Pagine Esteri – Nel pomeriggio di oggi i partiti di destra – gli spagnoli PP e Vox e il catalano Junts – hanno votato contro i due decreti in materia di edilizia abitativa approvati il 29 settembre dal governo presieduto da Pedro Sánchez.
La prima votazione, relativa al decreto che prevedeva il blocco degli sfratti fino al 2030 per gli inquilini definiti “vulnerabili”, l’introduzione di un tetto massimo agli affitti, una blanda limitazione agli acquisti di appartamenti da parte dei “fondi avvoltoio” (come i movimenti per il diritto all’abitare chiamano i fondi di investimento) e consistenti agevolazioni fiscali per i proprietari che avessero diminuito l’importo degli affitti, si è conclusa con 178 voti contrari e 172 favorevoli. Nella seconda, relativa al rinnovo automatico dei contratti di locazione, i no sono stati ancora più numerosi a causa dell’opposizione manifestata anche dal Partito Nazionalista Basco, altra formazione regionale di centrodestra.
Nei mesi scorsi i nazionalisti liberali catalani (che paradossalmente pochi anni fa, durante il braccio di ferro con Madrid per l’indipendenza, contribuirono a far approvare una legge regionale che prevedeva molte delle misure oggi avversate) avevano già impedito l’approvazione di un decreto che raccoglieva alcuni provvedimenti a favore degli inquilini e anche questa volta il loro no – giustificato dalla necessità di «rifuggire soluzioni populiste che diminuirebbero la disponibilità di appartamenti in affitto» e di «salvaguardare i diritti dei piccoli proprietari» – è stato determinante.
Da più di tre anni ormai i socialisti guidano un governo di minoranza appoggiato da varie forze, statali e regionali, di centrosinistra, sinistra e centrodestra che non è riuscito a farsi approvare dal parlamento neanche la legge di bilancio.
Dopo la bocciatura dei due decreti – che comunque raccoglievano solo in parte le richieste dei movimenti per la casa e dei partiti della sinistra radicale – alcuni attivisti del Sindacato degli Inquilini di Madrid, protagonisti della grande “acampada” che da sette giorni occupa la centralissima Puerta del Sol nella capitale, hanno lanciato dei volantini sui banchi dei deputati.
Le organizzazioni per il diritto all’abitare chiedevano infatti l’approvazione dei due decreti considerandoli però solo una insufficiente e tardiva base di partenza per un cambiamento radicale delle politiche sulla casa. I provvedimenti infatti non contenevano nessuna misura efficace contro i fondi speculativi che nel paese posseggono già quasi 700 mila appartamenti, dai quali gli inquilini storici vengono sfrattati spesso con l’uso della forza pubblica dopo un repentino aumento esponenziale degli affitti. Inoltre mentre il primo decreto prevedeva una riduzione sino al 100% dell’imposta sul reddito per quei proprietari che avrebbero abbassato l’assegno mensile anche solo leggermente, per gli inquilini in stato di necessità la riduzione prevista ammontava solo al 10%. Secondo i dati forniti dal sindacato dei tecnici del Ministero delle Finanze (Geshta) solo 121.573 inquilini avrebbero beneficiato della detrazione residua sull’affitto – con un risparmio medio di 212 euro – mentre oltre due milioni di proprietari avrebbero goduto di uno sgravio fiscale medio superiore a 3.000 euro. Le detrazioni fiscali previste per i proprietari sarebbero costate alle casse pubbliche ben 1,2 miliardi di euro l’anno. L’Autorità indipendente per la responsabilità fiscale (AIReF) aveva già avvertito che la misura aveva un carattere regressivo: l’1% dei contribuenti con i redditi più alti avrebbe ricevuto il 15% del beneficio fiscale, mentre il 50% con i redditi più bassi solo il 5%. Per questo le organizzazioni degli inquilini avevano denunciato il previsto “paradiso fiscale per i proprietari”.
Erano inoltre assenti le misure richieste per impedire ai “fondi avvoltoio” di continuare ad acquistare appartamenti prevedendo solo un limite temporale agli acquisti al di sotto del 70% del valore di stima, oltre ovviamente a quelle che avrebbero permesso di espropriare il patrimonio immobiliare già in loro possesso.
