Pagine Esteri – La decisione del regime azero di proibire alle studentesse di indossare il velo all’interno delle scuole e delle università pubbliche, adottata lo scorso 21 settembre dal Consiglio dei Ministri di Baku, rischia di incrinare i rapporti tra due paesi che si sono a lungo descritti come “fratelli” e che hanno collaborato strettamente in nome dei comuni interessi economici e geopolitici.

La misura – che non cita espressamente il termine “hijab” ma che proibisce di indossare, all’interno delle istituzioni educative, indumenti non conformi con il principio della laicità – ha scatenato nella Repubblica ex sovietica forti polemiche dopo che numerose studentesse sono state respinte dalle aule scolastiche e universitarie perché rifiutavano di togliersi il velo. Le polemiche sono aumentate ulteriormente dopo che il 6 ottobre norme simili sono state varate anche per quanto riguarda l’abbigliamento delle insegnanti, alcune delle quali sarebbero state sospese o licenziate.
Anche se il 96% della popolazione è musulmana, a maggioranza sciita, la Costituzione dell’Azerbaigian sancisce la laicità dello stato. Il regime aveva provato ad imporre il divieto dell’uso dell’hijab già nel 2010 ma con scarsi risultati.
Dopo i provvedimenti del governo, in varie città sono stati segnalati inviti a boicottare le lezioni, presidi davanti alle scuole e agli atenei, lezioni in strada e tafferugli con la polizia. Il regime di Ilham Aliyev ha reagito con la mano dura, facendo arrestare centinaia di persone – la maggior parte delle quali poi rilasciate – mentre i social sono stati rallentati o addirittura sospesi per evitare il propagarsi delle contestazioni.

La decisione del regime azero ha generato una dura reazione in Turchia, sia da parte degli ambienti vicini all’Akp di Erdogan sia di correnti islamiste più radicali. D’altronde nelle scuole e nelle università turche il velo è stato vietato per molti decenni dal regime laicista imposto dal “padre della patria” Mustafa Kemal, è solo l’avvento al potere del “Partito Giustizia e Sviluppo” dell’attuale presidente, frutto di una crescente islamizzazione della società turca, ha di fatto consentito di rimuovere i divieti.
Se inizialmente il regime turco non ha manifestato apertamente le proprie critiche ai cugini azeri, correnti islamiste interne ed esterne all’Akp si sono mobilitate, manifestando in più occasioni davanti al consolato di Baku ad Istanbul. Dopo che alcuni video di studentesse o insegnanti azere che piangevano e protestavano sono diventati virali sui social media turchi, anche molti quotidiani e tv legate al governo si sono scatenate contro la misura imposta dal governo azero e la tensione tra i due paesi è salita.

Il 12 ottobre il consigliere di Erdogan, Oktay Saral, è intervenuto definendo inaccettabile una misura che priverebbe le studentesse islamiche del diritto all’istruzione, chiedendo esplicitamente all’Azerbaigian di correggere la norma appena introdotta. Il partito di governo azero ha reagito ricordando che anche la Turchia, almeno teoricamente, è uno stato laico, ed ha accusato Ankara di ingerenza nei propri affari interni.

Il 16 ottobre, poi, la Procura di Baku non solo ha annunciato l’avvio di un procedimento penale nei confronti di Celal Çiftçi, giornalista di un quotidiano locale turco, ma ha emesso un mandato di arresto per l’uomo accusato di “incitamento al colpo di stato” e di “promozione dell’estremismo religioso”.
Come se non bastasse il 2 ottobre, intervenendo al congresso del partito al potere – il Partito del Nuovo Azerbaigian fondato nel 1992 dal padre Heydar – Ilham Aliyev ha tuonato contro le interferenze nella propria politica estera, affermando che il paese non ha bisogno né di sostegno né di tutela e che nessuno deve «interferire nel nostro stile di vita». Si è trattato di un segnale estremamente chiaro contro il regime turco, grazie al quale pure Baku ha negli anni scorsi sbaragliato l’enclave armena del Nagorno Karabakh.

