Pagine Esteri – La Serbia arriva alle elezioni parlamentari anticipate del 25 ottobre con un Paese sempre più diviso in due. Da una parte Aleksandar Vučić e il Partito progressista serbo, dall’altra il movimento degli studenti che, dopo mesi di proteste, ha deciso di trasformare la propria mobilitazione in una sfida elettorale diretta al sistema di potere costruito dal presidente. In mezzo, un’opposizione frammentata e istituzioni sempre più coinvolte nello scontro politico.

L’atmosfera è quella di un referendum. Non tanto perché gli elettori siano chiamati formalmente a scegliere tra due soli schieramenti, quanto perché la campagna elettorale ha progressivamente assunto questa dimensione: sostenere Vučić significa difendere l’attuale sistema di potere, votare la lista degli studenti significa invece chiedere un cambiamento profondo.

Vučić, che ha lasciato la presidenza della Repubblica per guidare direttamente la campagna dell’SNS, ha scelto una strategia apparentemente semplice: mostrarsi vicino alla popolazione. Il suo nuovo strumento di comunicazione è un furgoncino con il quale attraversa il Paese, presentandosi come un uomo comune che vuole parlare direttamente con i cittadini. L’obiettivo è evidente: contrastare l’immagine di un leader onnipresente sui mezzi di comunicazione ma distante dalla vita quotidiana.

La risposta degli studenti è stata immediata e soprattutto ironica. Hanno organizzato una propria campagna itinerante utilizzando un camion sul quale campeggia lo slogan “Gli studenti vincono”. L’iniziativa ha trasformato quella che avrebbe dovuto essere una novità comunicativa dell’SNS in una parodia politica. È uno degli elementi più caratteristici di questa campagna: gli studenti non cercano di imitare la comunicazione tradizionale dei partiti, ma utilizzano musica, umorismo, immagini e messaggi brevi per costruire una nuova forma di mobilitazione.

Anche una vecchia canzone popolare è diventata uno dei simboli della protesta. “Voglio tre baci, non ne voglio uno, non ne voglio due” viene cantata nelle strade, nei bar, alle feste e nei matrimoni, trasformandosi in una sorta di inno non ufficiale della campagna studentesca. Il paradosso è che la cantante che l’ha resa famosa ha dichiarato il proprio sostegno a Vučić.

Il contrasto tra i due mondi politici è emerso con particolare evidenza il 3 ottobre, quando a Belgrado l’SNS ha organizzato un grande raduno all’Arena, mentre a Novi Pazar gli studenti hanno riunito migliaia di sostenitori. Nella capitale i sostenitori del partito di governo erano organizzati secondo i tradizionali schemi della politica serba, con autobus arrivati da diverse località, magliette, slogan e una grande macchina organizzativa. A Novi Pazar, nel Sangiaccato, la mobilitazione studentesca ha invece mostrato una composizione trasversale, con serbi, bosgnacchi e altri cittadini uniti nella richiesta di cambiamento.

A poche centinaia di metri di distanza sono stati organizzati due mondi contrapposti e la polizia si è schierata tra i due gruppi. È probabilmente questa l’immagine che meglio descrive la Serbia alla vigilia del voto.

Ma la campagna elettorale è stata accompagnata anche da episodi molto più preoccupanti. Il confine tra conflitto politico e violenza fisica si è progressivamente assottigliato. A Novi Sad sono stati segnalati tentativi di sottrarre striscioni agli studenti, mentre a Šabac si sono verificati scontri e tafferugli. A Belgrado, inoltre, una consigliera dell’opposizione, Tanja Mićić, ha denunciato di essere stata aggredita dal sindaco Aleksandar Šapić.

Mićić ha sostenuto di aver riportato gravi lesioni, pubblicando un referto medico che indica una frattura del naso e della mandibola e che ha reso necessario un intervento chirurgico. Šapić ha negato di averla aggredita intenzionalmente e ha sostenuto di essersi limitato a difendersi. L’episodio ha tuttavia avuto un forte impatto politico, anche perché è arrivato mentre l’SNS conduceva una campagna contro gli studenti, accusandoli di promuovere la violenza contro le donne.

Parallelamente, gli studenti hanno denunciato un altro fenomeno: il controllo e il pedinamento dei loro rappresentanti. Secondo la Lista studentesca, alcuni suoi membri sarebbero seguiti da settimane da persone e automobili che ritengono riconducibili alle forze dell’ordine. Le accuse, naturalmente, dovranno essere accertate, ma contribuiscono ad alimentare il clima di intimidazione che accompagna la campagna.

Un’altra partita decisiva riguarda i cittadini serbi residenti all’estero. Per queste elezioni si sono registrati circa 111 mila elettori della diaspora, un numero tre volte superiore a quello delle elezioni del 2023. È un dato politicamente significativo perché tra coloro che intendono votare ci sono anche molti serbi che hanno lasciato il Paese proprio a causa della situazione politica e della mancanza di prospettive.

La gestione del voto all’estero ha però aperto nuove polemiche. In alcuni Paesi sono stati previsti seggi nonostante il numero relativamente basso di iscritti, mentre in altri, dove il numero dei cittadini registrati era consistente, i seggi non sono stati aperti. In Canada, per esempio, gli elettori registrati a Vancouver dovranno raggiungere Ottawa, distante circa 3.500 chilometri. In Romania e Slovacchia non saranno disponibili seggi nonostante la presenza di cittadini serbi registrati.

La diaspora rappresenta dunque un’incognita importante. Il suo aumento potrebbe riflettere una mobilitazione politica di cittadini che normalmente partecipano poco alla vita elettorale serba e che questa volta considerano il voto uno strumento per incidere sul futuro del Paese.

La sfida del 25 ottobre non sarà quindi soltanto una competizione tra partiti. Sarà anche una prova per il sistema politico costruito da Vučić negli ultimi anni e per la capacità degli studenti di trasformare la protesta in consenso elettorale. L’SNS dispone di una macchina organizzativa potente, di una presenza capillare e del sostegno di una parte consistente dell’elettorato. Gli studenti hanno invece dalla loro parte una mobilitazione sociale che ha dimostrato di poter attraversare generazioni, territori e appartenenze politiche.

La vera domanda è se questa energia riuscirà a trasformarsi in voti sufficienti per modificare gli equilibri parlamentari. Per Vučić, il rischio non è soltanto perdere seggi. È vedere incrinarsi l’immagine di invincibilità che ha rappresentato per anni una delle principali risorse del suo potere.

Per questo la Serbia si presenta al voto come un Paese sospeso tra due possibilità. Da una parte la continuità di un sistema politico fortemente centralizzato intorno a Vučić. Dall’altra una protesta nata nelle università e diventata progressivamente un movimento nazionale. Le urne diranno se la frattura che oggi attraversa la società serba resterà una protesta oppure diventerà una vera alternativa politica.