Pagine Esteri – È difficile tracciare oggi un bilancio della guerra tra Russia e Ucraina, ad ormai quattro anni e mezzo dall’invasione da parte di Mosca e a a dodici dall’inizio della repressione di Kiev, dopo il regime change, contro i movimenti indipendentisti del Donbass, dove non a caso si concentrano tuttora le operazioni militari sul campo.
Dopo il fallimento delle trattative di Istanbul – a causa soprattutto delle pressioni occidentali su Kiev – del marzo 2022, i combattimenti continuano a provocare un numero crescente di vittime e di distruzioni mentre non è in campo alcun reale negoziato.
Se con l’invasione su vasta scala del 24 febbraio di quell’anno Mosca intendeva stroncare una possibile adesione dell’Ucraina alla Nato, oggi Kiev è ancora più inglobata all’interno dello spazio geopolitico e militare occidentale che pure nel frattempo ha subito, su iniziativa di Trump, una inedita frattura tra Stati Uniti ed Europa. Come se non bastasse, la guerra in Ucraina ha provocato una generalizzata accelerazione del riarmo mentre le classi dirigenti delle diverse potenze che si contendono lo scacchiere mondiale preparano le rispettive opinioni pubbliche allo scontro diretto col “nemico”.
Se l’obiettivo ucraino è ovvio – resistere il più possibile sperando che l’appoggio occidentale eviti il tracollo del paese – non è altrettanto chiara la strategia di Mosca. La retorica della “denazificazione” di Kiev è stata da tempo abbandonata, e ormai nel discorso russo prevalgono decisamente le pretese territoriali.
All’inizio di quest’anno il protagonismo statunitense sembrava aver aperto alla possibilità di ottenere una cessazione delle ostilità che avrebbe sostanzialmente consegnato la vittoria – parziale ma significativa – a Mosca, ma apparentemente Vladimir Putin non ha voluto o saputo approfittare della finestra messagli a disposizione da un Trump interessato a separare la Russia dalla Cina anche a costo di sacrificare Kiev.
Il risultato è stato che negli ultimi mesi non solo le conquiste territoriali russe in Ucraina hanno subito un forte rallentamento, ma soprattutto la Russia è stata investita da continue ondate di bombardamenti a lungo raggio che potrebbero minarne l’economia e la capacità bellica.
Ad agosto il ritmo di avanzata delle forze russe è leggermente aumentato, concentrato in particolare nella zona della “cintura delle fortezze” nel Donetsk, ma ormai la popolazione della Federazione Russa, che per quattro anni ha vissuto relativamente da lontano gli effetti del conflitto – se non per le centinaia di migliaia di soldati impiegati al fronte – è stata improvvisamente coinvolta nei sempre più micidiali attacchi alle centrali energetiche e alle infrastrutture civili da parte dei droni lanciati da Kiev. Grazie all’assistenza occidentale, l’Ucraina ha dotato i suoi droni a lungo raggio di un sistema che combina la navigazione satellitare protetta dalle interferenze elettroniche, la tecnologia di volo a bassa quota e l’intelligenza artificiale collegata al riconoscimento ottico.
I russi stanno quindi sperimentando un crescente numero di vittime civili, una inedita penuria di carburante e un aumento dei prezzi che potrebbero erodere il finora largo consenso di cui gode il regime. Gli attacchi alle raffinerie di petrolio russe hanno ridotto considerevolmente la capacità di produzione di carburante, mettendo in crisi le esportazioni della Federazione verso i paesi asiatici e costringendo addirittura Mosca ad acquistare benzina all’estero, ad esempio dal Marocco. Inoltre i distruttivi raid contro i magazzini dei giganti russi dell’e-commerce come Wildberries e Ozon hanno mandato in crisi l’intera filiera e provocato seri danni economici.
Alla crescente capacità ucraina di colpire il territorio russo anche a molte migliaia di km dal fronte Mosca ha reagito intensificando gli attacchi con droni e missili balistici contro le città, approfittando anche del fatto che Kiev non possiede missili balistici e non dispone di un numero sufficiente di intercettori, in particolari le munizioni PAC-3 per il sistema Patriot di fabbricazione statunitense. Nelle ultime settimane la Russia ha intensificato gli attacchi prendendo di mira magazzini e centri di distribuzione, infrastrutture ferroviarie e portuali, acciaierie e fabbriche.

