Un manifesto elettorale di Carlos Pizarro, un documento del movimento per i diritti delle persone omosessuali, una penna legata alla firma dell’accordo di pace del 2016. Sono tra gli oggetti che il governo colombiano ha fatto togliere dal Museo nazionale di Bogotá. Il presidente Abelardo de la Espriella rivendica una “controrivoluzione culturale” contro quello che definisce “comunismo sociale ateo”. Ieri studenti universitari hanno tenuto una lezione all’aperto davanti all’edificio, presidiato dalla polizia, per contestare la rimozione di materiali che raccontano la storia politica e sociale del Paese.

La decisione riguarda più di trenta pezzi esposti nelle sale permanenti. Si tratta di testimonianze delle lotte femministe, dei movimenti LGBTQ+, delle organizzazioni di sinistra e della lunga violenza politica colombiana. La selezione del materiale non è casuale: sono proprio le vicende che mettono in discussione l’immagine di una nazione omogenea, cattolica, ispanofona e governata da una sola tradizione politica. I manifestanti denunciano il tentativo di cancellare dal racconto pubblico soggetti che hanno conquistato visibilità soltanto dopo decenni di esclusione.

La protesta è cominciata sabato 17 ottobre davanti al museo e ha coinvolto artisti, docenti, studenti e attivisti. La polizia ha impiegato idranti e altri mezzi antisommossa durante gli scontri che hanno accompagnato i primi presidi. La Defensoría del Pueblo ha contestato l’ampiezza del dispositivo, giudicato sproporzionato rispetto al carattere prevalentemente pacifico della manifestazione. La presenza delle forze dell’ordine è proseguita anche nei giorni successivi.

Martedì è intervenuto un giudice, ordinando che gli oggetti rimossi vengano conservati in condizioni sicure. Il provvedimento non equivale a imporne il ritorno immediato nelle sale, ma riconosce che la decisione governativa può incidere sulla libertà di espressione e sul diritto alla memoria storica. La controversia si sposta così dalla gestione di un museo a un terreno costituzionale: chi può stabilire quali parti della storia nazionale siano degne di essere viste?

Il caso è particolarmente significativo in Colombia. Il conflitto armato ha attraversato generazioni e coinvolto guerriglie, esercito, gruppi paramilitari, apparati statali e popolazioni civili. L’accordo del 2016 con le FARC, dopo oltre mezzo secolo di guerra, ha aperto un processo incompleto di riconoscimento delle vittime e ricostruzione della memoria. Esporre una penna della firma dell’accordo non significa celebrare tutte le scelte dei protagonisti: significa documentare un fatto che ha modificato la storia del Paese.

Il Museo nazionale non è un archivio privato del presidente. Le sue esposizioni sono il risultato di anni di lavoro di storici, curatori e comunità coinvolte, comprese popolazioni indigene e afrodiscendenti a lungo marginalizzate nelle rappresentazioni ufficiali. I firmatari di un appello contro le rimozioni sostengono che nessun governo dovrebbe decidere cosa i cittadini possano conoscere in base alle proprie simpatie politiche. Chiedono criteri pubblici, autonomia curatoriale e il coinvolgimento delle persone rappresentate dalle opere.

De la Espriella, alleato di Donald Trump, non nasconde il riferimento statunitense. Anche a Washington la Casa Bianca ha attaccato i musei accusati di raccontare in modo troppo critico il passato nazionale. La retorica contro il cosiddetto “woke” viene ora utilizzata a Bogotá per giustificare la revisione delle collezioni. La ministra della Cultura Paola Holguín ha annunciato che il governo sta riesaminando esposizioni e pratiche curatoriali anche in altre istituzioni. Il ministero degli Esteri ha inoltre cambiato il nome di un cortile dedicato in precedenza a un leader indigeno.

Il giudice ha disposto la tutela materiale dei pezzi, mentre la controversia sul loro reinserimento resta aperta. I manifestanti continuano a chiedere che siano riportati nelle sale. Davanti al Museo nazionale, ieri, gli studenti hanno scelto di rispondere alla rimozione degli oggetti facendo lezione in strada. Pagine Esteri