Pagine Esteri – Domenica scorsa il parlamento di Algeri ha approvato a larga maggioranza, nel corso di una sessione straordinaria a porte chiuse alla quale hanno partecipato 148 dei 174 deputati, una risoluzione che autorizza il dispiegamento di alcune unità dell’esercito del paese arabo nella regione di Madama, nel nord del Niger, vicino al confine con la Libia.
Finora il governo algerino non ha chiarito quando il contingente verrà inviato in Niger né quanti militari e mezzi ne faranno parte, ma si tratta di una svolta storica nella politica del paese, che non dispiegava truppe all’estero da quando alcune unità delle forze armate algerine vennero inviate in Egitto a sostegno del Cairo nel conflitto contro Israele del 1973.
Secondo una dichiarazione della presidenza algerina, la mossa è stata decisa allo scopo di proteggere gli interessi energetici ed economici del paese, in particolare gli investimenti della compagnia petrolifera statale Sonatrach. Algeri intende inoltre sostenere la giunta militare al potere a Niamey dopo il fallimento di un tentativo di colpo di stato scattato nella notte tra il 28 e il 29 agosto scorsi e diretto a rovesciare il generale Abdourahamane Tchiani.
Già lo scorso 3 ottobre il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, nel corso di un intervento alla tv di stato, aveva dichiarato la propria volontà di «proteggere il Niger a qualsiasi costo», denunciando un complotto contro la giunta di Niamey che coinvolgerebbe paesi non meglio precisati paesi. Secondo il Niger, in particolare, dietro i recenti attacchi contro il proprio territorio di alcuni gruppi armati che si rifugiano in Ciad beneficiando della protezione della locale giunta militare ci sarebbe soprattutto la Francia.
L’approvazione della risoluzione sull’invio delle truppe è stata preceduta, mercoledì scorso, dall’arrivo in Algeria del ministro della Difesa del Niger, Salifou Modi, che ha incontrato il presidente Abdelmadjid Tebboune e il capo dell’esercito Saïd Chengriha.
Nel corso della visita, i rappresentanti dei due governi hanno firmato un protocollo di cooperazione militare che rafforza i legami tra Niamey e Algeri dopo che l’Algeria ha già donato al Niger prima quattro elicotteri da guerra e poi quattro caccia Su-30, accompagnati da un aereo cisterna.
Sonatrach sta progressivamente espandendo i propri investimenti in Niger (paese ricco anche di uranio e oro), attraverso la sua controllata Sipex che gestisce lo sfruttamento del giacimento petrolifero di Kafra, a 85 km dal confine con l’Algeria. Secondo le stime il giacimento potrebbe garantire l’estrazione di oltre 2,5 miliardi di barili di greggio, e Algeri vuole assolutamente evitare che un cambio di regime o interferenze esterne possano mettere in pericolo i propri investimenti.
Inoltre per l’Algeria il Niger è fondamentale per la realizzazione del gasdotto trans-sahariano – noto come TSGP – che dovrebbe estendersi per 4.100 km e trasportare il gas naturale estratto in Nigeria fino all’Europa attraversando proprio il Niger e l’Algeria, collegandosi al Transmed diretto in Italia e al Medgaz diretto in Spagna. Secondo i piani, la pipeline dovrebbe cominciare a funzionare già all’inizio del 2028, trasportando fino ad un massimo di 30 miliardi di metri cubi di gas, permettendo ad Algeri di aumentare le proprie esportazioni verso l’Europa.

Dopo decenni di rinvii legati all’instabilità regionale e a trattative complesse, negli ultimi tempi Algeria, Niger e Nigeria hanno impresso una forte accelerazione al progetto, che Algeri ha concepito anche in contrapposizione all’African Atlantic Gas Pipeline, un corridoio energetico alternativo che coinvolge il Marocco, suo principale rivale nella regione. A giugno le imprese algerine hanno avviato i lavori di realizzazione del tratto di gasdotto che attraverso il suo territorio ed ha inaugurato una centrale elettrica indispensabile per rifornire Niamey e la regione circostante.
Oltre a temere che un nuovo ammutinamento dell’esercito nigerino, sostenuto da potenze straniere, possa mettere in discussione i propri interessi, la Sonatrach e l’Algeria sono preoccupati per il rischio rappresentato dall’insorgenza dei gruppi islamisti, principalmente del JNIM – “Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani” – legato ad al Qaeda, e dello “Stato Islamico del Sahel” legato a Daesh.
Dalla destituzione, nel 2023, del governo civile da parte dell’esercito, la giunta militare guidata dal generale Tchiani ha espulso dal paese le forze militari statunitensi e francesi e si è rivolta alle compagnie militari private russe e all’Africa Corps, direttamente controllato dal Ministero della Difesa di Mosca. Dopo i primi successi contro l’insorgenza jihadista, però, negli ultimi mesi la situazione è peggiorata. Gli attacchi si concentrano soprattutto nella regione dei “tre confini” con Mali e Burkina Faso, ma scontri ed attentati indeboliscono complessivamente la stabilità del paese e la capacità da parte della giunta militare di controllare la situazione.
L’invio di truppe in Niger può rappresentare per l’Algeria uno strumento per aumentare il proprio potere di condizionamento sulla giunta militare al potere nel paese del Sahel.
Le relazioni tra Algeria e Niger, infatti, sono state caratterizzate recentemente da alti e bassi. Inizialmente Algeri non ha accolto favorevolmente il golpe del 2023 contro il governo di Mohamed Bazoum, e solo in seguito i rapporti con la giunta militare sono migliorati.
Poi, però, lo scorso anno l’abbattimento di un drone proveniente dal Mali da parte delle forze armate algerine provocò una certa tensione. Il Niger, il Burkina Faso e lo stesso Mali – tutti guidati da giunte militari salite al potere negli ultimi anni – richiamarono il proprio ambasciatore da Algeri e le relazioni si raffreddarono. Nel luglio scorso, comunque, la recrudescenza dell’insorgenza jihadista e i comuni interessi hanno convinto la giunta militare nigerina a riallacciare buoni rapporti con il paese arabo, con cui condivide un confine desertico di quasi mille chilometri.
L’attivismo economico ed ora anche militare di un paese che si contende con l’Egitto il primato continentale delle forze armate più potenti, si inserisce, infine, in una contesa per l’egemonia regionale che non riguarda ormai soltanto il Marocco, con il quale di fatto Algeri è in uno stato di guerra latente ormai da decenni, ma la porzione di Libia controllata dalla famiglia Haftar e gli Emirati Arabi Uniti. Con questi ultimi, ormai schierati totalmente a supporto di Rabat e del governo della Cirenaica, Tebboune ha rotto ufficialmente le relazioni diplomatiche lo scorso 10 settembre dopo mesi di schermaglie, accusando Abu Dhabi di “azioni provocatorie e ostili” e di tentativi di ingerenza nei propri affari interni.
Presidiando con le proprie truppe la regione settentrionale del Niger, Algeri spera di riuscire a impedire ad Haftar e agli Emirati Arabi di proiettare la propria influenza militare ed economica verso il Sahel passando dal Fezzan.
Dopo aver raddoppiato la propria spesa militare in pochissimi anni, portandola a quasi 26 miliardi di dollari (l’8,8% del Pil) nel 2025, l’Algeria ha deciso di abbandonare la propria tradizionale dottrina di politica estera basata sulla “non interferenza” per passare a una strategia definita “pro-attiva”, diretta non più soltanto a difendere i propri confini dall’instabilità e dall’insorgenza islamista, ma a sostenere apertamente i propri interessi economici e ad estendere la propria egemonia regionale, collegandosi al sistema di alleanze intessuta da Mosca nel Sahel. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica, movimenti sociali e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria