Pagine Esteri – Il Mar Rosso è sempre più l’epicentro della competizione strategica nel Corno d’Africa. L’Etiopia vuole uscire dall’isolamento geografico in cui si trova dalla separazione dell’Eritrea, l’Egitto cerca di impedirle di conquistare un accesso al mare una posizione dominante nella regione e Israele intravede nella partita un’opportunità per estendere ulteriormente la propria influenza in quella parte dell’Africa. Attorno a queste ambizioni si stanno ridisegnando alleanze e rivalità, mentre la ripresa della guerra nel Tigray e le mire etiopi riaprono la prospettiva di uno scontro diretto tra Addis Abeba e Asmara.

Il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi ha scelto di rispondere alle ambizioni etiopi costruendo una rete di rapporti politici e militari con i paesi vicini alla rivale. Il 4 ottobre, ad Alamein, sulla costa mediterranea egiziana, ha riunito il presidente eritreo Isaias Afwerki, quello somalo Hassan Sheikh Mohamud e il capo delle forze armate sudanesi Abdel Fattah al-Burhan. Il vertice ha espresso la volontà di coordinare le rispettive posizioni sulla sicurezza del Mar Rosso e ha ribadito che la gestione della navigazione spetta agli Stati che vi si affacciano. Un principio che, nella sostanza, esclude l’Etiopia, priva di una costa dal 1993.

Il Cairo non dispone ancora di un’alleanza militare formalizzata con gli altri tre paesi, ma punta a trasformare la convergenza politica in una forma di cooperazione più strutturata. La posta in gioco non riguarda soltanto la sicurezza marittima. El-Sisi teme che il governo di Abiy Ahmed possa convertire la crescita economica e demografica dell’Etiopia in una capacità di condizionamento dell’intera regione, alterando equilibri dai quali dipendono anche gli interessi vitali egiziani.

All’interno di questa strategia c’è la questione del sostegno di Israele alle aspirazioni etiopi. Il mese scorso, l’ambasciatore israeliano Avraham Neguise ha dichiarato che il suo paese appoggerà apertamente la richiesta di Addis Abeba di ottenere uno sbocco sul mare. Per il Cairo, che considera l’Etiopia una rivale strategica tanto sul piano idrico quanto su quello geopolitico, l’intervento israeliano aggiunge una dimensione internazionale a una contesa già molto delicata. Tel Aviv, dal canto suo, avrebbe interesse a consolidare la propria presenza nel Corno d’Africa e ad ampliare i rapporti con un paese di grande peso demografico, situato in una posizione cruciale per gli equilibri africani e mediorientali.

Il punto più sensibile della disputa è Assab, porto eritreo sul Mar Rosso che il governo etiope considera una possibile soluzione alla propria dipendenza dalle infrastrutture di Gibuti. Quando l’Eritrea ha ottenuto l’indipendenza, nel 1993, Addis Abeba ha perso l’accesso diretto alla costa e da allora affida una parte essenziale del proprio commercio estero ai porti del piccolo Stato confinante. Per un paese con oltre 120 milioni di abitanti, questa dipendenza rappresenta un limite economico e strategico che Abiy Ahmed intende superare.

La richiesta di un accesso marittimo, tuttavia, si scontra con la sovranità eritrea. Il governo etiope richiama anche legami storici con la costa, ma ad Asmara questi argomenti sono percepiti come una contestazione dei confini e una minaccia alla sicurezza nazionale. Assab non è dunque soltanto un’infrastruttura commerciale: è il simbolo di una rivalità che potrebbe riaccendersi dopo anni di rapporti altalenanti e conflitti.

L’Egitto osserva la questione attraverso il prisma della propria sicurezza nazionale. Un’Etiopia dotata di un accesso autonomo al Mar Rosso avrebbe maggiori possibilità di proiettare potenza nella regione e di ridurre la propria vulnerabilità nei confronti dei vicini. Per el-Sisi, questo rafforzamento si sommerebbe alla controversia sulla Grande diga della rinascita etiope (GERD), inaugurata nel 2025 sul Nilo Azzurro.

La diga è per Addis Abeba un’opera fondamentale per la produzione di energia elettrica e lo sviluppo economico. Il Cairo, invece, teme che la gestione delle acque e i futuri riempimenti del bacino possano compromettere le risorse idriche da cui dipende quasi interamente la popolazione egiziana. La disputa non è stata risolta e continua a rappresentare uno dei principali fattori di tensione tra i due paesi. La prospettiva di un’Etiopia più forte sul piano militare e marittimo alimenta quindi le preoccupazioni egiziane, già profonde per la questione del Nilo.

La situazione potrebbe precipitare anche per effetto della crisi interna etiope. Nel Tigray, teatro della guerra combattuta tra il 2020 e il 2022, i combattimenti sono ripresi e all’inizio di ottobre l’esercito ha assunto il controllo di Mekelle, capoluogo regionale. La nuova escalation rischia di riaprire il confronto con l’Eritrea, le cui forze sono state coinvolte nel precedente conflitto. Se Addis Abeba decidesse di spingersi verso il confine o utilizzasse la presenza di militari eritrei nel Tigray per giustificare un intervento oltre frontiera, la disputa sull’accesso al mare potrebbe intrecciarsi con una nuova guerra. In quel caso, Assab diventerebbe un obiettivo di grande valore strategico.

La strategia egiziana comprende anche la Somalia, con cui l’Etiopia è entrata in contrasto dopo l’intesa del 2024 con il Somaliland. L’accordo ha prospettato ad Addis Abeba un accesso alla costa attraverso il territorio della regione separatista, provocando la dura opposizione di Mogadiscio, che considera il Somaliland parte integrante della Somalia. Il Cairo ha rafforzato i rapporti militari con il governo somalo e intende contribuire alla missione dell’Unione africana nel paese. Anche in questo caso, la cooperazione risponde a interessi convergenti: la Somalia vuole contrastare le iniziative etiopi che ritiene lesive della propria sovranità, mentre l’Egitto cerca di impedire alla rivale di conquistare nuovi spazi d’influenza.

Un ulteriore segnale del coinvolgimento egiziano nelle crisi regionali è arrivato ieri, quando la Camera dei rappresentanti ha conferito a el-Sisi il mandato per adottare misure difensive a sostegno dell’Arabia saudita, impegnata nel confronto con gli Houthi in Yemen. L’iniziativa conferma l’intenzione del Cairo di svolgere un ruolo più attivo nelle crisi che investono il Mar Rosso e il Golfo, anche se il sostegno a Riyadh non equivale necessariamente a un intervento militare diretto.

Resta da verificare se la convergenza tra Egitto, Eritrea, Somalia e Sudan potrà trasformarsi in un fronte realmente operativo. I quattro paesi hanno interessi distinti e non condividono necessariamente la stessa strategia nei confronti di Addis Abeba. Il Sudan, inoltre, è devastato dalla guerra interna, mentre i rapporti tra Etiopia ed Eritrea rimangono segnati da una profonda sfiducia.

El-Sisi punta sulle paure dei vicini per limitare le ambizioni etiopi, ma il tentativo di accerchiamento potrebbe produrre l’effetto opposto, accelerando la militarizzazione della regione e rendendo più probabile uno scontro. Per l’Egitto sarebbe un rischio considerevole: una crisi estesa al Mar Rosso minaccerebbe le rotte commerciali dirette al canale di Suez, già esposte alle conseguenze della guerra all’Iran scatenata da Israele e Usa.