Le scene sono quelle viste e riviste, centinaia se non migliaia di volte, dalla Nakba del 1948, passando per la seconda grande diaspora palestinese del 1967, fino a giungere ai recenti sfollamenti forzati della Striscia di Gaza e alle espulsioni dai campi profughi palestinesi cominciate nel gennaio dello scorso anno. Intere famiglie costrette a lasciare tutto ciò che posseggono, bambini e anziani trascinati fuori al buio, di notte, con un sacco e poco altro sulle spalle. Sta accadendo di nuovo, in questi giorni, a Hebron, dove l’esercito ha svuotato i quartieri più popolati, sottoponendo almeno 3.171 persone – secondo i dati del Comune di Hebron – a una punizione collettiva. Durante la notte sono arrivati nuovi rinforzi militari nei quartieri di al-Jalda, Ein Deir Bahha e Jabal Karbaj. I soldati hanno sequestrato automobili palestinesi, occupato abitazioni e aggredito residenti. Circa quattro edifici residenziali sono stati svuotati dai proprietari, occupati e trasformati in postazioni militari. Il governatorato denuncia la chiusura di 128 cancelli e l’installazione di 120 checkpoint. Le operazioni militari sono cominciate venerdì, dopo la sparatoria avvenuta a un posto di blocco militare nell’area di Farsh al-Hawa, quando sono stati uccisi due soldati israeliani e due uomini palestinesi.
Il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha subito ordinato una chiusura totale dell’area di Hebron e l’esercito è arrivato a occupare la città. I soldati hanno fatto irruzione ad al-Jalda e Deir Bahah, due delle aree più densamente popolate della città, costringendo gli abitanti a lasciare le proprie abitazioni. Hanno utilizzato megafoni per intimare lo sfollamento e mappe per segnalare le sole tre vie d’uscita stabilite, sotto il controllo degli stessi soldati. Circa 70 persone sono state arrestate, diversi esercizi commerciali sono stati distrutti, alcune abitazioni a più piani sono state abbattute, così come altre strutture, mentre le strade sono state danneggiate. In alcune case, come quella del 70enne Higazi, capo della famiglia Shawer al-Tamimi, i soldati sono entrati di notte, imponendo alle 70 persone dei diversi nuclei familiari, tra cui bambini, anziani e malati, di abbandonare la casa entro 15 minuti. Tutti sono stati costretti a camminare per un chilometro, anche gli anziani con problemi di deambulazione. Un filmato mostra Higazi – che ore dopo prova a raggiungere la sua abitazione – bloccato e spintonato dai soldati.
Gli sfollamenti forzati hanno obbligato migliaia di persone a chiedere riparo ai familiari, a dormire nelle automobili o nei centri di accoglienza in allestimento. Nessuno sa quando potrà rientrare. Secondo i testimoni, alcuni militari hanno parlato di giorni, altri hanno risposto che tornare non sarà mai più possibile. Il timore è che l’esercito intenda utilizzare lo stesso progetto di pulizia etnica praticato nei campi profughi del nord della Cisgiordania: 30-40mila palestinesi residenti nei campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati sfollati nel gennaio 2025, nella più grande espulsione di massa dal 1967. Di recente, la Corte suprema israeliana ha chiesto all’esercito di preparare un calendario per il loro ritorno, ma Katz ha risposto che i soldati vi resteranno in maniera permanente e che, se necessario, farà approvare una legge apposita per impedire ai giudici di interferire nelle decisioni militari.
Lo sfollamento di interi nuclei familiari, infatti, non è un effetto collaterale delle operazioni militari, ma una misura annunciata dallo stesso ministro della Difesa Israel Katz, che ha promesso di applicare a Hebron il “modello Jenin”: quartieri svuotati, abitazioni demolite e residenti ai quali viene impedito di tornare nelle proprie case. Il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, e quello delle Finanze, Bezalel Smotrich, hanno attaccato l’Autorità nazionale palestinese, nonostante rappresenti tuttora un partner affidabile nella gestione della “sicurezza” in Cisgiordania. Il suprematista ebraico ha invocato la segregazione totale: “Dobbiamo impedire ai palestinesi di circolare sulle strade della Giudea e Samaria [denominazione con cui indica la Cisgiordania palestinese occupata, ndr]. Le vite dei nostri cittadini, dei nostri soldati e dei nostri poliziotti valgono un milione di volte più della libertà di movimento”. In queste ore le incursioni dell’esercito si sono estese anche nell’area di Ramallah, dove i militari hanno fermato e interrogato sul posto diversi palestinesi. Nell’area di Jenin, intanto, le ruspe israeliane hanno cominciato a demolire serre, edifici agricoli e strutture commerciali nei pressi del villaggio turistico Haddad.
A Gaza, intanto, proseguono senza sosta i bombardamenti israeliani. Nelle ultime 24 ore sono stati registrati 11 morti e decine di feriti. Ieri l’esercito ha colpito due volte l’Università islamica di Gaza City, uccidendo tre dipendenti e ferendo diversi studenti. Questa mattina a Khan Younis sono state uccise altre tre persone, tra cui una bambina di sette anni. A Gaza City i droni israeliani hanno incendiato un accampamento di sfollati, lasciando oltre 800 palestinesi nuovamente senza riparo. L’uso di materiale incendiario per colpire i rifugi di plastica e stracci è sempre più diffuso, come mostrano diversi filmati. È una tecnica utilizzata per costringere le persone a spostarsi da un’area che Tel Aviv vuole svuotare, solitamente per occuparla e costruirvi postazioni militari. Si tratta di azioni tutte formalmente vietate dall’accordo sottoscritto da Israele e Hamas nell’ottobre 2025. Dall’entrata in vigore di quello che è stato presentato dalle parti e dai Paesi mediatori come un “cessate il fuoco”, i palestinesi uccisi sono saliti a 1.559. Pagine Esteri