Pagine Esteri – Sorprendendo un po’ tutti, il presidente salvadoregno Nayib Bukele ha deciso di sostituire la classica relazione in Parlamento sulla gestione di governo con una trasmissione a reti unificate dedicata all’inaugurazione del nuovo Ospedale Rosales. Questo primo giugno, quindi, niente bilancio politico dei suoi sette anni di governo, né annunci sulle priorità dell’azione governativa per il 2026, ma solo la presentazione di un’opera che, secondo il premier, darà il via a una trasformazione della sanità pubblica.
Bukele ha così iniziato il suo ottavo anno alla guida di El Salvador, il terzo del suo secondo periodo (2024-2029), al quale, ricordiamo, ha potuto postularsi solo grazie a una interpretazione esageratamente elastica da parte della Sala Costituzionale, di un articolo che vietava il doppio mandato presidenziale consecutivo. Grazie a una schiacciante maggioranza parlamentare e al controllo pressoché totale delle istituzioni, Bukele ha poi imposto una serie di riforme costituzionali, tra cui la rielezione presidenziale indefinita e l’estensione del mandato da 5 a 6 anni. È stato anche eliminato il ballottaggio – si vince con la maggioranza relativa – e si sono allineate le elezioni presidenziali con quelle parlamentari e municipali. Per questo motivo, il mandato di Bukele è stato accorciato di due anni e le prossime elezioni si svolgeranno nel febbraio 2027.
Controllo ferreo delle istituzioni, stato d’emergenza prorogato consecutivamente ogni mese per oltre 4 anni, sospensione di vari diritti costituzionali, militarizzazione del territorio con quasi centomila arresti e costruzione di nuove carceri di massima sicurezza. Ma anche leggi speciali e riforme del codice penale che hanno introdotto l’ergastolo (anche per minori a partire dai 12 anni), i processi collettivi e che hanno riformato la legge sul terrorismo, ampliandone la tipificazione.
Tutto ciò ha contribuito al crollo della violenza, passando da un tasso record di 106 omicidi ogni 100.000 abitanti a uno inferiore a 3,5 omicidi, ben lontano dalla soglia dei 10 omicidi che la OMS stabilisce per definire una situazione di violenza endemica. Quello della riduzione della violenza è senza dubbio il principale fattore che permette a Bukele di godere ancora di un fortissimo sostegno popolare. È quanto afferma il recente sondaggio della costaricana CID Gallup, che rileva un’approvazione e un’immagine positiva del governo Bukele da parte del 93% dei salvadoregni, con una tendenza alla crescita durante i sette anni del suo mandato (era del 76% nel 2019). Il 98% della cittadinanza approva le misure adottate in materia di sicurezza e assicura di non essere stata vittima di nessun crimine durante gli ultimi quattro mesi. Il 95% giudica positivamente i provvedimenti speciali contro le bande giovanili (maras) e l’83% chiede misure ancora più dure. L’87% dei salvadoregni, infine, si sente orgoglioso della gestione bukelista. Rimandato invece sui temi economici, dove la maggioranza dei salvadoregni si dice molto preoccupata per l’insicurezza economica e la mancanza di lavoro.
A fare da contrappeso all’immagine quasi idilliaca presentata dal sondaggio di CID Gallup ci ha pensato, nel marzo scorso, il Gruppo internazionale di esperti per l’indagine sulle violazioni dei diritti umani nel contesto dello stato di emergenza in El Salvador (Gipes). Il corposo documento presentato alla Commissione interamericana per i diritti umani (Iachr) racconta come Bukele, trumpiano doc e principale alleato di Washington in America Centrale, abbia in poco tempo preso il controllo delle istituzioni, stretto un forte sodalizio con esercito, polizia e con alcuni settori dell’oligarchia tradizionale, radicalizzando il modello neoliberista estrattivista, nonché inasprendo la repressione contro qualsiasi forma di opposizione politica e sociale. Varie organizzazioni hanno raccolto più di 6400 denunce di violazioni ai diritti umani, tra cui arresti arbitrari, come quello della avvocatessa e attivista per i diritti umani Ruth López, torture e il decesso di almeno 530 persone nelle carceri speciali.
