Nella provincia del Sud Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, il diritto alle cure sta rapidamente svanendo. La guerra che continua a devastare la regione, l’insicurezza diffusa e il graduale ritiro delle organizzazioni internazionali stanno trasformando ospedali e centri sanitari in strutture incapaci di garantire anche i servizi più essenziali. A farne le spese sono soprattutto le donne incinte, i neonati e le popolazioni più povere, intrappolate tra violenze armate, malnutrizione ed epidemie.

La crisi è particolarmente evidente a Minova, nel territorio di Kalehe, dove la sospensione dei finanziamenti della Banca Mondiale destinati al progetto multisettoriale per la nutrizione e la salute ha avuto effetti immediati e devastanti. Nel giro di poche settimane, l’ospedale generale della città ha introdotto tariffe che per gran parte della popolazione sono semplicemente impossibili da sostenere: fino a 100 dollari per un parto cesareo e 50 dollari per l’assistenza a un neonato prematuro. In una regione impoverita da anni di conflitto e sfollamenti, somme del genere equivalgono a una condanna.

Le conseguenze si vedono già nei corridoi dell’ospedale. Donne appena diventate madri restano ricoverate per giorni o settimane perché incapaci di saldare il conto. Altre rinunciano completamente alle cure e scelgono di partorire in casa, spesso senza alcuna assistenza medica, esponendosi a rischi enormi. I dati dell’ospedale mostrano che tra gennaio e febbraio 2026 gli accessi al reparto maternità sono diminuiti di quasi il 34% rispetto all’anno precedente, subito dopo la fine del sostegno della Banca Mondiale.

«Siamo disperate, preoccupate per i nostri neonati e per gli altri nostri figli. Alcune di noi sono ricoverate da tre giorni, altre da più di due settimane. Non abbiamo più alcuna speranza. Semplicemente non posso pagare», racconta una paziente ricoverata a gennaio nell’ospedale di Minova. Le sue parole restituiscono il senso di abbandono che attraversa oggi il Sud Kivu.

Il deterioramento del sistema sanitario non riguarda soltanto Minova. In gran parte della provincia mancano medicinali, vaccini e alimenti terapeutici. Nel 2025 i vaccini contro il morbillo sono stati irreperibili per mesi, nonostante fossero attivi focolai epidemici in 24 delle 34 zone sanitarie del Sud Kivu. Allo stesso tempo, i programmi nazionali contro malaria, tubercolosi, HIV e malnutrizione funzionano ormai solo parzialmente.

«I programmi sanitari nazionali per la lotta contro la malaria, la tubercolosi, l’HIV, la malnutrizione e le vaccinazioni non funzionano più in modo efficace in molte aree a causa di problemi di sicurezza e logistici, oltre che alla riduzione dei finanziamenti», spiega Issa Moussa, responsabile di Médecins Sans Frontières nella provincia. «I centri sanitari di base, spesso privi di personale retribuito o di medicinali essenziali, non riescono a soddisfare i bisogni».

Negli altipiani di Numbi, dove MSF continua a offrire assistenza gratuita, la situazione è altrettanto critica. L’ospedale locale è ormai sovraffollato oltre ogni limite. All’inizio del 2026 il tasso di occupazione dei letti nel reparto maternità ha superato il 217%, contro il 95% registrato nell’ottobre 2025. In pratica, più di una donna condivide lo stesso letto. Molte pazienti arrivano dopo aver camminato per ore attraverso zone insicure, senza denaro sufficiente per raggiungere strutture private o pagare le cure.

Tutto questo avviene mentre il Sud Kivu continua a convivere con rischi epidemici elevatissimi. Morbillo, colera e mpox minacciano una popolazione già stremata dalla fame e dagli spostamenti forzati. Nelle aree montuose la malnutrizione cronica colpisce soprattutto bambini e donne, mentre i livelli di violenza sessuale restano estremamente alti, alimentati dalla presenza di gruppi armati e dall’assenza di protezione per i civili.

MSF era presente nella zona costiera di Minova dall’inizio del 2024 e aveva programmato un ritiro graduale all’inizio del 2026 per concentrare le proprie attività sugli altipiani di Numbi. Tuttavia, il rapido peggioramento della situazione ha costretto l’organizzazione a cambiare i propri piani. Da marzo 2026 ha ripreso il sostegno all’ospedale generale di Minova per evitare un’interruzione totale delle cure ostetriche e neonatali. In appena un mese, l’équipe ha assistito 107 parti, di cui 48 cesarei, e ricoverato 41 neonati nell’unità di terapia intensiva neonatale.

Ma la stessa MSF avverte di non poter sostituire indefinitamente le autorità sanitarie e i partner internazionali che stanno lasciando la regione. «Senza un sostegno operativo e finanziamenti rapidi, i servizi sanitari essenziali rischiano di collassare, con conseguenze dirette sulla mortalità materna e infantile in Sud Kivu», avverte ancora Moussa.

L’organizzazione umanitaria chiede ai donatori internazionali di riconsiderare i tagli al settore sanitario nella RDC orientale e sollecita le organizzazioni umanitarie a rafforzare presenza e coordinamento, soprattutto nell’area di Minova. Allo stesso tempo, rivolge un appello alle autorità congolesi e alle parti in conflitto affinché garantiscano un accesso umanitario sicuro e senza ostacoli e depoliticizzino l’assistenza sanitaria.