Naza ha scatenato in Israele una reazione molto più violenta di quella provocata da altri documentari che denunciavano crimini compiuti nel Paese. Più di quanto avesse fatto No Other Land, che pure aveva vinto un Oscar e denunciato davanti a milioni di spettatori la violenza dell’occupazione in Cisgiordania. Allora le polemiche erano state feroci, ma il film nasceva dal lavoro comune di due registi israeliani e due palestinesi e raccontava soprattutto la distruzione di Masafer Yatta. Questa volta è diverso. A parlare sono israeliani. I registi Yuval Abraham e Rachel Szor sono israeliani e soprattutto sono israeliani sono i 24 soldati e ufficiali dell’intelligence che, con il volto coperto e la voce alterata, raccontano dall’interno ciò che hanno fatto e visto fare a Gaza.

È probabilmente questa la ragione per cui un documentario di appena 80 minuti, che ha ottenuto un premio speciale della giuria a Venezia, è riuscito a provocare in Israele reazioni violente e scomposte.

Naza non porta alla luce accuse sconosciute. Dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale per selezionare gli obiettivi, delle soglie enormi di civili considerati sacrificabili, delle demolizioni sistematiche, delle esecuzioni e degli spari contro persone disarmate hanno scritto per anni giornali, organizzazioni per i diritti umani e organismi delle Nazioni Unite. Ma Israele ha sempre avuto uno strumento per neutralizzare quelle denunce prima ancora di discuterne il contenuto: delegittimare chi le formulava.

Le Nazioni Unite sono accusate di ostilità pregiudiziale e antisemitismo. Le organizzazioni umanitarie di avere un’agenda politica. I giornalisti palestinesi vengono descritti come inaffidabili o vicini ad Hamas, mentre ai giornalisti internazionali continua a essere impedito di entrare liberamente nella Striscia per vedere e verificare con i propri occhi. Con Naza questo meccanismo si inceppa. Perché questa volta a raccontare i crimini sono uomini e donne che quella guerra l’hanno combattuta. Hanno indossato l’uniforme israeliana, lavorato nelle stanze dell’intelligence, selezionato obiettivi, autorizzato attacchi, osservato le case prima che venissero bombardate.

E in Israele l’esercito non è semplicemente una delle istituzioni dello Stato. È una delle strutture attorno alle quali lo Stato ha costruito identità, coesione e appartenenza collettiva. Ancora nell’ottobre 2024 l’86% degli ebrei israeliani dichiarava di avere fiducia nell’esercito; nel 2025, nonostante il 7 ottobre e le polemiche sui vertici militari, rimaneva una delle istituzioni più rispettate del Paese. Il servizio obbligatorio e quello nella riserva hanno trasformato per decenni l’esercito in quello che in Israele viene chiamato “l’esercito del popolo”. Mettere in discussione il suo comportamento significa quindi colpire qualcosa di assai più profondo delle decisioni di un governo. Significa mettere in discussione l’immagine che una società ha costruito di se stessa.

Lo dimostra la reazione di Gadi Eisenkot. Non un esponente dell’estrema destra, ma uno dei principali avversari di Netanyahu e, soprattutto, un ex capo di stato maggiore dell’esercito. “I combattenti e i comandanti stanno conducendo da quasi tre anni una guerra giusta e dura come mai prima d’ora”, ha scritto. La scelta dei registi di presentare su “un palco internazionale” un’immagine “distorta e unilaterale” e di gettare “discredito morale sui combattenti che proteggono la casa” sarebbe, secondo Eisenkot, “cecità morale, distacco dalla realtà e danno allo Stato di Israele in un momento difficile”. Aggiungendo: “La critica è legittima in una società democratica, ma c’è un abisso tra essa e la denigrazione del nome dei nostri soldati per raccogliere applausi nei festival all’estero”.