La verità è che negli ultimi anni, anche grazie al sostegno militare e diplomatico della Turchia, ma soprattutto grazie alla crescita dello sfruttamento delle proprie ingenti risorse energetiche, che hanno reso l’Azerbaigian uno dei principali fornitori di idrocarburi del pianeta, Baku è cresciuta di ruolo diventando una vera e propria potenza regionale. Spazzata via la minoranza armena interna e ridotta all’angolo la vicina Repubblica Armena, sconfitta militarmente grazie al sostegno di Ankara e di Tel Aviv, ora il regime di Aliyev pensa evidentemente di scrollarsi di dosso almeno una parte della tutela finora esercitata dalla Turchia, spingendosi fino a mettere in discussione il motto “Una nazione, due Stati” che descrive il legame linguistico, culturale e nazionale tra i due paesi. Negli ultimi anni Baku ha cercato di approfondire la propria autonomia anche dalla Russia.

Lo scontro sul divieto del velo è sicuramente autentico, vista l’importanza che il regime turco – che lavora da decenni per diventare il capofila internazionale di un “Islam politico” che vada dall’Africa all’Asia centrale, passando per il Medio Oriente – attribuisce alla presenza degli elementi religiosi all’interno della vita sociale e politica.
Ma a increspare i rapporti tra i due paesi è anche il crescente legame tra l’Azerbaigian e Israele, con cui invece la Turchia ha negli ultimi anni fortemente raffreddato le relazioni, diminuendo drasticamente gli scambi commerciali e militari. Le tensioni tra Ankara e Tel Aviv sono così forti che in Israele, nell’ultimo tempi, sono molti coloro che individuano la Turchia come una minaccia esistenziale da “sistemare” subito dopo l’Iran.

È quindi ovvio che ad Ankara l’eccessivo avvicinamento tra Aliyev e Netanyahu abbia fatto suonare parecchi campanelli d’allarme, soprattutto dopo la diffusione delle indiscrezioni sul fatto che non solo il Mossad avrebbe utilizzato il territorio azero per guidare gli attacchi contro Teheran ma che al paese avrebbero avuto accesso anche alcuni reparti delle forze speciali israeliane. Ed ora tra i due paesi sarebbe scattato un accordo, per ora limitato, di cooperazione militare tecnologica che coinvolge l’azienda israeliana Ari Arms. D’altronde già da tempo Baku acquista dall’industria militare israeliana la maggior parte dei suoi arsenali. Di contro, Tel Aviv ormai acquista dall’Azerbaigian il 50% del petrolio che utilizza, che paradossalmente passa dal territorio turco prima di raggiungere il Mediterraneo.

Un altro segnale di preoccupazione per i turchi è stata la decisione, da parte dei diplomatici azeri, di non abbandonare l’Assemblea generale delle Nazioni Unite al momento dell’ingresso del leader israeliano, boicottato invece da parecchie decine di paesi. La spaccatura si è ripetuta ad un recente vertice a Baku della “Conferenza sulle misure di interazione e rafforzamento della fiducia in Asia” (CICA) durante il quale la delegazione turca ha abbandonato la sala insieme ad altre delegazioni durante l’intervento del presidente israeliano Isaac Herzog.

Negli ultimi giorni alcuni esponenti vicini al governo turco stanno tentando di abbassare la tensione. In un recente incontro con Aliyev a Baku il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha affermato che «la natura strategica delle relazioni tra i due paesi prevale su tutto» e il presidente turco ha invitato l’omologo azerbaigiano a partecipare al 13mo vertice dell’Organizzazione degli Stati Turchi che si terrà ad Ankara a fine ottobre. Ankara non vuole tirare troppo la corda, rischiando di allentare ulteriormente gli utili legami con Baku.

Ma il 21 ottobre il ministero degli Esteri dell’Azerbaigian ha dichiarato 31 cittadini turchi, compresi alcuni giornalisti, “persone non gradite”, vietando loro l’ingresso nel territorio del paese.
La crisi è quindi, almeno per ora, tutt’altro che chiusa. Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica, movimenti sociali e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria