Ventisei battaglioni sono attualmente schierati sul territorio palestinese occupato, due sono stati aggiunti e altre forze sono preparate per un eventuale impiego. Alla vigilia delle festività ebraiche, inoltre, l’esercito ha mobilitato tutte le unità della divisione che opera in Cisgiordania per verificare la capacità di intervenire contemporaneamente in più aree. Una sorta di simulazione sul campo di occupazione, dove i palestinesi e le loro vite vengono trattati come fossero comparse.

L’aumento di presenza militare non è stato pensato per fermare gli attacchi dei coloni israeliani, che continuano quotidianamente contro persone, abitazioni, terreni e proprietà palestinesi. Le forze aggiuntive servono soprattutto ad aumentare le operazioni contro la popolazione palestinese.

Il Jerusalem Post, quotidiano israeliano vicino alle posizioni governative, parla di un rafforzamento delle attività “preventive” e della pressione militare esercitata nelle città e nei villaggi della Cisgiordania. Una formula che, sul terreno, significa incursioni notturne e all’alba, perquisizioni delle abitazioni, arresti, interrogatori, blocchi stradali, chiusura degli accessi ai centri abitati e presenza permanente dei soldati.

È accaduto ancora questa mattina. A Betlemme i militari israeliani hanno arrestato quattro palestinesi, tra i quali un padre e suo figlio, durante incursioni nella città e nei campi profughi di Dheisheh e Aida. A Tubas i soldati sono entrati in numerose abitazioni. Più a sud, a Beit Ula, a ovest di Hebron, un palestinese è stato invece inseguito durante un’incursione. Secondo fonti locali citate dalla Wafa, i soldati hanno aperto il fuoco contro la sua automobile e lo hanno ferito. Mentre l’uomo veniva trasportato in un centro medico, i militari hanno dato fuoco al veicolo. Altri due palestinesi sono stati arrestati durante operazioni condotte nelle località vicine. La “prevenzione” di cui parlano i vertici è quella che sabato ha portato un soldato a sparare contro un palestinese disarmato. È successo a Faqqua, nei pressi di Jenin. L’esercito è intervenuto quando i palestinesi hanno tentato di bloccare un raid dei coloni del nuovo avamposto illegale di Zayit Bagilboa. Avevano occupato con il bestiame i terreni degli abitanti del villaggio ma i soldati hanno attaccato i palestinesi. Un video mostra Qassem Hussam, circa 35 anni, fermo a diversi metri dai militari e dai coloni, disarmato, quando uno dei soldati gli spara, ferendolo senza un apparente motivo.

L’esercito si è organizzato per una presenza di occupazione permanente soprattutto nel nord della Cisgiordania occupata, dove ha costruito strutture e infrastrutture destinate a permettere ai soldati di rimanere sul territorio e intervenire rapidamente, mentre nuove postazioni vengono realizzate per rafforzare ulteriormente il controllo dell’area. Le fonti della sicurezza israeliana parlano apertamente di una maggiore “libertà d’azione” ottenuta dopo aver preso il controllo dei campi profughi del nord. È il risultato dell’operazione Muro di ferro, lanciata nel gennaio del 2025 contro Jenin, Tulkarem e Nur Shams. L’esercito israeliano entrò nei tre campi con migliaia di soldati, mezzi corazzati e bulldozer, distruggendo strade, abitazioni e infrastrutture e costringendo l’intera popolazione ad andarsene. Più di 33mila palestinesi sono ancora sfollati e non possono tornare nelle proprie case.

Nel rapporto pubblicato all’inizio di settembre, l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani ha documentato la portata delle distruzioni: a Jenin risulta danneggiato o distrutto il 52% degli edifici, a Nur Shams il 48%, a Tulkarem il 36%. Le operazioni hanno compreso bombardamenti aerei, demolizioni controllate e l’impiego di bulldozer corazzati per modificare intere porzioni dei campi. Secondo l’Onu, lo sfollamento “su larga scala, prolungato e sistematico” della popolazione solleva potrebbe configurare un crimine contro l’umanità. L’Alto commissariato, ha parlato di preoccupazioni per una possibile “pulizia etnica” che nella realtà è in corso da anni, con lo sfollamento di intere comunità palestinese causato dalle demolizioni e chiusure israeliane e dalla violenza dei coloni.

Nonostante l’esercito giustifichi le violente ronde dell’esercito come una risposta a possibili azioni palestinesi contro israeliani e coloni, secondo le statistiche dell’apparato di sicurezza israeliano, gli attacchi palestinesi in Cisgiordania sono oggi ai livelli più bassi dal 2011. Un dato che si conferma dopo quasi tre anni durante i quali la popolazione palestinese ha subito una crescita senza precedenti della violenza dei coloni, armati e non, accompagnata dall’espansione delle colonie e degli avamposti, dagli ordini di demolizione e dallo sfollamento delle comunità. Solo negli ultimi giorni palestinesi sono stati picchiati e feriti, terreni agricoli incendiati, automobili e proprietà danneggiate. Migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni perché non più in grado di accedere ai pascoli, alle terre agricole o alle strade che collegano le comunità al resto della Cisgiordania.

Parallelamente, il governo Netanyahu ha accelerato come mai prima l’approvazione di nuove abitazioni nelle colonie, la legalizzazione degli avamposti costruiti senza autorizzazione e la realizzazione di strade e infrastrutture destinate alla popolazione israeliana. Per i palestinesi tutto questo significa vivere sotto un sistema di restrizioni che può essere ampliato in qualsiasi momento. Strade chiuse con cancelli e blocchi di terra, interi villaggi isolati, checkpoint chiusi o rallentati per ore, campagne di arresti di massa, uomini radunati e interrogati sul posto, abitazioni perquisite, incursioni notturne. A questo si aggiungono le aggressioni commesse dai soldati durante le operazioni, che solo raramente producono indagini effettive e ancora più raramente conseguenze penali. In occasione delle festività in Israele, le misure vengono ulteriormente estese. Mentre gli israeliani festeggiano, decine di migliaia di palestinesi vengono sottoposti a un regime ancora più rigido di limitazione della libertà di movimento.