Ma la maggioranza del parlamento spagnolo non ha voluto approvare i due provvedimenti, bocciandoli “da destra” a causa soprattutto del previsto rinnovo automatico dei contratti di affitto – tranne in alcuni casi di necessità diretta e urgente da parte dei proprietari – e dell’imposizione dell’Iva del 10% sugli affitti turistici.
Valeria Racu, portavoce del Sindacato degli Inquilini di Madrid, si è scagliata contro “la destra inginocchiata” che “ha votato a favore dei proprietari e contro il popolo”, contro “la sinistra incapace di fornire soluzioni” e contro “un’estrema destra che incolpa di tutto gli immigrati”. «Oggi abbiamo visto qualcosa che il sindacato già sapeva, ma che ora hanno capito tutti: che la Spagna ha un intero Congresso tenuto in ostaggio dai proprietari».
L’organizzazione ha invitato «tutti i sindacati e i consigli di fabbrica, le associazioni di quartiere e scolastiche, i gruppi studenteschi universitari e la società spagnola in generale a scendere in piazza domani e a iniziare immediatamente a organizzare uno sciopero generale che paralizzi il paese».
Per questa sera è prevista una grande assemblea all’accampamento di Puerta del Sol, che vede la presenza di circa 1300 tende e di migliaia di persone, che stamattina hanno manifestato sia davanti al Congresso mentre a Barcellona una mobilitazione assediava la sede di “Junts per Catalunya”.
“Siamo tutti Maricarmen”
A innescare la scintilla, la scorsa settimana, era stata la grande mobilitazione contro lo sfratto di Maricarmen Abascal, un’anziana di 87 anni costretta in sedia a rotelle buttata fuori di casa dalla polizia su mandato di un fondo immobiliare locale che aveva deciso di aumentare l’affitto da 500 a 2650 euro. Il violento sfratto aveva generato indignazione e aveva portato i movimenti per la casa e i movimenti sociali in generale a occupare il centro di Madrid e a pretendere dal governo misure immediate per bloccare gli appetiti infiniti dei multiproprietari e dei “fondi avvoltoio”.
In pochi giorni la mobilitazione e le rivendicazioni dei movimenti per l’abitare avevano sottratto la scena alla battente propaganda xenofoba della destra, che ha tenuto banco dopo l’ingresso illegale a Ceuta, a fine luglio, di decine di migliaia di immigrati descritti come “invasori” e un “pericolo per la sicurezza dei cittadini” dell’enclave spagnola in Marocco. Vox e il Partito Popolare, schierandosi dalla parte dei grandi proprietari immobiliari, hanno provato a spiegare che l’espulsione di milioni di immigrati irregolari o regolari “che rifiutano l’integrazione” risolverebbe automaticamente il problema della casa, ma numerosi sondaggi dimostrano che anche la maggioranza della base elettorale dei partiti di destra condivide la necessità di misure urgenti dirette ad abbassare i canoni di affitto e a rendere più difficili gli sfratti.
Perché in Spagna il problema della casa è così grave?
D’altronde negli ultimi dieci anni il valore degli affitti in Spagna è quasi raddoppiato, ma lo stesso non si può dire per i salari. Tra il 2015 e il 2025 il reddito medio pro capite è aumentato del 50% e i salari di circa il 30%, mentre il prezzo di una casa è aumentato dell’80% e gli affitti dell’87%. A trainare i rincari, poi, sono le grandi aree urbane o le regioni turistificate dove la domanda di alloggi è maggiore, come a Madrid, in Catalogna e alle Baleari. Le vittime principali dell’impennata dei prezzi sono i giovani. In Spagna il 69% delle persone di età compresa tra 18 e 34 anni vive con i genitori mentre nel 2010 erano “solo” il 52%.
A pesare è l’aumento della popolazione che ovviamente accresce la richiesta di alloggi. Dal 2015 in Spagna si contano oltre tre milioni di persone in più, circa il 7% della popolazione. Gran parte dei nuovi abitanti arriva dall’estero: i residenti nati in altri paesi sono passati da 5,8 milioni nel 2015 a più di dieci milioni nel 2026.