Particolarmente critica la posizione del Blocco di resistenza e ribellione popolare (Brp) e del Coordinamento nazionale per la difesa della salute del popolo salvadoregno (Conadesa). “Al settimo anno di governo di Nayib Bukele denunciamo il grave deterioramento democratico, economico e sociale che colpisce El Salvador e il crescente autoritarismo imposto da un clan aziendale-famigliare alleato dell’oligarchia”, si legge in un comunicato.
Oramai, continuano le due organizzazioni, si è consolidato un regime che perseguita, reprime e incarcera l’opposizione politica, che coopta in modo ferreo le istituzioni pubbliche, che smantella i contrappesi democratici, e che stringe accordi con i gruppi criminali per ottenere una riduzione degli omicidi. Indagini giornalistiche sulle negoziazioni e gli accordi segreti tra il governo e le maras (Mara Salvatrucha/MS-13 e Barrio 18) da parte della testata online El Faro ha portato all’espulsione e all’esilio forzato dei membri della redazione, nonché al congelamento e all’embargo di beni e conti bancari e all’incriminazione per evasione fiscale e riciclaggio di denaro.
L’analisi dei sette anni di Bukele non può nemmeno prescindere dall’impatto delle politiche neoliberiste sull’economia nazionale. “Mentre il governo concentra il potere e fa propaganda, le condizioni di vita della maggior parte della popolazione continuano a deteriorarsi. Tra il 2019 e il 2026, il costo della vita è aumentato del 30% e più di 138 mila persone sono cadute nella fascia di povertà estrema”, spiegano le due organizzazioni. Aumento di disoccupazione e lavoro precario, licenziamenti di massa, aumento dei prezzi di alimenti e servizi essenziali, tagli drastici a settori strategici come salute ed educazione, chiusura di programmi sociali rivolti alle fasce più deboli, hanno fatto da corollario all’azione di governo.
Per il docente universitario di economia politica Evaristo Hernández, lo sviluppo capitalista è stato marcato da profonde disuguaglianze sociali, cicli di crisi politiche e processi di accumulazione e concentrazione di ricchezza che hanno generato maggiore disoccupazione e povertà. L’aumento spropositato degli investimenti in attivi fissi e la presunta crescita economica non hanno però portato a un miglioramento sostanziale delle condizioni della maggioranza della popolazione. A ciò si aggiungono due fattori determinanti: l’aumento esponenziale del debito pubblico e il programma firmato con il Fondo monetario internazionale (Fmi).
Durante i sette anni di Bukele, il debito pubblico è cresciuto di almeno 14,5 miliardi di dollari (72%), tre volte l’aumento avuto durante i precedenti tre governi, per un totale attuale di quasi 34 miliardi di dollari, che rappresentano il 92% del PIL. Sul crescente indebitamente pesano a dismisura i fondi pensione, con circa 11,5 miliardi di dollari, che equivalgono a quasi il 31% del PIL. Tra dicembre 2025 e febbraio 2026 questo debito è aumentato di 139 milioni e del 124% durante i sette anni di Bukele. Il programma firmato poi con l’FMI, che porterà 1.400 milioni di dollari nelle casse statali, porta con sé ulteriori tagli alla spesa sociale e un possibile aumento dell’IVA.
“È un governo insaziabile, che indebita il Paese senza per altro migliorare le condizioni di vita della gente, che si lamenta per la mancanza di lavoro, il costo della vita, i razionamenti dell’acqua potabile, l’alto costo di energia e medicine, per l’aumento della povertà. La produzione di alimenti strategici come riso, fagioli e mais è ai minimi storici, il costo del paniere alle stelle e la sovranità alimentare resta un sogno. Industria e servizi sono in caduta libera e continuiamo ad importare”, spiega l’economista César Villalona.
“Bukele”, conclude Villalona, “vive di promesse, di propaganda e di manipolazione della realtà. Esagera i successi, nega le ricadute negative sulla società, nasconde o minimizza errori, abusi e sconfitte. E quando si cancella la frontiera tra verità e menzogna, si cancella anche quella simbolica tra l’accettabile e l’inaccettabile”. Pagine Esteri