Quando nel settembre del 2023 il Ministero della Giustizia brasiliano chiese ufficialmente scusa al popolo cileno per il ruolo svolto da Brasilia nel golpe del 1973, il gesto portò al centro del dibattito pubblico una verità storica a lungo rimasta coperta dal segreto di Stato. Le ricerche d’archivio desclassificate riassunte nel saggio El Brasil de Pinochet di Roberto Simon hanno dimostrato come l’abbattimento della democrazia cilena non fu soltanto il risultato dell’azione coordinata tra la CIA e le forze armate locali, ma il prodotto di una cospirazione regionale in cui la dittatura militare brasiliana agì da vera e propria avanguardia logistica, finanziaria e operativa.

I documenti mostrano come già nel 1971 esponenti della destra cilena — tra cui Sergio Onofre Jarpa del Partido Nacional — trattassero con la diplomazia e l’intelligence di Brasilia l’invio di fondi per l’acquisto di armi. Negli stessi mesi, l’incontro a Washington tra Richard Nixon e il dittatore Emílio Garrastazu Médici sanciva un patto d’area: il Brasile si offriva come braccio operativo per impedire l’affermazione di esperienze socialiste nel continente. L’ambasciatore brasiliano a Santiago, Antônio Cântaro Canto, trasformò la sede diplomatica nel centro propulsore della destabilizzazione, mappando gli ufficiali cileni favorevoli al colpo di Stato e garantendo supporto economico agli scioperi padronali. All’indomani del golpe, agenti dei servizi segreti e tecnici della tortura di Brasilia operarono nello Estadio Nacional, interrogando gli esuli brasiliani e istruendo i quadri della DINA sulle metodologie di eliminazione degli oppositori.

A cinquantatré anni da quella svolta, la cooperazione tra le forze reazionarie ha compiuto un salto di qualità, definendo una vera e propria internazionale fascista la cui strategia continentale e globale integra guerra d’informazione, lawfare, apparati paramilitari e aggressione militare diretta.

L’espressione più esplicita di questa violazione della sovranità continentale si è vista a Caracas con il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores per mano di forze speciali statunitensi. Un’operazione di pirateria statale e di regime change ad alto impatto che ripropone i metodi di violazione del diritto internazionale della Guerra Fredda, aggiornati alla necessità imperiale di appropriarsi delle riserve energetiche venezuelane e di decapitare la leadership dell’alleanza bolivariana.

In Brasile, la controffensiva delle forze reazionarie in vista delle elezioni si articola attraverso una complessa alleanza tra blocchi di potere economico, corporazioni parlamentari e settori eversivi. A livello politico, l’opposizione al governo progressista si coagula attorno al Partido Liberal (PL) di Flávio Bolsonaro e alle forze del Centrão, affiancate dal dominio legislativo delle potenti frentes parlamentares: la bancada do boi (l’agribusiness esportatore e i grandi latifondisti), la bancada da bala (rappresentanti delle forze di polizia, dell’industria bellica e della militarizzazione) e la bancada evangélica (le gerarchie neopentecostali padrone di imperi mediatici e di reti di consenso di massa).

Sul piano economico, la spinta destabilizzante è sostenuta dai grandi mercati finanziari di Faria Lima a San Paolo, che impongono il dogma del rigore di bilancio per smantellare la spesa sociale, unitamente ai potentati dell’agrobusiness legati all’accaparramento delle terre e all’estrattivismo. Questa struttura istituzionale è affiancata dall’azione eversiva e territoriale delle milizie paramilitari — gruppi armati formati da ex agenti di polizia e bande di vigilantes legati alla galassia bolsonarista — che controllano interi quartieri e aree rurali, esercitando un vero e proprio controllo sociale e un’intimidazione politica diretta sui territori.

In questo dispositivo, il ruolo degli Stati Uniti si conferma centrale: abbandonata l’esclusività delle tradizionali operazioni coperte, Washington opera attraverso il condizionamento dei mercati, l’influenza della diplomazia d’affari, il controllo sulle infrastrutture digitali e l’impiego strategico delle sanzioni economiche per tutelare la propria egemonia sulle filiere estrattive, la biodiversità e le riserve di litio dell’America Latina.

