Sono 124 le persone impegnate nella difesa del territorio, dell’ambiente e dei beni comuni assassinate o scomparse lo scorso anno nel mondo. È quanto denuncia l’organizzazione britannica Global Witness nel suo rapporto annuale Potere Collettivo. Uno stillicidio che negli ultimi quattordici anni (2012-2025) ha raggiunto la drammatica cifra di 2.375 vite spezzate o costrette in un limbo. Una media di 170 persone uccise all’anno – quasi una ogni due giorni – nel brutale tentativo di intimidire i movimenti che si oppongono alle violazioni dei diritti umani e ambientali,  schierandosi contro un modello di sviluppo profondamente fagocitatore, depredatore ed escludente.

“I nostri dati non costituiscono una semplice raccolta dei nomi dei difensori assassinati o scomparsi, ma contribuiscono anche a portare alla luce le cause profonde della violenza”, segnala Global Witness. “Individuare queste tendenze e affrontare i fattori che le generano è essenziale, affinché i difensori possano rivendicare i propri diritti alla terra e a un ambiente pulito senza mettere a rischio la propria vita”.

A prima vista, le 124 vittime del 2025 potrebbero indicare una tendenza positiva al ribasso se confrontate con i dati degli anni precedenti, quando i leader uccisi o scomparsi erano stati 146 (2024) e 196 (2023). In realtà, spiega l’organizzazione, si tratta molto probabilmente di una considerevole sottostima, poiché molti casi non vengono denunciati. In situazione di genocidio, gravi conflitti armati, militarizzazione dei territori e violenta repressione contro i movimenti sociali e le comunità indigene e contadine, il clima di paura, l’insicurezza e la sfiducia cronica nei confronti degli organi di giustizia e le forze di sicurezza rendono difficile, se non impossibile, l’identificazione e la verifica dei singoli casi.

Ancora una volta, l’America Latina è il continente che concentra la stragrande maggioranza degli assalti letali di questo “conflitto silenzioso”. Lo scorso anno sono stati 105, pari all’85% del totale globale. Con poco meno di un terzo degli omicidi documentati a livello mondiale (39 casi), la Colombia si conferma uno dei territori più pericolosi per chi difende il pianeta e si oppone al modello neoliberista estrattivista. Il 90% delle vittime apparteneva a popolazioni originarie o contadine.

Manifestazioni in difesa della terra. Foto di Giorgio Trucchi

In Brasile, il numero degli assassinii è raddoppiato rispetto all’anno precedente, raggiungendo quota 26. Anche in questo caso, la maggior parte dei delitti (70%) è legata alle rivendicazioni per il riconoscimento del territorio ancestrale e la demarcazione delle proprietà. Il bilancio delle vittime è raddoppiato anche in Honduras, dove si registrano 12 omicidi e resta drammatica la situazione nel Bajo Aguán. Questa regione è da anni stretta nella morsa di un grave conflitto agrario causato dall’espansione delle monocoltivazioni di palma africana, dalle attività estrattive e dal controllo territoriale da parte del crimine organizzato annidato nelle istituzioni locali.

A guidare la resistenza in questo Paese è la memoria mai sbiadita di Berta Cáceres, leader indigena Lenca insignita nel 2015 del prestigioso Goldman Environmental Prize e assassinata un anno dopo, durante una lunga lotta contro l’imposizione del progetto idroelettrico Agua Zarca. Una vicenda che ha svelato la profonda collusione tra poteri imprenditoriali, finanza globale, istituzioni statali e forze armate.

Sebbene negli anni siano arrivate le condanne per gli esecutori materiali e per uno dei quadri intermedi della società coinvolta (Desarrollos Energéticos S.A. – DESA), il Consiglio delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh) e la famiglia della dirigente denunciano che la piena giustizia rimane un miraggio: i vertici societari, accusati di essere i veri mandanti del crimine, e i grandi finanziatori non sono ancora stati né processati né condannati, lasciando impunita la vera cupola economica e politica dietro l’omicidio.

Miriam Miranda, coordinatrice dell’Organizzazione Fraterna Nera Honduregna (Ofraneh), amica di lotta e compagna di resistenza di Berta Cáceres, ha più volte evidenziato la totale vulnerabilità in cui operano i leader comunitari e la necessità di una forte pressione internazionale. “L’assassinio di Berta Cáceres ha dimostrato che siamo totalmente vulnerabili e che in Honduras difendere la natura significa avere costantemente un bersaglio sulla schiena. C’è un piano intenzionale di espropriazione dei territori e un vero e proprio genocidio contro i popoli che proteggono i beni comuni. Vogliono far sparire le nostre culture per svendere le nostre risorse ancestrali”.

