Pagine Esteri- Non è stato un discorso, ma una lunga requisitoria contro tutti coloro, inclusi gli alleati, che lo criticano e criticano Israele per le sue politiche contro i palestinesi e le guerre che porta avanti nella regione mediorientale. Benyamin Netanyahu è salito ieri sera sul podio dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite mentre numerose delegazioni lasciavano la sala in segno di sdegno e dissenso. Le immagini dell’esodo dei diplomatici hanno preceduto un intervento durato circa 37 minuti, nel quale il primo ministro israeliano ha alternato la difesa dell’operato del suo esecutivo ad attacchi contro altri governi, organizzazioni internazionali e singoli esponenti politici.
Appena arrivato al podio, Netanyahu ha definito “codardi morali” coloro che stavano lasciando la sala e ha invitato gli altri a seguirli. La missione israeliana e i sostenitori presenti nelle tribune hanno applaudito mentre i diplomatici uscivano. Il gesto ha trasformato l’inizio del discorso in una rappresentazione dello scontro politico che Israele sta conducendo alle Nazioni Unite e la legalità internazionale.

I primi bersagli sono stati i governi europei. Netanyahu ha accusato Francia e Gran Bretagna di presentare Israele come una potenza coloniale, ricordando che proprio i due Paesi hanno avuto estesi imperi coloniali. Ha poi accusato diversi governi dell’Europa occidentale, tra cui Spagna, Francia, Paesi Bassi, Norvegia, Svizzera e Belgio, di avere ceduto, a suo giudizio, alla “propaganda antisemita”. Un attacco rivolto anche contro il crescente riconoscimento dello Stato palestinese e contro le critiche europee alla linea israeliana di guerra e negazione di diritti a Gaza e in Cisgiordania.
Nel mirino è finito anche il Qatar. Netanyahu ha sostenuto che Doha avrebbe finanziato per anni università statunitensi e Al Jazeera con l’obiettivo di “fare il lavaggio del cervello” alle giovani generazioni, collegando questa attività al sostegno politico e finanziario ad Hamas. Sono affermazioni di Netanyahu che si inseriscono nella sua più ampia accusa secondo cui Israele sarebbe oggi impegnato non soltanto in una guerra militare, ma anche in una battaglia per il controllo dell’informazione.
Ancora più duro il passaggio dedicato alla Turchia. Recep Tayyip Erdogan è stato definito un “tiranno” da Netanyahu, che lo ha accusato di avere perseguitato curdi, giornalisti e oppositori e di negare il genocidio armeno. Erdogan, intervenendo due giorni prima all’Assemblea generale, aveva invece denunciato la situazione a Gaza e chiesto maggiore pressione internazionale su Israele.
Netanyahu ha poi rivolto un attacco personale al sindaco di New York Zohran Mamdani, che nei giorni precedenti lo aveva definito un criminale di guerra e accusato di genocidio nei confronti dei palestinesi. Il primo ministro israeliano ha parlato di Mamdani come di un sostenitore di Hamas autore dell’attacco nel sud di Israele il 7 ottobre 2023. Mamdani ha replicato definendo il discorso di Netanyahu una ripetizione di «menzogne» sulla guerra di Gaza e ricordando che il premier israeliano resta destinatario di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale. Poco prima del discorso, Mamdani aveva piantato un ulivo a Gracie Mansion insieme a famiglie palestinesi provenienti da Gaza, accompagnando il gesto con l’auspicio: «Che la pace sia il nostro futuro».
Il cuore dell’intervento di Netanyahu è stato dedicato a Gaza e Iran. Il premier israeliano ha descritto i combattenti come uomini che si muovevano tra le abitazioni uccidendo con crudeltà. Ha quindi respinto con forza le accuse di genocidio rivolte a Israele, definendole “la menzogna del secolo”. A sostegno della posizione israeliana ha ricordato la distribuzione di vaccini contro la poliomielite e di aiuti alimentari nella Striscia. Sulla Cisgiordania Netanyahu ha contestato persino la definizione di “violenza dei coloni”, sostenendo che una parte degli israeliani coinvolti in episodi denunciati come violenze si starebbe addirittura “difendendo”. Ha minimizzato le violenze parlando di circa “150 giovani” contro i quali, ha detto, anche lo Shin Bet avrebbe adottato misure.
Poi è arrivato l’Iran, presentato da Netanyahu come il prossimo fronte decisivo. Il premier ha sostenuto che il “regime iraniano” cadrà e ha descritto l’attacco contro Teheran lanciato assieme agli Usa lo scorso 28 febbraio, essenziale per la sopravvivena di Israele e della sua popolazione. Ha quindi mostrato un terminale Starlink, presentandolo come uno strumento che può consentire agli iraniani di comunicare liberamente con l’esterno. Subito dopo ha mostrato un cercapersone. Era il riferimento alla strage del settembre 2024 di centinaia di membri di Hezbollah e di civili libanesi compiuta attraverso cercapersone e apparecchi radio. “Ve li ricordate?”, ha chiesto Netanyahu. “Hezbollah certamente se li ricorda.”
Anche la Siria è entrata nel discorso. Rispondendo alle dichiarazioni all’Onu del presidente siriano Ahmed al-Sharaa sulle alture del Golan restano territorio siriano, Netanyahu ha sostenuto che gli ebrei vivono nel Golan “dai tempi di Mosè” e ha citato la Bibbia come fonte. Israele conquistò il Golan alla Siria durante la guerra del 1967 e ne proclamò l’annessione nel 1981, una decisione non riconosciuta dalle Nazioni Unite e dalla maggior parte della comunità internazionale, che considera il territorio siriano e occupato.
Fuori dal Palazzo di Vetro, mentre Netanyahu parlava, New York diventava il secondo teatro della giornata. Più di cento persone sono state arrestate durante una protesta organizzata da Jewish Voice for Peace e da altre organizzazioni contro il premier israeliano. Secondo gli organizzatori, 104 persone sono state fermate durante il sit-in sulla First Avenue, tra loro l’attrice Hannah Einbinder, Susan Sarandon, Chelsea Manning e alcuni candidati democratici alle elezioni. A pochi isolati di distanza si sono svolte altre manifestazioni, comprese quelle di gruppi ebraici progressisti e di UnXeptable, organizzazione composta da dissidenti israeliani. Il messaggio delle piazze era opposto a quello pronunciato nell’aula dell’Assemblea generale: non la difesa del governo Netanyahu, ma la richiesta di fermare la guerra e di interrompere il sostegno militare a Israele.
Dentro e fuori l’Onu, dunque, la giornata di Netanyahu ha prodotto due immagini contrapposte. Da una parte il primo ministro israeliano, solo sul podio mentre una parte consistente delle delegazioni abbandonava l’aula. Dall’altra le proteste nelle strade di New York per la distruzione di Gaza e l’attacco ai palestinesi e ai loro diritti.