Centotrentanove soldati statunitensi entreranno armati in Messico il 20 settembre. Appartengono alla 101ª Divisione aviotrasportata dell’esercito degli Stati Uniti, arriveranno a bordo di un aereo militare americano e trascorreranno dieci giorni nel Centro nazionale di addestramento di Santa Gertrudis, nello Stato settentrionale di Chihuahua. Il Senato messicano ha autorizzato lunedì il loro ingresso con 75 voti favorevoli, nessun contrario e nessuna astensione, accogliendo una richiesta presentata con procedura d’urgenza dalla presidente Claudia Sheinbaum. 

Ufficialmente si tratta di un “Ejercicio Especializado Conjunto”, un’attività di addestramento destinata a migliorare la capacità delle forze armate dei due Paesi di pianificare e condurre operazioni comuni. Il documento approvato dal Senato insiste sui principi di sovranità, integrità territoriale, responsabilità condivisa e “collaborazione senza subordinazione”. 

Il rapporto con gli Stati Uniti sulla sicurezza tocca uno dei punti più sensibili della politica messicana: non è chiaro fino a dove possa spingersi la cooperazione con Washington senza essere considerata ingerenza. La questione è diventata ancora più delicata con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e la progressiva militarizzazione dell’America Latina dietro la giustificazione della lotta al narcotraffico.

Il contingente di settembre non è il primo. È la quarta volta dall’inizio dell’anno che il Senato autorizza l’ingresso di militari statunitensi per attività di addestramento, ma le dimensioni sono cambiate. A febbraio erano stati ammessi 19 uomini per esercitazioni con l’unità di operazioni speciali della Marina a Campeche e altri 12 appartenenti al 7° Gruppo delle forze speciali. In aprile è arrivata una terza autorizzazione per altri 12 militari. Adesso ne entrano 139 in una sola volta. 

Le esercitazioni previste comprendono pianificazione ed esecuzione di operazioni militari; secondo la documentazione riportata dalla stampa messicana sono previste anche attività legate ad assalti aerei, conquista di aeroporti, neutralizzazione di tiratori scelti ed estrazione di obiettivi, con alcune esercitazioni a fuoco reale. 

A rendere particolarmente significativo il luogo scelto è quanto avvenuto pochi mesi fa nello stesso Chihuahua. La presenza di agenti della Cia impegnati nella distruzione di un grande laboratorio di droga aveva provocato una crisi politica perché l’operazione era stata realizzata senza la necessaria autorizzazione federale. Il nuovo ingresso avviene invece attraverso la procedura costituzionale e con l’approvazione unanime del Senato. 

Il Messico sta approfondendo l’integrazione operativa con le strutture di sicurezza statunitensi proprio mentre Washington utilizza il concetto di “guerra al narcotraffico” per spingersi fino al sequestro di capi di Stato e minacce di occupazione politica e militare. L’amministrazione Trump ha classificato organizzazioni criminali latinoamericane come terroristiche, ha rafforzato la presenza militare nella regione e costruito nuove coalizioni di sicurezza presentate anche come strumenti per contrastare l’influenza cinese. La Casa Bianca di Trump si sente totalmente libera di perseguire i propri interessi, a ogni costo, presentando ogni azione violenta come una necessità per contrastare droga e immigrazione.

Sheinbaum continua a escludere categoricamente operazioni militari statunitensi autonome sul territorio nazionale e rivendica il principio della cooperazione senza subordinazione. Ma la pressione di Washington si esercita contemporaneamente sul commercio, sulle migrazioni e sulla sicurezza. I negoziati per un nuovo accordo commerciale bilaterale sono accelerati proprio nelle ultime settimane e gli Stati Uniti chiedono, tra le altre cose, restrizioni più severe agli investimenti cinesi in Messico.