All’aumento della popolazione si affiancano gli effetti sul mercato immobiliare della turistificazione. Secondo i dati sugli alloggi brevi monitorati da Eurostat, dal 2018 la Spagna ha raddoppiato il numero di pernottamenti nelle case offerte ai turisti. Secondo una stima dell’Istituto nazionale di statistica, a maggio le case vacanza sparse sul territorio spagnolo – sottratte al mercato degli affitti per i residenti – erano ben 341mila. A ciò si aggiunge il boom di case da parte di residenti all’estero, disponibili spesso a pagare prezzi assai più alti rispetto a quelli che possono permettersi gli abitanti.
Ad aggravare il problema è la mancanza di un’edilizia pubblica adeguata. Secondo l’ultimo rapporto dell’”Osservatorio sugli alloggi e sul suolo”, in Spagna esistono solo 318mila abitazioni pubbliche, cioè l’1,3% del totale. La Spagna è in fondo alla classifica, tenendo conto che secondo l’Ocse nei Paesi Bassi le “case popolari” sono il 34% del totale, in Austria il 24%, in Danimarca il 21%, nel Regno Unito il 16% e in Francia il 14%.
In Spagna esiste anche una categoria edilizia calmierata che però sembra costituire più un problema che una soluzione: infatti i cosiddetti “alloggi di protezione ufficiale”, dopo pochi anni dall’edificazione e dall’assegnazione vengono immessi sul mercato a prezzo pieno.
I dati evidenziano anche un aumento della quota di popolazione che non possiede una casa di proprietà. Secondo l’INE (Istituto Nazionale di Statistica), nel 2025 il 20,2% delle famiglie viveva in alloggi in affitto – il 16,7% a prezzo di mercato e il 3,5% a prezzo più o meno calmierati – mentre la proprietà immobiliare ha raggiunto il minimo storico del 73,3% e il subaffitto rappresentava il 6,5%. In totale l’affitto riguarda circa 4 milioni di famiglie. In termini di individui, la Banca di Spagna stima che circa 9 milioni di persone vivessero in alloggi in affitto alla fine del 2023, con un aumento di circa 3,3 milioni rispetto al 2007. Gli inquilini rappresentano il 20,8% della popolazione, concentrati nella regione di Madrid, in Catalogna, nelle isole Canarie e alle Baleari, rispetto al 4,9% dei proprietari; in altre parole, ci sono circa quattro volte più inquilini che proprietari.
L’85% dei membri del parlamento spagnolo possiede almeno una casa, rispetto al 73% della popolazione, e il 20% ne possiede tre o più, una percentuale che sale al 24-25% nel Partito Popolare (PP), in Vox e nei partiti baschi e catalani di centrodestra.
La strategia di Pedro Sánchez
Il PSOE di Pedro Sánchez è stato colto alla sprovvista dal clamore e dalla mobilitazione suscitata dallo sfratto di Maricarmen Abascal. Assediato a sinistra dalla mobilitazione, il primo ministro spagnolo ha tentato di sfruttare la generalizzata indignazione a proprio favore, presentando in parlamento delle misure che mettessero all’angolo i partiti di destra e restituissero protagonismo politico alla maggioranza di centrosinistra. Nonostante la violenta propaganda della destra, del resto, l’accesso ad una casa rappresenta secondo i sondaggi il principale problema per la maggioranza della popolazione.
Dopo la sconfitta in parlamento – che era prevedibile, vista l’opposizione scontata dei catalani di Junts – fonti governative affermano che Pedro Sánchez si prenderà qualche giorno per riflettere e valutare la possibilità di indire elezioni generali anticipate che potrebbero tenersi alla fine di novembre.
In campagna elettorale i socialisti, attualmente in difficoltà – i sondaggi prevedono un calo relativo del Partito Popolare e una forte crescita dell’estrema destra di Vox mentre il Psoe non avrebbe i numeri per formare di nuovo un governo – potrebbero impugnare la difesa del diritto alla casa per i ceti più deboli e degli incentivi fiscali ai piccoli proprietari. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica, movimenti sociali e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria