Pagine Esteri – Proprio mentre si raffreddavano i rapporti con alcuni paesi europei – che comunque, per la maggior parte, si sono ben guardati dall’adottare provvedimenti anche solo simbolici contro lo “stato ebraico” – Tel Aviv ha sviluppato fortemente le relazioni con i serbi. Al punto che il presidente Aleksandar Vučić, lo scorso 10 giugno, ha detto a Fox News che la Serbia «è uno dei rarissimi paesi in Europa che non esita a cooperare e a collaborare con Israele. E sono orgoglioso di dirlo pubblicamente e apertamente». Lo scorso autunno era stato il ministro degli Esteri di Belgrado, Marko Djuric, a elogiare Israele definendolo uno «degli amici più stretti e un partner strategico chiave».

Proprio durante la fase più acuta del genocidio, quando Tel Aviv aveva bisogno di rifornimenti, le esportazioni di armi serbe in Israele sono aumentate di ben 40 volte, raggiungendo un volume complessivo di 130 milioni di dollari nel 2025. Dall’ottobre del 2023, cioè dopo l’inizio della fase più acuta della pulizia etnica nella Striscia di Gaza, la Serbia ha venduto a Israele armi e soprattutto munizioni per un valore di 182 milioni di dollari, metà delle quali consegnate dopo che teoricamente Vučić, nel giugno del 2025, aveva annunciato lo stop alle esportazioni militari verso Tel Aviv. Anche nei primi mesi dell’anno in corso gli invii di armi e munizioni sono continuati senza soste, con quattordici voli cargo inviati in Israele soltanto a gennaio e febbraio.

Secondo Aleksandar Radic, un analista militare serbo sentito dal quotidiano israeliano Haaretz, il boom delle relazioni tra i due paesi sarebbe avvenuto nel 2024, con la firma dei primi grossi contratti e l’affidamento a Israele dell’intero sistema di comando e informazione delle forze armate di Belgrado.

Alla fine del 2024, Belgrado ha firmato un accordo da 335 milioni di dollari con l’israeliana Elbit Systems per l’acquisto di sistemi di artiglieria missilistica di precisione e droni Hermes 900. Nell’agosto dell’anno scorso, poi, Belgrado ha chiuso un accordo per l’acquisto di missili a lungo raggio, droni, sistemi di guerra elettronica e sistemi di comando e controllo per un valore di 1,5 miliardi di euro.

Ma la novità più importante il leader serbo l’ha annunciata all’inizio del 2026, quando Vučić – leader del Partito Progressista Serbo, che nonostante il nome è un partito populista di destra – ha informato del raggiungimento di un accordo grazie al quale il principale produttore statale di armi serbo, l’SDPR, aprirà nei dintorni di Belgrado uno stabilimento per la produzione di droni in collaborazione con Elbit Systems. Ad aprile Tel Aviv e Belgrado hanno poi varato protocolli comuni per lo scambio di informazioni riservate in materia di difesa

I legami tra i due paesi non si stanno approfondendo solo sul piano militare, ma anche in altri campi. Ad esempio, l’agenzia di stampa ufficiale Tanjug ha annunciato recentemente di aver firmato un accordo con TPS, una piccola agenzia israeliana di destra.

In nome dei reciproci interessi, negli ultimi anni si sono notevolmente sviluppati anche i rapporti tra Israele e la Repubblica Srpska, cioè l’entità serba della Bosnia. Se Israele ha bisogno di stringere nuovi rapporti per ampliare e rafforzare la sua proiezione politica, economica e militare, sul fronte opposto la Repubblica Serba di Bosnia necessita di sponde in grado di legittimare le sue aspirazioni indipendentiste in una fase in cui le tensioni con la componente croato-musulmana si sono di nuovo acuite. Inoltre entrambi i governi giustificano il rafforzamento delle relazioni in nome della necessità di realizzare un più efficace contrasto all’islamismo radicale, descritto come una minaccia comune.

Nelle scorse settimane Zeljka Cvijanović, la rappresentante serba nella presidenza tripartita della Bosnia, ha realizzato un lungo viaggio in Israele, nel corso del quale ha incontrato diversi funzionari e imprenditori, ma anche il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri Gideon Saar. Quest’ultimo, in una dichiarazione, ha posto l’accento sulla necessità di «salvaguardare le minoranze cristiane in Bosnia ed Erzegovina».

Implicitamente, le autorità israeliane hanno sostenuto le rivendicazioni indipendentiste di Cvijanović – esponente dell’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti, una formazione nazionalista – ad esempio esponendo negli incontri solo la bandiera della Repubblica Srpska e non della Bosnia. Da parte sua Cvijanović ha dichiarato di opporsi alla decisione della Corte penale internazionale di emettere un mandato di arresto per Netanyahu e di «sostenere inequivocabilmente il diritto di Israele all’autodifesa».

I rapporti tra Israele e i serbi bosniaci risalgono agli anni ’90 e alle guerre balcaniche, dopo che l’allora Jugoslavia aveva deciso di rompere i rapporti con lo “stato ebraico” nel 1967, adottando una linea decisamente filopalestinese. Secondo vari analisti, il governo israeliano contribuì segretamente ad addestrare ed armare le milizie serbo-bosniache opposte negli anni ’90 a quelle croate e a quelle musulmane. Poi, una quindicina di anni fa, l’allora ministro degli Esteri israeliano di estrema destra, Avigdor Lieberman, strinse buone relazioni, sia umane sia politiche, con l’allora presidente della Repubblica Serba di Bosnia, Milorad Dodik. Nel 2011 l’allora membro serbo della presidenza tripartita bosniaca impedì al paese di votare a favore dell’adesione della Palestina alle Nazioni Unite. Al contrario, nel 2012 la Serbia votò a favore, unico paese europeo.

Secondo i media balcanici, a svolgere un ruolo trainante nell’avvicinamento della Serbia e della Repubblica Srpska ad Israele è stato proprio il leader nazionalista serbo Dodik, che nel marzo 2025 ha incontrato Netanyahu a Gerusalemme. L’incontro si è ripetuto nel gennaio scorso, anche se nel frattempo l’ex presidente è stato rimpiazzato.

Tra le altre cose, i serbi considerano Tel Aviv un efficace ponte per migliorare i rapporti con la Casa Bianca. Ed effettivamente nell’ottobre del 2025 Washington ha revocato le sanzioni imposte nel 2017 a Dodik e ad altri personaggi del suo entourage. All’opposto, Israele e soprattutto gli Stati Uniti punterebbero a diminuire il peso della Russia come paese alleato e storico protettore dei serbi – che però negli ultimi anni si sono già avvicinati molto a Pechino – anche se Tel Aviv sta stringendo forti relazioni anche con i nemici di Belgrado nei Balcani, in particolare con il Kosovo e la Croazia. – Pagine Esteri

* Marco Santopadre, giornalista e saggista, si occupa di geopolitica e movimenti sociali. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, Terzo Giornale, El Salto Diario e Berria