Manifestazioni in difesa della terra. Foto di Giorgio Trucchi

Copinh e Ofraneh denunciano la sistematicità di questa violenza. “L’estrattivismo neoliberista ha dichiarato guerra ai fiumi, alle foreste e alle comunità indigene. Dare la vita per la difesa dei beni comuni non è una metafora, bensì la realtà quotidiana di chi rifiuta di vedere la propria terra svenduta al miglior offerente”.

A Brasile e Honduras segue a ruota il Messico, con 10 difensori assassinati e con un aumento sistematico delle aggressioni non letali e delle sparizioni, seguito dal Guatemala (8) e il Perù (4). Fuori dal continente americano spicca la presenza delle Filippine, terzo Paese al mondo con 12 difensori assassinati, che porta l’Asia a concentrare il 12% del totale delle vittime. Nel contesto filippino, i programmi di lotta controinsurrezionale e i macro-progetti estrattivi hanno nuovamente messo i difensori nel mirino degli apparati statali e delle compagnie multinazionali.

Quasi tre quarti degli omicidi documentati nel 2025 riguardano le popolazioni indigene (37%) e contadine (38%), storicamente prese di mira per aver reclamato i diritti sulle proprie terre ancestrali o aree di riforma agraria. Delle 124 persone assassinate, 109 erano uomini, 14 donne e una persona non binaria.

A questo proposito, l’Iniziativa Mesoamericana delle Difensori dei Diritti Umani (IM-Defensoras) svela una parte sommersa ma devastante del problema, documentando oltre 30.000 aggressioni non letali contro le donne in Messico e in America Centrale tra il 2012 e il 2023. Si tratta di molestie, campagne diffamatorie, minacce verbali, sorveglianza e violenza psicologica.

Se gli omicidi rappresentano la punta visibile e più estrema della ritorsione, dietro di essi si nasconde infatti un vero e proprio “iceberg” di violenza. Sempre più spesso i social media e il web vengono strumentalizzati per screditare e molestare i leader comunitari, minando la fiducia dell’opinione pubblica e isolandoli. Accanto alla gogna digitale, corre parallela la persecuzione giudiziaria.

È ciò che denuncia l’attivista indigena Joan Carling, direttrice di Indigenous Peoples Rights International, in merito alle dinamiche che colpiscono duramente anche il Guatemala: “Se resistiamo ai tentativi di sottrarci le nostre terre e le nostre risorse, veniamo criminalizzati, fatti sparire o uccisi. Oggi le aziende e i governi non usano solo le armi: usano i tribunali e i social media per bollarci come criminali, distruggendo la nostra reputazione prima ancora che i nostri corpi”.

I conflitti fondiari hanno causato più della metà degli omicidi documentati nel 2025, seguiti dai progetti del settore minerario, dello sfruttamento forestale e dell’agroindustria. L’impunità diffusa, la chiusura degli spazi civici e l’azione della criminalità organizzata creano una miscela esplosiva in cui la stragrande maggioranza dei delitti resta senza colpevoli. Tutto ciò evidenzia come l’incapacità – o la connivenza – delle autorità nel garantire protezione e nel risolvere le controversie territoriali finisca per privilegiare gli interessi delle grandi corporazioni nazionali e internazionali, spianando la strada ai killer.

Per arginare questa mattanza globale, Global Witness traccia nel suo rapporto una serie di raccomandazioni urgenti rivolte agli Stati, ponendo al centro del dibattito la necessità politica e giuridica di proteggere i diritti collettivi alla terra. I governi devono riconoscere legalmente i territori e le risorse delle popolazioni originarie, accelerando i processi di titolazione e demarcazione per prevenire il fenomeno dell’accaparramento delle terre (land grabbing), così come garantire l’accesso alla terra e a una vita dignitosa per le famiglie contadine.

Allo stesso tempo, diventa fondamentale garantire che ogni progetto industriale o estrattivo sia sottoposto a processi di consultazione significativi, continui e vincolanti con le comunità locali, assicurando il rispetto del principio del Consenso Libero, Preventivo e Informato (CLP), vigilato da organismi di supervisione indipendenti.

Sul piano della sicurezza e del contrasto alla violenza, il rapporto sottolinea l’importanza di sistematizzare la documentazione degli attacchi, nonché creare osservatori indipendenti per mappare i modelli emergenti di violenza e coordinare i sistemi statali di allerta precoce.

Infine, per spezzare l’impunità strutturale che alimenta il ripetersi di questi crimini, le istituzioni sono chiamate a istituire unità investigative specializzate che facciano luce non solo sugli esecutori materiali, ma soprattutto sui mandanti finanziari e politici degli attacchi. Pagine Esteri