dell’Esercito Raúl Castro Ruz e cinque ufficiali piloti della Defensa Antiaérea y Fuerza Aérea Revolucionaria (DAAFAR) per l’abbattimento degli aerei di Hermanos al Rescate nel 1996.
Una decisione “grottesca e arbitraria”, fanno notare vari analisti, presa trent’anni dopo gli avvenimenti che sono accaduti nello spazio aereo sovrano cubano a seguito di missioni illegali: un espediente fraudolento per giustificare l’aggressione o un intervento descritto eufemisticamente come nation-building. L’organizzazione Hermanos al Rescate venne fondata a Miami nel 1991 da José Basulto, ex agente della CIA e veterano della fallita invasione di Baia dei Porci.
Nata ufficialmente con il pretesto umanitario di soccorrere i migranti nello Stretto della Florida, l’organizzazione si trasformò rapidamente in uno strumento di provocazione politica e violazione sistematica dello spazio aereo cubano. Tra il 1994 e il 1996, i velivoli di Hermanos al Rescate penetrarono ripetutamente nelle zone di volo controllate dall’Avana, sorvolando la capitale e lanciando materiale propagandistico, ignorando i ripetuti avvertimenti formali delle autorità aeronautiche civili di Cuba e della stessa Amministrazione Federale dell’Aviazione degli Stati Uniti.
La crisi culminò il 24 febbraio 1996, quando due aerei Cessna 337 dell’organizzazione furono intercettati e abbattuti da caccia MiG della Forza Aerea Cubana dopo aver violato nuovamente lo spazio aereo sovrano dell’isola. La registrazione delle comunicazioni radio e le stesse dichiarazioni pubbliche successive di José Basulto confermarono che l’obiettivo delle missioni non era umanitario, bensì mirava a provocare un incidente militare internazionale che costringesse gli Stati Uniti a un intervento armato diretto contro Cuba.
Quell’episodio fu immediatamente utilizzato a Washington per convertire in legge permanente le sanzioni del blocco economico attraverso l’approvazione immediata della Legge Helms-Burton. Le attuali dichiarazioni che giungono dai settori della destra portoricana e della Florida continentale, che continuano a rivendicare l’eredità operativa di figure come Basulto attraverso i canali social e i comitati anticastristi, dimostrano che la strategia del conflitto asimmetrico non è mutata.
La risposta di Cuba è arrivata ferma dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU a New York il 26 maggio 2026. Intervenendo nel dibattito aperto sulla difesa dei propositi e principi della Carta delle Nazioni Unite, il Ministro delle Relazioni Esteri Bruno Rodríguez Parrilla ha denunciato la condotta di Washington e l’operato del Segretario di Stato Marco Rubio, accusato di diffondere narrazioni infondate e filtraggi mediatici per giustificare nuove misure ostili. Rodríguez Parrilla ha denunciato l’incriminazione contro Raúl Castro come un atto “moralmente infame” e ha equiparato il cerco petrolifero a un blocco navale e a un crudele castigo collettivo.
Questo assedio energetico – ha detto il ministro – provoca conseguenze umanitarie devastanti, come dimostra la duplicazione della tassa di mortalità infantile, passata da 4,0 a 9,2 per ogni mille nati vivi, e la contrazione dell’aspettativa di vita dei bambini malati di cancro dall’85% al 65% per la carenza di farmaci.
Rodríguez ha allertato la comunità internazionale e il Consiglio di Sicurezza sul rischio di un bagno di sangue in caso di avventura militare, esortando i giovani statunitensi a cercare la verità contro i disegni di una “camarilla elitaria” di Miami.
Al contempo, ha ribadito la disposizione storica di Cuba a un dialogo bilaterale civile e serio su temi di mutuo interesse (terrorismo, narcotrafico, crimine organizzato, migrazione sicura), escludendo però tassativamente qualsiasi interferenza sugli affari interni o sul sistema politico scelto per via costituzionale. Anche il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, è intervenuto da Nairobi per allontanare la possibilità di opzioni militari e definendo le “sanzioni” contrarie al diritto internazionale.
I dati indicano uno schema che si ripete: gli Stati Uniti applicano contro Cuba lo stesso identico “modello” utilizzato all’inizio dell’anno contro il Venezuela, culminato con l’aggressione alla presidenza legittima. Anche in quel caso, l’intervento è stato preceduto da un progressivo blocco dei cieli, simile alla sospensione delle rotte di Iberia e dei vettori canadesi dal primo giugno per tagliare i legami con l’esterno e affossare il turismo, preparando il terreno logistico e l’opinione pubblica mentre asset navali come la portaerei USS Gerald Ford supportavano le operazioni navali contro Caracas prima del 3 gennaio.
Allo stesso modo, si cerca di accreditare la tesi secondo cui Cuba rappresenta una minaccia per la sicurezza degli Stati uniti (così recita il decreto Trump, identico a quello di Obama contro il Venezuela).
L’ultima frontiera di questa strategia di intossicazione mediatica si è palesata con la recente pubblicazione, da parte del sito statunitense Axios, di un articolo basato su presunti rapporti d’intelligence classificati. Secondo Axios, Cuba avrebbe acquistato da Russia e Iran più di 300 droni con l’obiettivo di colpire la base illegale di Guantánamo, la flotta statunitense nel Mar dei Caraibi e obiettivi sensibili sul territorio della Florida, in particolare nel presidio militare di Key West. Un’invenzione mediatica che si scontra con la realtà dei fatti, dato lo sforzo dell’isola caraibica per ottenere generi di prima necessità, ma risponde al consueto meccanismo desinformativo con cui i media statunitensi pavimentano storicamente le aggressioni militari. Basti ricordare la menzogna sulle armi di distruzione di massa in Iraq nel 2003, o la propaganda ufficiale che da tre decenni presenta l’Iran come prossimo alla fabbricazione della bomba nucleare, o la distorsione che etichetta il Messico come narco-stato per celare le responsabilità interne del mercato statunitense.
Come analizzato dalla professoressa Magda Arias dell’Università dell’Avana, l’apparato politico-comunicativo di Washington e dei media egemonici ha intensificato le operazioni di guerra cognitiva e informatica specialmente dopo il primo maggio, quando la massiccia partecipazione popolare alle mobilitazioni per la Festa dei Lavoratori ha smentito le narrazioni occidentali sul collasso del consenso interno, venendo descritta dallo stesso The New York Times come una sfida aperta agli Stati Uniti. L’architettura narrativa agisce attraverso l’allineamento di imprese mediatiche, algoritmi, bot e influencer per scomposizione della verità e viralizzazione di contenuti falsi. L’obiettivo scientifico, descritto nelle dinamiche descritte da Charles Wright in La élite del potere, è instillare la paura, colpevolizzare il governo per gli effetti materiali prodotti dal blocco e spingere l’opinione pubblica ad accettare, come riflesso condizionato, un eventuale intervento militare o una “transizione politica”.
Questa ingegneria del dissenso risponde a una pianificazione finanziaria statale di lungo corso, documentata dai registri ufficiali del Congresso degli Stati Uniti. I dati storici sul bilancio federale stanziato per i programmi di sovversione contro l’isola rivelano investimenti multimilionari nel periodo compreso tra il 1996 e il 2021. Per i programmi di sovversione eseguiti attraverso il Dipartimento di Stato, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e la Fondazione Nazionale per la Democrazia (NED), il Congresso statunitense ha approvato lo stanziamento di circa 404 milioni di dollari.
Per la guerra psicologica radiofonica e televisiva nello stesso arco temporale, sono stati destinati circa 945 milioni di dollari specificamente al sostentamento delle trasmissioni illegali di Radio e TV Martí.
Il totale parziale certificato rivela che nei 25 anni presi in esame, lo Stato nordamericano ha investito ufficialmente 1.349 milioni di dollari dei contribuenti con l’obiettivo esplicito di indurre il logoramento interno di Cuba, escludendo le voci di bilancio di carattere segreto gestite direttamente dal Pentagono, dalla CIA e da altre agenzie d’intelligence. Questa dottrina dell’ingerenza asimmetrica vanta oltre due secoli di tentativi di annessione, riflettendosi nella storicità delle aggressioni subite da Cuba: dall’imposizione dell’Emendamento Platt all’occupazione militare, fino all’introduzione di agenti patogeni, alla guerra biologica e agli attentati terroristici.
E mentre, nel 60° anniversario della Prima Conferenza di solidarietà dei popoli dell’Africa, Asia e America latina, è emersa l’esigenza di edificare una nuova solidarietà tra i popoli del Sud, Cuba ribadisce che, qualora lo scenario dell’aggressione dovesse concretizzarsi, il popolo eserciterà il diritto alla legittima difesa combattendo fino alle ultime conseguenze: fedele al mandato storico di Patria o muerte, ¡venceremos!.