In Cile, il progetto della reazione trova il suo fulcro istituzionale nell’insediamento di José Antonio Kast alla presidenza della Repubblica e nell’egemonia del Partido Republicano. A sostenere questa fase controrivoluzionaria c’è il blocco storico dell’oligarchia finanziaria ed estrattiva — coordinato dalla Confederación de la Producción y del Comercio (CPC) e dalla Sociedad de Fomento Fabril (SOFOFA) — interessato a blindare il modello neoliberista delle AFP pensionistiche e a privatizzare definitivamente la gestione dei giacimenti di litio nel Salar d’Atacama e del rame, sbarrando la strada a qualsiasi tentativo di nazionalizzazione o controllo statale delle risorse.

A questo impianto si affiancano i potentati dei media monopolistici (il gruppo El Mercurio e Copesa) e la spinta ideologica dei gruppi ultraconservatori legati a fondazioni come la Fundación Jaime Guzmán. La strategia continentale di Kast trova la sua piattaforma di coordinamento sovranazionale nelle risoluzioni del Foro de Madrid, l’alleanza promossa dalla fondazione spagnola Disenso (legata a Vox) che riunisce le forze dell’estrema destra iberoamericana: gli accordi del Foro puntano a smantellare le strutture dell’integrazione regionale autonomista, a criminalizzare i movimenti sociali, a promuovere la militarizzazione della Macrozona Sur contro le comunità Mapuche e ad approvare risoluzioni volte a isolare gli esecutivi progressisti dell’area attraverso la narrazione della “difesa della civiltà occidentale” contro l’influenza cinese e il marxismo.

In questo quadro, il fascismo contemporaneo in America Latina — da Javier Milei in Argentina a José Antonio Kast in Cile, fino alle correnti bolsonariste in Brasile — ha trovato nel sionismo un perno ideologico, politico e militare fondamentale. Questa saldatura si articola su tre direttrici principali: la saldatura ideologica fondata sulla retorica della “guerra di civiltà”, dove il sionismo viene assunto dalle destre neofasciste come il baluardo avanzato dell’Occidente cristiano e capitalista contro il “marxismo culturale”, il multipolarismo e i popoli del Sud globale, trasformando la difesa incondizionata delle politiche colonizzatrici dello Stato d’Israele nel test di fedeltà controrivoluzionaria preteso da Washington; la cooperazione militare, di intelligence e di sicurezza privata, campo in cui Israele rappresenta da decenni il principale fornitore di tecnologia di sorveglianza come software spia e droni, unitamente a dottrine di controllo sociale e addestramento tattico per la militarizzazione delle polizie e dei gruppi paramilitari latinoamericani, che esportano direttamente nel Cono Sur il modello d’occupazione palestinese, dai metodi d’assedio nei barrios argentini e nelle favelas brasiliane fino alla repressione del popolo Mapuche in Cile; l’allineamento geopolitico in funzione anti-multipolare, attraverso cui l’asse reazionario identifica l’alleanza con il governo israeliano e gli Stati Uniti come lo strumento prioritario per spezzare l’integrazione latinoamericana promossa da organismi come CELAC, UNASUR e BRICS, imponendo una subordinazione dogmatica agli interessi atlantisti.

Di fronte a questa controffensiva reazionaria, le prese di posizione del presidente brasiliano Lula da Silva alla tribuna delle Nazioni Unite — con la denuncia esplicita del genocidio a Gaza, l’accusa della complicità occidentale nella distruzione del popolo palestinese e la condanna della “tirannia del veto” nel Consiglio di Sicurezza — rappresentano il baluardo politico e morale dell’America Latina progressista. Schierando il Brasile contro l’impunità dell’asse atlantista e sionista, Lula riafferma il ruolo del Sud globale nella difesa del diritto internazionale e della sovranità dei popoli.

Rileggere l’11 settembre 1973 attraverso le carte dell’asse tra Brasilia e Santiago dimostra che la spinta autoritaria nel Cono Sur non è mai stata un fenomeno isolato: ieri come oggi, si tratta di un dispositivo transnazionale coordinato che unisce l’ingerenza imperialista alla violenza fascista e sionista per soffocare le aspirazioni d’indipendenza e giustizia sociale dei popoli latinoamericani. Pagine Esteri