Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube)- Con 51 voti favorevoli e 36 contrari, il parlamento della Slovenia ha riportato al potere Janez Janša, figura simbolo della destra populista europea. Per Janša si tratta del quarto mandato da primo ministro, un ritorno che segna una brusca inversione di rotta nella politica estera e interna del piccolo paese balcanico, dopo gli anni del governo liberale guidato da Robert Golob.
Il nuovo esecutivo nasce da una coalizione di minoranza costruita dal Partito Democratico Sloveno (SDS) insieme ad altre forze conservatrici e nazionaliste, sostenuta in modo precario da un partito di protesta. Una formula fragile dal punto di vista parlamentare ma sufficiente a consentire a Janša di tornare alla guida del governo dopo settimane di stallo politico. Golob, vincitore di misura delle elezioni di marzo, non era riuscito a formare una maggioranza stabile.
Il ritorno di Janša viene accolto con favore dai movimenti della destra radicale europea e dagli ambienti vicini al presidente statunitense Donald Trump, di cui il leader sloveno è da tempo uno dei più fedeli ammiratori nel continente. Durante i precedenti mandati, Janša aveva adottato una retorica fortemente anti-immigrazione, sovranista e ostile ai media indipendenti, guadagnandosi più volte accuse di deriva autoritaria da parte dell’opposizione e delle organizzazioni per la difesa della libertà di stampa.
Il suo ritorno assume un significato politico ancora più evidente dopo la recente sconfitta elettorale del premier ungherese Viktor Orbán, considerato per anni il principale punto di riferimento della destra nazionalista nell’Unione europea. Con Janša di nuovo al governo, il fronte populista europeo ritrova un alleato importante nei Balcani e nell’Europa centrale.
La nuova leadership slovena potrebbe avere conseguenze immediate anche sul piano internazionale, soprattutto per quanto riguarda il Medio Oriente. Il governo di Golob si era distinto negli ultimi due anni per una linea molto critica nei confronti di Israele e per una crescente vicinanza diplomatica alla causa palestinese. Nel maggio 2024 la Slovenia aveva ufficialmente riconosciuto lo Stato di Palestina, diventando uno dei pochi paesi europei a compiere quel passo nel pieno della devastante offensiva israeliana nella Striscia di Gaza.
Golob aveva inoltre denunciato ripetutamente le operazioni militari israeliane nei territori palestinesi occupati, sostenendo iniziative europee per il cessate il fuoco e per l’invio di aiuti umanitari. Una posizione che aveva provocato forti tensioni con il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu.
Janša, al contrario, è considerato uno dei leader europei più vicini a Israele. In passato ha espresso pieno sostegno alle politiche di Netanyahu e ha difeso apertamente le operazioni israeliane contro i palestinesi, presentandole come parte della “lotta globale contro il terrorismo”. Durante uno dei suoi precedenti mandati aveva persino ipotizzato di seguire l’esempio dell’amministrazione Trump trasferendo l’ambasciata slovena a Gerusalemme, progetto poi mai realizzato.
La svolta politica a Lubiana potrebbe dunque tradursi in un raffreddamento delle relazioni con l’Autorità nazionale palestinese e in un riavvicinamento netto a Israele e agli Stati Uniti. Resta però da vedere quanto margine di manovra avrà Janša. La coalizione che lo sostiene appare eterogenea e numericamente instabile, mentre una parte significativa della società slovena continua a guardare con diffidenza alle sue politiche polarizzanti.
Negli anni scorsi il leader dell’SDS è stato spesso al centro di controversie per attacchi ai giornalisti, pressioni sulle istituzioni indipendenti e utilizzo aggressivo dei social media sul modello trumpiano. I suoi oppositori lo accusano di voler importare anche in Slovenia il clima di scontro permanente che caratterizza molti movimenti populisti occidentali.
La sua ascesa avviene inoltre in un momento delicato per l’Europa, segnata dalla crescita delle destre radicali, dalle tensioni economiche e dalle divisioni sulla Palestina e sul sostegno all’Ucraina.