Nella sesta notte consecutiva di bombardamenti russi su Kiev, il 1° settembre, sono state uccise 12 persone. Contemporaneamente, gli attacchi ucraini hanno provocato un incendio in un’area portuale vicino a San Pietroburgo e danneggiato alcuni impianti vicino alle raffinerie nella regione di Samara, mentre una persona è morta a Belgorod, vicino al confine. Il 22 agosto dieci persone erano morte a causa degli attacchi ucraini, avvenuti dopo che i droni russi avevano ucciso 16 persone nel centro commerciale di Kryvyi Rih, la città natale del presidente Volodymyr Zelensky nell’Ucraina sudorientale rossofona. Il 29 agosto, infine, il bombardamento russo di un deposito di munizioni ed esplosivi irresponsabilmente sistemato in mezzo alle case nella zona di Bucha ha provocato la morte di 37 persone.
Nelle prossime settimane potremmo poi assistere all’ennesima nuova escalation. Con la discesa delle temperature, la Russia potrebbe scatenare una nuova ondata di bombardamenti contro le centrali energetiche mentre alcuni analisti avvisano sulla possibilità di un ingente passaggio di truppe russe dal territorio bielorusso a nord e a ovest.
Nonostante i forti progressi ucraini, inoltre, la capacità russa di produrre droni a lungo raggio – ad un costo più basso – è nettamente superiore a quella di Kiev. Il bilancio degli ultimi due mesi ha confermato il vantaggio numerico ed economico della Russia: a luglio e agosto le forze di Mosca hanno lanciato circa 10.000 droni a lungo raggio contro l’Ucraina, mentre Kiev ne ha lanciati quattro volte meno. Per quanto riguarda i missili da crociera, la Russia ha effettuato circa 300 attacchi – utilizzando altrettanti missili balistici o ipersonici (Iskander-M, Kinzhal, Tsirkon, S-300/400, oltre ai KN-23/24 forniti dalla Corea del Nord) contro i 45 di Kiev.
Nonostante l’indebolimento del governo ucraino – minato dalla corruzione e dalle divisioni interne al blocco dirigente – e la diminuzione del sostegno statunitense a Kiev, le prospettive di una vittoria schiacciante russa rimangono scarse ed è più probabile che continui e si aggravi la guerra di logoramento che i due paesi stanno conducendo l’uno contro l’altro, provocando un aumento dei costi economici ed umani.
Secondo l’analista militare Ruslan Leviev, fondatore del gruppo di esperti indipendente “Conflict Intelligence Team” citato da Le Monde, «la Russia punta principalmente sul periodo invernale e sul sabotaggio del sistema energetico ucraino. Il suo obiettivo è creare condizioni di vita insostenibili per la popolazione, mentre per l’Ucraina l’obiettivo principale è mostrare alla popolazione russa il costo della guerra, ridurne il sostegno, limitare la capacità di aumentare la spesa militare e fare pressione sulle élite». Secondo Leviev, però, «senza un ulteriore vantaggio politico o militare, queste campagne aeree non costringono l’avversario a concessioni significative».
Gli effetti sulle economie dei due paesi sono intanto gravi. Quella ucraina rimane profondamente indebolita dalle distruzioni, dalla carenza di manodopera e dall’interruzione delle catene di produzione ed esportazione, mentre lo Stato dipende in misura crescente dagli aiuti finanziari occidentali. Per il 2026, il governo ucraino ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita, portandole dall’1,3% allo 0,5%.
In Russia, invece, gli attacchi hanno esacerbato il principale problema economico del Paese, cioè l’inflazione già alimentata dalle ingenti spese militari e dalla carenza di manodopera causata dalla guerra.
Mosca spera però che i crescenti costi sostenuti dai paesi europei per sostenere l’Ucraina convincano prima o poi gli alleati di Kiev a gettare la spugna – magari favorendo l’ascesa al governo di forze contrarie al riarmo o all’assistenza militare all’Ucraina – e Putin sembra voler approfittare della conclamata debolezza della strategia statunitense. Secondo alcune fonti vicine al Cremlino citate da Bloomberg, Mosca considera ormai falliti i tentativi di negoziato e sta ragionando su una nuova intensificazione della “pressione militare”.
Il prolungamento della guerra e l’aumento dei danni economici rischiano però di accrescere la dipendenza della Russia dall’economia cinese. Inoltre il rischio è che l’escalation militare ad un certo punto non riesca a superare una sostanziale condizione di stallo, convincendo Mosca ad utilizzare per la prima volta in un conflitto armi nucleari tattiche di piccole dimensioni ma dall’elevata capacità distruttiva. Il recente viaggio a Mosca del capo della CIA John Ratcliffe, secondo alcune fonti dell’amministrazione statunitense citate dalla stampa americana, sarebbe servita proprio a mettere in guardia Putin sulle conseguenze che un superamento della “linea rossa” potrebbe innescare, anche se nei mesi scorsi era stato proprio Trump a ipotizzare l’uso del nucleare tattico contro l’Iran per superare l’impasse nello scontro con Teheran.

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria