Le recenti consultazioni elettorali municipali in Palestina hanno confermato la frammentazione politica e la crisi di legittimità che investe l’intero spettro della leadership nazionale. Il voto, svoltosi in un contesto di occupazione militare persistente e, nel caso di Gaza, sotto il peso di una disumana devastazione, restituisce l’immagine di un popolo profondamente distante dalle proprie istituzioni, le quali non indicono una votazione politica dal 2006.

In Cisgiordania, l’esito elettorale è stato il risultato scontato e prevedibile di un deserto politico creato ad arte dall’occupazione e da chi in Palestina detiene il potere da decenni, seppur sotto costante minaccia economica e di riconoscibilità internazionale. Fatah e le liste affiliate all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) hanno corso praticamente da sole in molte città, inclusi centri nevralgici come Ramallah e Nablus. In queste località, i candidati dell’ANP hanno assunto il controllo dei consigli comunali per acclamazione, semplicemente perché non esistevano liste sfidanti.

Questo scenario di competizione senza avversari è il risultato diretto del boicottaggio sistematico attuato dalle principali fazioni palestinesi, tra cui Hamas, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il Jihad Islamico e parte dell’Iniziativa Nazionale di Mustafa Barghouti. Il motivo del rifiuto risiede in un controverso emendamento alla legge elettorale, voluto unilateralmente dall’ANP, che ha imposto a ogni candidato il riconoscimento dello stato d’Israele e il rispetto degli accordi sottoscritti dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina a partire dai negoziati di Oslo. Tali accordi comprendono gli impegni di cooperazione con Israele, un punto che gran parte della resistenza e della società civile considera un tradimento degli interessi nazionali, specialmente quando comporta l’arresto e la consegna di palestinesi alle forze occupanti. Escludendo chiunque non aderisse a questa linea, l’ANP ha svuotato le urne di ogni reale significato democratico.

La figura del presidente Abu Mazen e quella della stessa Autorità Nazionale sono ormai da anni prive di reale sostegno popolare o di credibilità residua. Mentre ci si concentra ossessivamente sul proiettarsi come un “partner affidabile” agli occhi dell’Occidente e dell’amministrazione statunitense, la popolazione palestinese percepisce una leadership totalmente inerme di fronte alle quotidiane violenze dell’occupazione. L’ANP assiste impotente, e talvolta complice nei silenzi, alla costruzione di nuove colonie illegali, alla demolizione sistematica delle case palestinesi e alle operazioni militari che portano all’uccisione di civili, compresi bambini, come accaduto anche durante le ore del voto.

L’insistenza di Abu Mazen sulla via negoziale, nonostante il palese fallimento di ogni trattativa e la totale assenza di volontà israeliana di discutere una soluzione a due stati, appare come un esercizio di sopravvivenza burocratica piuttosto che una strategia di liberazione nazionale. Per restare in piedi e ricevere il beneplacito internazionale, l’ANP modera i toni e si dichiara sempre pronta a trattare, mentre sul terreno Israele continua ad allargare l’occupazione violando i medesimi accordi a cui l’ANP si sente invece vincolata.

Spostando lo sguardo sulla Striscia di Gaza, il voto di Deir al-Balah ha rappresentato una novità carica di significati politici e la prima chiamata alle urne dal 2005. Qui l’ANP ha tentato in ogni modo di presentarsi come un’amministrazione unificata e capace, sperando che una vittoria elettorale potesse legittimarla a guidare la gestione di Gaza nel dopo-conflitto attraverso i piani e le istituzioni ideati del presidente USA Donald Trump.

L’affluenza si è fermata però al 23% dei 70mila votanti iscritti al registro locale prima dell’attacco israeliano a Gaza. Il voto si è svolto in circostanze estreme: senza urne ufficiali o inchiostro elettorale bloccati da Israele, con seggi chiusi in anticipo per mancanza di elettricità e numeri che non tenevano conto di morti e sfollati.

Nonostante la lista dell’ANP abbia ottenuto 6 seggi su 15, l’autorità di Abu Mazen vanta un seguito quasi nullo tra i gazawi, che vedono Ramallah come un’entità lontana e incapace di incidere sulle sofferenze quotidiane, dalla mancanza d’acqua potabile alla distruzione delle infrastrutture.

Hamas, dal canto suo, ha adottato una nuova strategia. Pur non partecipando ufficialmente, ha sostenuto la lista “Deir al-Balah ci unisce”, composta da figure indipendenti e tecnici ma chiaramente riconducibili al movimento. Nonostante non si sia spesa nella campagna elettorale, che si è svolta oltretutto principalmente sui social media, la presenza di questa lista aveva lo scopo di trasmettere l’immagine di un gruppo capace di sottoporsi al giudizio popolare e persino di accettare una sconfitta formale – avendo ottenuto solo 2 seggi.

In secondo luogo, e forse più importante per il futuro, Hamas ha testato una metodologia di partecipazione “coperta” che potrebbe essere replicata su scala più ampia: correre attraverso liste civiche o tecnocratiche per aggirare i veti israeliani e internazionali, mantenendo comunque una presenza determinante nei posti di controllo amministrativo locale. Questa mossa suggerisce che il movimento sia pronto a rinunciare alla forma del governo diretto della Striscia, pur di conservare la propria sostanza politica e la capacità di influenzare la gestione del territorio dall’interno delle sue istituzioni civili. Pagine Esteri