Pagine Esteri – Gli attacchi sferrati ieri dal movimento yemenita Ansar Allah contro le infrastrutture saudite hanno provocato danni e vittime. In particolare, le autorità saudite hanno denunciato che il bombardamento dell’aeroporto di Riad che ha distrutto un aereo della Saudia Airlines, ha ucciso anche tre persone e ne ha ferite diverse. L’attacco ha indotto molte compagnie aeree a cancellare i voli per la capitale saudita.
Sul fronte opposto continuano i bombardamenti sauditi sulla capitale yemenita Sana’a e sugli altri territori controllati da Ansar Allah, nel tentativo di costringere la guerriglia sciita a ritirarsi dai territori che affacciano sullo stretto di Bab el Mandeb e mettere così in sicurezza il passaggio delle petroliere di Riad.

Anche sul campo i combattimenti sono gradualmente aumentati di intensità, man mano che ha preso piede l’offensiva delle truppe agli ordini del governo filo-saudita di Aden contro le città conquistate da Ansar Allah il mese scorso, nel sud-ovest del paese, e contro la capitale controllata dagli sciiti e dai loro alleati ormai dal 2015.

I cosiddetti “Houthi”, che hanno accerchiato le forze governative yemenite a Taiz, la terza città più grande dello Yemen, e stanno cercando di difendere le posizioni sulla costa del Mar Rosso, avevano già colpito duramente gli aeroporti e le infrastrutture petrolifere della petromonarchia all’inizio della settimana, provocando altre tre vittime.
Lunedì le forze governative – di carattere per lo più mercenario – hanno riconquistato una parte del territorio intorno alla costa di Bab el-Mandeb dopo gli intensi raid aerei sauditi. Tuttavia, le forze di Ansar Allah sono riuscite a interrompere una strada fondamentale che collega Taiz, una città di oltre mezzo milione di abitanti con una guarnigione di migliaia di combattenti filo-governativi, con Aden, rendendo difficoltosi i rifornimenti.

In evidente difficoltà, l’Arabia Saudita ha premuto insistentemente su Pakistan e Turchia, a cui si è recentemente legata con un accordo di mutua assistenza militare denominato “Patto della Mecca”. Le due potenze regionali hanno a lungo tentennato, negando inizialmente ogni coinvolgimento militare diretto e limitandosi ad un sostegno di carattere logistico e di intelligence, com’è d’altronde avvenuto con gli alleati occidentali della petromonarchia come Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia.

Negli ultimi giorni, però, Mohamed bin Salman ha ottenuto un impegno più consistente soprattutto da parte del Pakistan, che ha accettato non solo di inviare armi e sistemi di difesa aerea in Arabia Saudita, ma anche un consistente numero di truppe. Dopo una riunione di tre ministri in rappresentanza dei tre paesi tenutasi lunedì a Riad, un comunicato ha annunciato che gli aderenti al “Patto della Mecca” passano «immediatamente all’attuazione pratica degli impegni di difesa collettiva» e forniscono «le forze e le capacità militari concordate», assicurandone «il rapido dispiegamento nel Regno». «Il comitato ha concordato di attivare misure di deterrenza collettiva in risposta agli attacchi», ha scritto il Ministro della Difesa saudita Khalid bin Salman, il quale ha citato le presunte minacce della guerriglia sciita nei confronti dei luoghi santi dell’Islam.

Non è chiaro, però, quale sarà il contributo effettivo di Islamabad e Ankara e se i militari dei due paesi verranno dislocati solo in territorio saudita, in chiave difensiva, oppure saranno inviati quantomeno nelle retroguardie del fronte yemenita per sostenere l’offensiva lanciata dalle milizie del governo di Aden.

È per questo che la petromonarchia sta premendo sul governo siriano, guidato dall’islamista sunnita Ahmed al-Sharaa – noto in precedenza come Abu Mohammed al-Jolani, a capo di una organizzazione jihadista prima di esautorare Assad ed assumere il potere – affinché Damasco si renda disponibile ad inviare un continente militare in Yemen.

Secondo il media statunitense Axios, il principe ereditario Mohammed bin Salman avrebbe chiesto a Damasco di contribuire militarmente alla controffensiva saudita inviando in Yemen tra i 10 e i 20 mila soldati.
Secondo alcune fonti ascoltate dall’agenzia Reuters, il governo siriano starebbe valutando sia un contributo difensivo alla sicurezza dell’Arabia Saudita sia una partecipazione diretta alle operazioni militari nello Yemen, anche se il consigliere presidenziale siriano Ahmed Muwafaq Zidan ha negato le indiscrezioni pubblicate dalla stampa.

Sharaa è desideroso di mostrare il sostegno del paese all’Arabia Saudita, che ha prima sostenuto i gruppi jihadisti in guerra con il governo di Damasco e poi ha svolto un ruolo decisivo nell’aiutare l’ex jihadista a ottenere legittimità internazionale. L’Arabia Saudita ha inoltre fornito assistenza finanziaria alla Siria dopo il cambio di regime e una dimostrazione di sostegno da parte di Damasco potrebbe convincere Riad ad allargare ulteriormente i cordoni della borsa.

Ma l’invio di truppe siriane in Yemen contro Ansar Allah costituirebbe un azzardo per un paese che non si è ancora risollevato dalla lunga guerra civile e che al suo interno deve fare i conti con una consistente minoranza alawita che si sente ancora vicina al cosiddetto “Asse della Resistenza”, cioè l’alleanza delle forze sciite mediorientali guidata dall’Iran di cui le milizie “houthi” fanno parte. – Pagine Esteri