Pagine Esteri – Ricostruire Gaza costerà almeno 71,4 miliardi di dollari. Sette volte la somma necessaria per affrontare i danni provocati da tutte le grandi offensive israeliane condotte sulla Striscia negli ultimi vent’anni.

Ma il denaro, da solo, non basterà. Perché sotto le macerie non sono rimaste soltanto case, scuole, ospedali e infrastrutture. In meno di tre anni, il livello di sviluppo umano della popolazione palestinese è stato riportato indietro di 77 anni. Per ricostruire il tessuto sociale, culturale ed economico cancellato dalla guerra serviranno generazioni.

È l’allarme lanciato da Oxfam in un nuovo rapporto realizzato insieme al Palestine Economic Policy Research Institute e al Palestine Trade Centre, sulla base dei dati di Nazioni Unite, Unione europea e Banca Mondiale e di consultazioni condotte con esperti, accademici, rappresentanti della società civile e del settore economico palestinese.

Le distruzioni materiali e le perdite economiche ammontano già a 57,9 miliardi di dollari. Per sostenere la ripresa della Striscia nell’arco dei prossimi dieci anni ne saranno necessari 71,4, di cui 26,3 miliardi soltanto nei primi diciotto mesi. Oltre la metà dei danni agli edifici riguarda le abitazioni, per un valore complessivo di circa 18 miliardi.

Il confronto con il passato restituisce le dimensioni della devastazione. Dopo le offensive del 2008-2009, del 2014 e del 2021, il costo complessivo stimato per la ricostruzione era stato di circa 10,1 miliardi di dollari, calcolati ai valori del 2025. Interventi che non sono mai riusciti a restituire condizioni di vita dignitose alla popolazione.

«Ogni piano è stato soffocato e reso vano dal blocco ininterrotto di Israele, dall’insufficienza dei donatori e dal susseguirsi delle offensive militari», denuncia Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia. Chi attendeva ancora di tornare nella propria casa distrutta nel 2014, osserva, ha visto quanto restava andare nuovamente in cenere durante l’ultima guerra.

Le cifre del nuovo rapporto non comprendono ciò che non può essere trasformato in un bilancio economico. In meno di tre anni sono stati uccisi 73 mila palestinesi, altri 173 mila sono rimasti feriti e 1,9 milioni di persone sono state costrette a spostarsi ripetutamente da una zona all’altra della Striscia.

Quasi tutte le scuole sono state distrutte o danneggiate, le università rase al suolo. Migliaia di insegnanti, docenti universitari e ricercatori sono stati uccisi. Biblioteche, archivi e documenti che custodivano la memoria storica palestinese sono andati perduti.

La distruzione ha trasferito sulle donne gran parte del lavoro necessario alla sopravvivenza. A Gaza circa 58.600 nuclei familiari sono ormai guidati da donne, mentre la disoccupazione femminile ha raggiunto il 92 per cento. Molte trascorrono dalle otto alle dodici ore al giorno, in alcuni casi fino a sedici, in attività di cura non retribuite: fare la fila dall’alba per ottenere acqua, cucinare su fuochi alimentati con legna o rifiuti, assistere feriti, anziani e bambini.

Oltre 50 mila persone hanno bisogno di programmi di riabilitazione a lungo termine. Secondo le stime raccolte da Oxfam, l’83 per cento delle persone con disabilità non può contare su alcuna forma adeguata di assistenza. Molte vivono in tende o in rifugi progettati per duemila persone e arrivati a ospitarne ventimila, dove fino a 650 persone possono essere costrette a condividere un solo bagno.

Anche la terra è stata compromessa. Frutteti cresciuti nel corso di decenni, serre e raccolti sono stati distrutti. I terreni agricoli risultano contaminati da metalli pesanti e residui di esplosivi. La falda acquifera costiera è vicina al collasso, mentre le acque reflue non trattate continuano a riversarsi in mare, facendo riemergere il rischio di malattie che erano state quasi debellate, compresa la poliomielite.

Il rapporto non si limita a calcolare i danni. Propone un piano quinquennale per la ripresa fondato su un principio che Oxfam considera imprescindibile: la ricostruzione deve essere guidata dai palestinesi.

«Qualsiasi piano è destinato a fallire, indipendentemente dalla cifra stanziata, se sarà imposto dall’alto», afferma Pezzati. Istituzioni locali, società civile e attori economici palestinesi devono poter decidere priorità, modalità e tempi degli interventi. Gaza non può essere separata dalla Cisgiordania e da Gerusalemme est, né affidata a un’amministrazione transitoria internazionale che sottragga nuovamente ai palestinesi il controllo sul proprio futuro.

La richiesta è rivolta soprattutto al Board of Peace, presieduto dagli Stati Uniti, e ai governi che parteciperanno alle prossime conferenze dei donatori. Oxfam chiede il trasferimento immediato dell’amministrazione della Striscia ai palestinesi, la fine del blocco e delle restrizioni che hanno impedito le precedenti ricostruzioni, l’accertamento delle responsabilità israeliane e l’apertura di un orizzonte politico che ponga fine all’occupazione.

Il rapporto richiama anche le responsabilità dei Paesi che hanno fornito armi o sostegno politico a Israele. «Gli Stati, inclusa l’Italia, che hanno armato, coperto direttamente o indirettamente la distruzione di Gaza, devono contribuire alla riparazione dei danni», sostiene Pezzati.

Le promesse dei donatori, del resto, non si sono quasi mai trasformate integralmente in stanziamenti. Dei 5,4 miliardi di dollari annunciati alla conferenza del Cairo del 2014, fu erogata appena la metà della quota destinata alla Striscia. Dei 17 miliardi promessi attraverso il Board of Peace nel febbraio 2026, a maggio ne era arrivata soltanto una piccola parte.

Senza la fine del blocco, senza responsabilità politiche e senza il diritto dei palestinesi a decidere come ricostruire la propria terra, avverte Oxfam, i miliardi rischiano di finanziare ancora una volta edifici destinati a essere distrutti nella guerra successiva. Pagine Esteri