Non dice che quella casa non è stata bombardata. Non dimostra che quel civile non è stato ucciso. Non spiega perché le testimonianze raccolte sarebbero false. Il problema diventa dove quelle accuse vengono pronunciate e il danno che possono provocare all’immagine dei soldati israeliani. È lo stesso terreno sul quale si muove il ministro della Cultura Miki Zohar, ma con un linguaggio ancora più violento. Dopo la premiazione a Venezia ha definito Naza un film “spregevole” e accusato Abraham e Szor di una “bruciante avversione per se stessi”: sarebbero disposti “a danneggiare la propria patria pur di ricevere gli applausi degli antisemiti nel mondo”. Per Zohar questo costituisce addirittura “tradimento dello Stato”. Ha annunciato che si attiverà per far revocare ai due registi la cittadinanza israeliana.

Itamar Ben Gvir è andato oltre: “Siete una vergogna e un disonore per tutto il popolo di Israele. Andatevene”, ha scritto rivolgendosi ai registi, aggiungendo di essere certo che i loro “amici”, cioè “i nostri nemici di Hamas a Gaza”, li accoglierebbero “a braccia aperte”. Prima di lui Tally Gotliv aveva chiesto perché i soldati intervistati non fossero già “dietro le sbarre”; Naftali Bennett aveva definito il documentario una “terribile accusa del sangue”. Dalla destra suprematista fino a due dei principali candidati dell’opposizione alla guida del prossimo governo, cambia il linguaggio ma resta un punto comune: chi porta fuori da Israele ciò che l’esercito ha fatto a Gaza danneggia Israele.

Anche l’esercito ha scelto di colpire soprattutto la credibilità dei testimoni. Sono anonimi, sostiene, dunque non è possibile verificarne identità, incarichi e conoscenze. Alcuni parlerebbero inoltre di decisioni strategiche che militari di grado inferiore non potrebbero conoscere. E se davvero avessero assistito a violazioni, aggiunge il portavoce, avrebbero avuto “l’obbligo” di denunciarle attraverso i canali militari affinché fosse valutata l’apertura di un’indagine.

Come se denunciare i propri commilitoni dall’interno di un esercito impegnato in guerra fosse un gesto neutro, senza conseguenze personali, professionali e sociali. Come se il soldato che rompe il silenzio non dovesse poi continuare a vivere dentro una società nella quale la maggioranza considera ancora l’esercito una delle istituzioni più affidabili e nella quale, secondo un sondaggio dell’Israel Democracy Institute, la maggioranza si oppone persino all’apertura di indagini contro militari sospettati di abusi sui palestinesi di Gaza.

E soprattutto come se le denunce interne garantissero giustizia. Soltanto lo scorso agosto l’esercito ha annunciato le prime indagini penali su alcuni dei casi più noti della guerra, dopo aver esaminato circa 150 episodi. Ha aperto pochi procedimenti, per l’uccisione della bambina Hind Rajab e della sua famiglia e per quella di 15 soccorritori palestinesi, ma ne ha esclusi molti altri, compreso l’attacco che uccise sette operatori della World Central Kitchen. Sono numeri che spiegano perché l’invito a “denunciare attraverso i canali previsti” non possa essere considerato una risposta alle testimonianze raccolte nel film.

C’è infine una difficoltà ulteriore. Contro un funzionario delle Nazioni Unite, un’attivista internazionale o un giornalista palestinese la politica israeliana può ricorrere immediatamente all’accusa di antisemitismo, pregiudizio o complicità con Hamas. Con i soldati israeliani è più difficile. Sono proprio quei “guerrieri” la cui reputazione Gotliv pretende di proteggere, gli uomini e le donne che il discorso pubblico celebra come eroi, figli e figlie della nazione. La carta dell’antisemitismo infatti non scompare, ma cambia bersaglio: Zohar parla degli “antisemiti nel mondo” che applaudirebbero i registi, Bennett rispolvera l’antica “accusa del sangue”. Agli israeliani che hanno parlato viene invece riservato un altro lessico: tradimento, vergogna, slealtà, danno alla patria. Il problema non è quello che viene raccontato. È che questa volta Israele non può mettere chi lo racconta dall’altra parte del confine. Pagine Esteri