Le foto sono dell’agenzia Wafa
Poco più di un milione di palestinesi è chiamato oggi alle urne per rinnovare 183 consigli locali nei Territori occupati, in una consultazione che coinvolge complessivamente 420 enti tra città, villaggi e municipalità. Secondo la Commissione elettorale centrale, gli aventi diritto sono 1.029.550. La partecipazione però sarà frammentata e segnata da esclusioni e boicottaggi politici. E soprattutto da una pressione militare israeliana che pesa come un macigno sulla vita di milioni palestinesi.
Tutti gli occhi sono puntati su Deir al-Balah, dove votano 70.449 elettori: è l’unica circoscrizione della Striscia di Gaza inclusa nel voto, la prima chiamata alle urne municipali dal 2005. La decisione di limitare qui la consultazione riflette una realtà drammatica. Come ha spiegato Jamil Al-Khalidi, responsabile della Commissione elettorale a Gaza, Deir al-Balah è stata scelta perché relativamente meno devastata dai bombardamenti israeliani. Relativamente, appunto. I raid non si sono fermati neppure con la tregua: anche nelle ultime ore si registrano attacchi, come quello che ha ucciso tre palestinesi a Sheikh Radwan, nel nord di Gaza City.
Durante l’offensiva israeliana seguita al 7 ottobre 2023, Deir al-Balah si è trasformata in un rifugio per decine di migliaia di sfollati. La pressione è enorme su servizi già fragili, temi al centro della competizione elettorale. L’acqua potabile arriva nelle case, quando va bene, una volta ogni quattro o cinque giorni. Le infrastrutture sono danneggiate, la raccolta dei rifiuti quasi impossibile, le fognature sono fuori uso. Non sorprende allora che la campagna elettorale, breve e concentrata soprattutto sui social media, abbia assunto toni tecnici più che ideologici. Le liste in corsa – “Pace e Costruzione”, “Deir al-Balah ci unisce”, “Futuro di Deir al-Balah”, “Rinascita di Deir al-Balah” – evocano programmi amministrativi, promettono interventi concreti: acqua, strade, macerie da rimuovere.
Eppure, dietro questa apparente neutralità, la politica resta centrale. Hamas, che ufficialmente boicotta le elezioni per via della legge elettorale dell’Autorità nazionale palestinese che implica il riconoscimento di Israele, ha scelto una strada indiretta: sostenere una lista “indipendente”, “Deir al-Balah ci unisce”, guidata da Adnan Al Fleit. Tecnico con esperienza nel settore bancario, Al Fleit incarna un profilo pragmatico, ma la sua candidatura rappresenta anche un test politico per il movimento islamista.
La leadership di Hamas osserva questo voto con attenzione. Da un lato, vuole misurare il proprio consenso dopo la devastazione della guerra e le sofferenze inflitte alla popolazione. Dall’altro, si prepara a un possibile riassetto del potere nella Striscia, rendendosi disponibile a cedere formalmente il governo a un comitato tecnico palestinese, mantenendo però un’influenza politica attraverso formazioni affiliate. Se la lista sostenuta da Hamas dovesse ottenere un risultato ampio, il movimento potrebbe rivendicare una resilienza politica oltre che militare significativa.
Sul piano regionale e internazionale, il voto si intreccia con negoziati ancora incerti. Al Cairo proseguono i colloqui tra esponenti di Hamas, rappresentanti del cosiddetto Board of Peace promosso dall’amministrazione del presidente Donald Trump e mediatori internazionali. Ma le posizioni restano distanti: Washington condivide la linea israeliana, subordinando la ricostruzione di Gaza al disarmo di Hamas.

Anche Fatah guarda a Deir al-Balah. Il partito pilastro dell’Autorità nazionale palestinese spera che il peso dell’offensiva israeliana sulla popolazione civile si traduca in una perdita di consenso per Hamas. Un risultato modesto del partito rivale rafforzerebbe le ambizioni dell’Anp di tornare a governare Gaza, aggirando le resistenze israeliane e presentandosi come interlocutore agli occhi degli Stati Uniti.
Se a Gaza il voto ha un valore politico e simbolico, in Cisgiordania il quadro è molto diverso. Qui le elezioni si svolgono in 90 consigli comunali con 321 liste e 3.773 candidati, in gran parte indipendenti. Tuttavia, l’assenza di Hamas, del Fronte popolare, della Jihad islamica e in parte dell’Iniziativa nazionale svuota la competizione. In molte città, come Nablus e Ramallah, le liste legate a Fatah assumono il controllo dei consigli per acclamazione, senza avversari.
Il dato complessivo restituisce l’immagine di un sistema politico diviso, dove il voto locale diventa al tempo stesso esercizio amministrativo e terreno di scontro strategico. Tra urne e macerie, i palestinesi cercano risposte immediate ai bisogni quotidiani, ma sanno che dietro la gestione dell’acqua o delle strade si giocano equilibri ben più ampi: il futuro di Gaza, la leadership nazionale, il rapporto con l’occupante israeliani e con una comunità internazionale che è tornata a ignorare la causa palestinese.