Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube)– Per oltre sessant’anni Cuba ha resistito a un embargo economico che nessun altro Paese al mondo ha subito con la stessa intensità e durata. Ha attraversato la fine dell’Unione Sovietica, il “Periodo speciale”, crisi energetiche, isolamento finanziario e campagne di destabilizzazione. Oggi, però, la sfida che l’isola affronta è diversa: non è più soltanto quella di sopravvivere alle pressioni esterne. Deve evitare che la ricerca della sopravvivenza finisca per affondare il sistema socialista nato dalla rivoluzione del 1959.

L’Assemblea nazionale cubana ha approvato all’unanimità oltre 175 provvedimenti che rappresentano il più vasto pacchetto di riforme economiche dalla vittoria di Fidel Castro. Le misure, sostenute dal presidente Miguel Díaz-Canel, dal primo ministro Manuel Marrero e dall’ex leader Raúl Castro, aprono spazi senza precedenti, tra lo sgomento di molti a Cuba e all’estero, all’iniziativa privata e al capitale nazionale e straniero.

Le nuove norme consentiranno la trasformazione delle imprese statali in società commerciali con quote azionarie e partecipazioni di capitale, permetteranno l’ingresso di banche private nel sistema finanziario, autorizzeranno la vendita di proprietà statali a soggetti privati cubani e stranieri, compresi i cubani residenti all’estero, e ridurranno in modo significativo il ruolo dominante dello Stato nell’economia. Per la prima volta le imprese private potranno assumere oltre cento dipendenti e gestire contemporaneamente più attività economiche.

Si tratta di cambiamenti che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati incompatibili con il modello socialista cubano. Non a caso Manuel Marrero ha riconosciuto apertamente il mercato come “uno strumento per l’allocazione efficiente delle risorse”, una formulazione che segna una rottura ideologica significativa nella storia del Partito comunista cubano.

Le autorità dell’Avana insistono sul fatto che non vi sia alcun abbandono del socialismo. Díaz-Canel ha ribadito che l’obiettivo resta la costruzione di una società socialista sottoposta al “più lungo blocco della storia da parte della più grande potenza mondiale”. Secondo il presidente, le riforme sarebbero uno strumento per difendere il sistema e migliorare la qualità della vita della popolazione.

Tuttavia, dietro la retorica ufficiale emerge una realtà molto più complessa. La crisi economica ha raggiunto livelli che minacciano la stabilità sociale dell’isola. La produzione elettrica soddisfa appena una parte del fabbisogno nazionale a causa della carenza di combustibili. Senza petrolio importato, il sistema energetico funziona a capacità ridotta. Le interruzioni di corrente si moltiplicano, il trasporto pubblico è al collasso, la produzione industriale ristagna e l’inflazione continua a erodere il potere d’acquisto dei salari.

I prezzi dei beni essenziali crescono senza sosta. Dollaro ed euro hanno raggiunto quotazioni proibitive nel mercato informale. Servizi pubblici che per decenni hanno rappresentato il fiore all’occhiello della rivoluzione, dalla sanità ai trasporti, attraversano una fase di profondo deterioramento. In molte città le proteste di strada sono ormai quotidiane. Non sono mobilitazioni guidate da partiti di opposizione o da programmi politici strutturati. Nascono dalla disperazione di una popolazione che fatica a procurarsi elettricità, cibo, medicine e trasporti. Ed è proprio questa spontaneità a renderle particolarmente pericolose per il governo.

In questo contesto le riforme vengono presentate come una necessità. Ma la loro approvazione rappresenta anche il successo della corrente riformatrice guidata da Díaz-Canel contro le resistenze di una parte della burocrazia statale e di partito. Alcuni dei pilastri storici dell’economia rivoluzionaria, come il monopolio statale del commercio estero e la centralizzazione delle forze produttive, vengono di fatto smantellati.

La domanda centrale è se questa apertura riuscirà davvero a salvare il sistema oppure finirà per accelerarne la trasformazione in senso capitalistico. I dubbi non arrivano soltanto dagli ambienti più ortodossi del Partito comunista. Ricardo Ronquillo, presidente dell’Unione dei giornalisti cubani, ha avvertito che il vero pericolo consiste nel fatto che le riforme possano trasformarsi in una strada verso il capitalismo.

Il problema è che il governo sembra stretto in una morsa. Da un lato vi è il blocco economico statunitense, che continua a limitare l’accesso di Cuba ai mercati finanziari internazionali, agli investimenti e ai canali commerciali. Dall’altro lato vi è un’economia interna incapace di generare le risorse necessarie per sostenere il modello sociale costruito dopo il 1959.

Molti osservatori ritengono che le aperture al capitale privato rappresentino un cedimento alle pressioni esercitate da Washington. Eppure la reazione americana dimostra che la Casa Bianca considera insufficienti le concessioni dell’Avana. Un alto funzionario del Dipartimento di Stato ha liquidato le riforme come “segnali di fumo superficiali”, definendole tardive e prive di garanzie di cambiamenti sostanziali.

Donald Trump è andato oltre, accusando la leadership cubana di aver compiuto una manovra ingannevole e chiedendo trasformazioni molto più profonde, soprattutto sul piano politico. In altre parole, non basta l’apertura al mercato. Washington continua a pretendere una resa complessiva del sistema politico cubano. Le minacce di possibili azioni militari sul modello di quelle ventilate contro il Venezuela mostrano come l’obiettivo statunitense non sia semplicemente la liberalizzazione economica, ma la fine dell’esperienza socialista cubana.

Per questo motivo le riforme rischiano di collocarsi in una zona grigia. Sono abbastanza profonde da modificare significativamente l’economia dell’isola, ma probabilmente non abbastanza da convincere gli Stati Uniti ad allentare le sanzioni. Se il blocco dovesse restare in vigore, soprattutto contro il potente conglomerato economico-militare Gaesa, difficilmente il capitale internazionale risponderà con investimenti massicci. Le trasformazioni inoltre potrebbero aumentare le disuguaglianze sociali e il peso del capitale privato senza la rimozione del blocco all’isola.

La rivoluzione nacque per sottrarre Cuba alla dipendenza economica e politica dagli Stati Uniti. Oggi, sotto la pressione di una crisi devastante e di un embargo che continua a strangolare il Paese, il rischio è che la ricerca della sopravvivenza conduca proprio nella direzione opposta: un progressivo adattamento alle logiche del mercato globale e del capitale privato. Un percorso che porta alla fine del progetto socialista cubano.