Pagine Esteri – Il Marocco ha costruito il proprio apparato di sorveglianza con tecnologie israeliane, utilizzate per penetrare nei telefoni di giornalisti, attivisti per i diritti umani, ministri e capi di governo stranieri. Non soltanto Pegasus, il famigerato spyware prodotto da NSO Group, ma un intero arsenale acquistato da diverse società israeliane: strumenti capaci di localizzare un cellulare in qualsiasi parte del mondo, estrarne i dati, intercettarne le comunicazioni e prendere il controllo delle telecamere di sicurezza.
La nuova inchiesta internazionale coordinata da Forbidden Stories, alla quale hanno partecipato 39 giornalisti di 14 testate, tra cui Haaretz e The Guardian, ricostruisce l’architettura della macchina di spionaggio al servizio di re Mohammed VI. Il lavoro si basa sulla testimonianza di un ex agente della Direzione generale per la sorveglianza del territorio, la DGST, rimasto anonimo con il nome di Safir, su documenti riservati, analisi forensi, atti delle indagini francesi e interviste a ex dipendenti di NSO e funzionari occidentali. Altri due ex membri dell’intelligence marocchina hanno confermato parti del suo racconto.
Pegasus entrò nell’arsenale di Rabat nel 2017. Gli uomini di NSO ne mostrarono le capacità agli alti funzionari marocchini durante una dimostrazione organizzata in una villa della capitale. Davanti ai loro occhi, i tecnici israeliani infettarono a distanza alcuni telefoni, attivarono microfoni e telecamere e ottennero l’accesso a dati e messaggi. Non era più necessario impadronirsi fisicamente del dispositivo: il cellulare poteva essere trasformato da remoto in una microspia permanente.
Secondo Safir, il software sarebbe stato regalato al Marocco dagli Emirati Arabi Uniti, che ne avevano acquistato la licenza. «È come Netflix: un amico paga l’abbonamento e gli altri usano il suo account», ha spiegato. Per il suo costo elevatissimo, Pegasus veniva riservato ai bersagli più importanti, dopo aver esaurito strumenti meno sofisticati. «È l’arma del mostro», lo definisce l’ex agente.
Nei sistemi interni di NSO il cliente marocchino era identificato dal nome in codice “Morgan”. Ma Pegasus rappresentava soltanto un elemento di un apparato molto più vasto. La DGST utilizzava anche Circles, tecnologia israeliana che sfrutta le vulnerabilità delle reti di telecomunicazione per localizzare un telefono ovunque si trovi. Fondata dall’ex comandante dell’intelligence militare israeliana Tal Dilian, Circles fu successivamente incorporata nella società madre di NSO. I due prodotti sarebbero stati venduti insieme: uno serviva a trovare il bersaglio, l’altro a entrare nel suo telefono.
Già nel 2016 Rabat aveva avviato trattative con la società israeliana Verint per accordi da 18 milioni di dollari. Il pacchetto comprendeva Skylock, un sistema per localizzare cellulari, una piattaforma per la raccolta di informazioni e lo spyware EPI. Il Marocco ha inoltre impiegato gli strumenti di Cellebrite, capaci di forzare ed estrarre i contenuti dei dispositivi sequestrati, anche contro attivisti per i diritti umani. Un’altra società israeliana, Interionet, propose alla DGST Nighthawk, un sistema con il quale impadronirsi delle telecamere di sicurezza e seguirne le immagini in diretta. Non è stato accertato se l’acquisto sia stato concluso.
Tra le vittime marocchine figurano il giornalista investigativo Omar Radi e lo storico e attivista Maati Monjib. Sui loro telefoni sono state trovate tracce di Pegasus. Il sistema, tuttavia, non fu impiegato soltanto per soffocare il dissenso interno. L’inchiesta conferma che Rabat lo utilizzò contro alleati e governi europei.
Più di duecento numeri spagnoli furono selezionati come possibili bersagli. I telefoni del premier Pedro Sánchez, della ministra della Difesa Margarita Robles e di altri due ministri risultarono infettati nel 2021, durante la crisi diplomatica provocata dalla decisione di Madrid di curare in Spagna il leader del Fronte Polisario. Documenti classificati dell’intelligence spagnola indicano Fouad Ali El Himma, consigliere vicinissimo al sovrano marocchino, come la persona che avrebbe ordinato la sorveglianza.
In Francia furono presi di mira ministri, parlamentari, avvocati e giornalisti. Tra i numeri selezionati figuravano quello associato al presidente Emmanuel Macron e quello dell’allora ministra della Difesa Florence Parly. Non sono emerse prove dell’infezione del telefono di Macron, mentre sono stati rilevati segnali di intrusione nel dispositivo di Parly. Le autorità francesi hanno accertato almeno sette violazioni riuscite, compresa quella ai danni della viceministra per il Clima Emmanuelle Wargon.
Macron affrontò direttamente Mohammed VI. Secondo quanto riportato dall’inchiesta, gli disse: «Ho le prove: o stai mentendo o non sai cosa accade nel tuo Paese». Un memorandum dell’intelligence estera francese conferma che server e domini riconducibili a Pegasus furono impiegati contro telefoni situati in Francia. Per gli analisti francesi è «altamente probabile» che NSO, e forse lo stesso governo israeliano, sapessero quali dispositivi venivano selezionati.
Israele ha ostacolato le successive indagini giudiziarie. Nel 2023 la Spagna ha archiviato il procedimento sulla violazione dei telefoni governativi, denunciando il rifiuto israeliano di collaborare. Un giudice spagnolo ha parlato di violazione del principio di buona fede tra Stati. Anche nella causa promossa negli Stati Uniti da Meta, proprietaria di WhatsApp, le autorità israeliane sequestrarono documenti di NSO impedendone la consegna al tribunale.
L’ex ministro della Difesa Benny Gantz assicurò a Parigi che Israele stava esaminando la vicenda «con la massima serietà». Quattro mesi dopo le prime rivelazioni, però, si recò in Marocco per rafforzare la cooperazione militare tra i due Paesi. NSO e le autorità israeliane hanno poi sostenuto di non avere trovato prove dell’impiego di Pegasus contro funzionari francesi.
Il cofondatore di NSO Shalev Hulio respinge le accuse. Interrogato quest’anno insieme all’altro fondatore, Omri Lavie, da un giudice istruttore francese, si è rifiutato di rispondere alle domande sull’uso marocchino del prodotto. Ha sostenuto che né Macron né altri esponenti politici fossero stati bersagliati e ha negato di avere agito come rappresentante dello Stato israeliano.
L’indagine racconta anche gli esordi di NSO. Nel 2012 Panama acquistò una licenza Pegasus da otto milioni di dollari, valida per infettare trecento dispositivi Android e BlackBerry. Le schermate recuperate mostrano che il sistema penetrò nelle comunicazioni delle due principali campagne per le elezioni presidenziali del 2014, nei messaggi dei funzionari incaricati di pubblicare i risultati e nel telefono del vicepresidente Juan Carlos Varela.
Un anno dopo l’acquisto, Hulio entrò a Panama con un passaporto che, secondo i documenti esaminati dal consorzio, era diplomatico. Viaggiava sotto il cognome “Holy” e aveva registrato come proprio indirizzo quello dell’ambasciata israeliana. Hulio nega entrambe le circostanze.
Nello stesso 2012 Panama fu uno dei soli nove Stati a votare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite contro il riconoscimento della Palestina come Stato osservatore. Secondo Haaretz, fu forse una delle prime manifestazioni di un sistema che negli anni successivi sarebbe diventato parte della diplomazia di Benyamin Netanyahu: tecnologie di sorveglianza e armi digitali israeliane in cambio di appoggio politico e relazioni strategiche. Nel 2021 NSO è stata inserita dagli Stati Uniti nella lista nera delle società che agiscono contro la sicurezza nazionale e gli interessi di politica estera americani. Pagine Esteri