Pagine Esteri – Ieri le milizie del Fronte i Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF) hanno lanciato una vasta offensiva contro le forze del governo federale, mandando in frantumi l’accordo di pace siglato quattro anni fa – e mai rispettato completamente – e dando il via a quello che potrebbe diventare un conflitto militare su vasta scala.

Le forze tigrine hanno preso il controllo degli aeroporti della regione settentrionale etiope, compreso lo scalo di Alula Aba Nega, nella capitale regionale Mekelle, ed hanno lanciato numerosi attacchi contro le basi dell’esercito federale nelle regioni limitrofe di Afar e Amhara unendosi ad alcune milizie locali.

Il TPLF ha di fatto governato l’Etiopia dal 1991 al 2018, prima di essere emarginato con l’ascesa al potere di Abiy Ahmed (di etnia oromo, maggioritaria nel paese). Dal 2020 al 2022 la guerra civile combattuta tra le forze tigrine e quelle federali ha provocato circa 600 mila morti prima di concludersi con l’Accordo di Pretoria, mediato dall’Unione Africana. Tuttora quasi un milione di persone risultano ancora sfollate a causa delle conseguenze del precedente conflitto, mentre la regione del Tigray è alle prese con una grave siccità provocata da “El Niño”.

Ma ora i leader del Fronte di Liberazione tigrino hanno dichiarato di essere stati costretti a mobilitarsi per contrastare l’aggressione del governo federale, che negli ultimi mesi avrebbe intensificato gli attacchi contro l’amministrazione e la popolazione della regione. Effettivamente varie fonti, tra cui i curatori del progetto Armed Conflict Location & Event Data, hanno segnalato negli ultimi mesi che l’esercito etiope ha condotto diversi attacchi con droni contro le forze del Tigray.

Rispetto all’inizio del decennio, il governo federale si trova in una posizione tatticamente più forte grazie all’ammodernamento del suo esercito, che può contare ora su un gran numero di droni, e alla divisione delle forze tigrine ottenuta cooptando una parte della classe dirigente locale che si è quindi schierata con Addis Abeba voltando le spalle al TPLF.

È anche per questo che domenica il TPLF ha annunciato la formazione di un’alleanza con altri sei gruppi armati presenti in altre zone dell’Etiopia – alcuni dei quali schierati su fronti opposti durante la guerra del 2020-2022 – con l’obiettivo di rovesciare il governo presieduto da Abiy Ahmed. Addis Abeba viene accusata di centralizzare il potere e ridurre il peso politico delle regioni, emarginandole.

Map of Ethiopia showing its regions including Tigray, Amhara, Afar, Benishangul-Gumuz, Oromia, Ogaden, and the capital city Addis Ababa.

La cosiddetta “Alleanza delle Forze Popolari Etiopi per la Sopravvivenza” riunisce gruppi etnicamente eterogenei presenti in tutto il paese, dal Tigray a nord sino alla regione somala a sud. Tra questi figurano milizie Oromo, Afar e delle regioni di Benishangul-Gumuz e Ogaden. La forza più consistente dopo il TPLF è il Movimento Nazionale Amhara Fano, che durante il precedente conflitto combatté a fianco delle forze federali ma nel 2023 si è ribellata al governo centrale innescando uno scontro che ha causato migliaia di morti.

«Noi, le forze popolari che si preoccupano della sopravvivenza dei popoli dell’Etiopia, abbiamo la responsabilità storica di rovesciare questo regime», si legge nella dichiarazione letta dal leader di Fano, Zemene Kassie, e trasmessa dalla televisione del Tigrai, controllata dal TPLF.
I gruppi che si sono uniti all’insurrezione contestano la validità e la correttezza delle elezioni generali che si sono tenute a giugno e nelle quali il Partito della Prosperità del premier Ahmed ha conquistato una schiacciante maggioranza parlamentare. I gruppi ribelli Fano e Oromo Liberation Army (OLA) hanno boicottato le elezioni mentre la regione del Tigrè e i suoi sei milioni di abitanti sono stati completamente esclusi dal voto.

Da mesi, diplomatici e analisti avvertono che una ripresa del conflitto nel Tigray potrebbe rapidamente degenerare in una guerra più ampia, sovrapponendosi ai combattimenti nel vicino Sudan e destabilizzando ulteriormente la già instabile regione del Mar Rosso.

Alcuni dei portavoce del governo di Addis Abeba hanno puntato il dito contro la vicina Eritrea, accusando il regime di Asmara di aver instaurato una collaborazione con la fazione del Tplf più oltranzista guidata dal presidente del partito Debretsion Gebremichael (nella foto), che nel marzo 2025 ha estromesso l’amministrazione ad interim del Tigray guidata da Getachew Reda, che nel frattempo si era schierata con il governo federale.

L’Eritrea ha respinto le accuse di sostenere i gruppi armati etiopi ma non è da escludere un’intesa tra Asmara e alcune delle fazioni che si sono ribellate al governo di Addis Abeba.
Nella guerra del 2020-2022 l’Eritrea, paese confinante con l’Etiopia e suo storico avversario, ha sostenuto militarmente il governo contro il TPLF, ma dopo la firma dell’Accordo di Pretoria le relazioni tra i due paesi si sono fortemente deteriorate.

Il dittatore eritreo Isaias Afewerki non ha gradito l’estromissione dai colloqui di Pretoria che portarono al cessate il fuoco. Ad esacerbare ulteriormente l’ostilità di Asmara nei confronti di Addis Abeba è stata la reiterata richiesta del premier Abiy Ahmed di ottenere un accesso al Mar Rosso per l’Etiopia, rimasta senza sbocchi sul mare a causa dell’indipendenza dell’Eritrea nel 1993. Afwerki percepisce le ambizioni marittime di Abiy – culminate nei tentativi di stringere accordi portuali con altre regioni e nelle velate minacce militari – come una provocazione diretta alla propria sovranità territoriale, in particolare riguardo al porto eritreo di Assab.

Da tempo l’Eritrea finanzia e supporta logisticamente non solo elementi tigrini, ma anche le milizie amhara Fano. A livello regionale, poi, l’Eritrea ha stretto delle solide alleanze con l’Egitto, storico rivale dell’Etiopia per via della Grande diga della rinascita (Gerd) sui principali affluenti del Nilo, e con la Somalia, costruendo un asse geopolitico volto a isolare Addis Abeba nel Corno d’Africa. Le tensioni tra Etiopia ed Eritrea si ripercuotono inoltre sul conflitto nel vicino Sudan, dove Asmara e Il Cairo sono schierate dalla parte delle Forze armate sudanesi (Saf), mentre Addis Abeba e gli Emirati Arabi Uniti sostengono le Forze di supporto rapido (Rsf). Secondo l’International Crisis Group migliaia di combattenti tigrini, riuniti nel cosiddetto “Esercito 70”, combattono a fianco dell’esercito sudanese nel Sudan orientale.

Contro i tigrini si è invece schierata apparentemente Washington, con l’ambasciatore statunitense in Etiopia, Ervin J. Massinga, che ha accusato la leadership del TPLF, già sanzionata dal Dipartimento di Stato americano a giugno, di «impegnarsi in una lotta persa in partenza».

Il rischio del coinvolgimento di altri paesi nell’ennesimo conflitto in corso nel Corno d’Africa è quindi estremamente alto. – Pagine Esteri

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* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria