Il Perù che emerge dalle urne del 2026 è un paese che si guarda allo specchio e vede riflessa la propria frammentazione estrema. Con oltre il 90% delle schede scrutinate, lo scenario verso il ballottaggio del 7 giugno si delinea come una riedizione, seppur con interpreti parzialmente diversi, dello scontro del 2021. Da un lato Keiko Fujimori, leader di Fuerza Popular, che con circa il 17% approda per la quarta volta consecutiva alla sfida finale; dall’altro Roberto Sánchez, ex ministro di Pedro Castillo, alla guida della coalizione Juntos por el Perú, che con quasi il 12% ha superato l’ultraconservatore Rafael López Aliaga di Renovación Popular. Tuttavia, i dati numerici rappresentano solo la superficie di una crisi strutturale che affonda le radici in trent’anni di normalizzazione dell’anormale, dove l’instabilità politica è diventata l’unica costante del modello neoliberista.

La storia peruviana degli ultimi dieci anni è un catalogo di presidenti destituiti, incaricati o perseguitati. L’analisi di questo processo elettorale non può prescindere da una retrospettiva sull’uso sistematico della magistratura a fini politici, il cosiddetto lawfare. Questo meccanismo non risponde a un intento di pulizia democratica, ma funge da dispositivo di controllo: quando la politica non garantisce gli interessi delle élite, interviene il braccio giudiziario per decapitare le leadership popolari. Il fatto che nel 2026 si ritrovino figure inquirenti collegate a reti di influenza opache conferma che la giustizia è spesso una prosecuzione della guerra politica per altre vie.

Esempi emblematici sono la recente disattivazione, proprio all’inizio del 2026, degli uffici speciali anticorruzione (come il team Lava Jato e l’Eficcop) da parte del procuratore ad interim Tomás Gálvez, egli stesso coinvolto nell’inchiesta “Cuellos Blancos”. Altrettanto indicativa è la sospensione strategica dei magistrati che istruivano casi contro leader della destra, come avvenuto nel caso Cócteles che coinvolge Keiko Fujimori, archiviato poche ore dopo l’allontanamento forzato del procuratore titolare. Non si tratta di intoppi burocratici, ma di manovre di una contrainsurgencia preventiva che usa il codice penale per proteggere la mafia e neutralizzare il cambiamento.

Questa dinamica di interdizione permanente ha radici profonde nella gestione del post-conflitto interno e nella necessità di rimuovere ogni ostacolo alla continuità del sistema. Un caso emblematico è quello del Movadef, organizzazione che ha tentato di inserirsi nel percorso legale come partito politico chiedendo una soluzione politica ai problemi derivanti dalla guerra civile, ricevendo in risposta la messa fuori legge e la persecuzione penale. Attraverso l’uso estensivo del reato di apologia del terrorismo, il sistema ha creato una zona d’ombra in cui qualsiasi richiesta di superamento del conflitto viene equiparata all’eversione. Questa logica securitaria non ha colpito solo le strutture politiche, ma si è estesa alla società civile, coinvolgendo avvocati, intellettuali e artisti. L’incarcerazione di legali impegnati nella difesa di prigionieri politici e la persecuzione di artisti le cui opere richiamano la memoria delle violenze di Stato sono tasselli di un mosaico volto a intimidire chiunque cerchi di costruire una società e una narrazione alternativa.

L’esempio più lampante di questa parabola è rappresentato da Pedro Castillo. La sua elezione nel 2021 aveva acceso le speranze del Perù profondo, ma la sua gestione è stata sabotata da un assedio parlamentare e giudiziario senza tregua, culminato nella sua destituzione e nel successivo arresto. La carcerazione di Castillo è stata utilizzata come un monito per chiunque tenti di spostare l’asse del potere fuori dai corridoi di Lima, dimostrando come il diritto possa essere piegato per neutralizzare un mandato popolare.

Il Perù giunge a questa seconda soglia elettorale portando con sé il peso di una democrazia svuotata, la cui crisi attuale non è che l’ultimo atto di una strategia di dominio consolidata negli ultimi tre decenni. Per comprendere la frammentazione odierna, è necessario osservare come il sistema abbia sistematicamente rimosso ogni ostacolo alla continuità del modello neoliberista, utilizzando lo Stato come un apparato di esclusione. La retrospettiva storica rivela un disegno in cui la magistratura e le leggi antiterrorismo sono state modellate per operare come strumenti di interdizione permanente contro il dissenso organizzato.

La fotografia che emerge dal voto, rivela una sinistra peruviana capace di una resilienza inaspettata, ma anche un campo profondamente frammentato, un arcipelago di sigle che spaziano dal riformismo urbano fino al marxismo-leninismo rurale e al nazionalismo. Roberto Sánchez è riuscito a intercettare l’eredità del castillismo, posizionandosi come il punto di convergenza per quella vasta base popolare che non si riconosce più nelle élite dei partiti tradizionali. Tuttavia, questa rappresentanza resta precaria: la frammentazione ha impedito alla sinistra di superare collettivamente la soglia del 30%, una cifra che le avrebbe garantito una vittoria schiacciante già al primo turno.

I risultati elettorali confermano la frattura geografica e sociale tra la capitale e il Perù reale. Mentre Lima rimane la roccaforte di una destra autoritaria che invoca misure punitive estreme, le regioni andine e amazzoniche esprimono un voto che è allo stesso tempo identitario e di classe. Per queste popolazioni, il voto non è solo una scelta amministrativa, ma un atto di resistenza contro un neoliberismo estrattivista che consuma i loro territori senza restituire diritti.

Il sostegno delle comunità agrarie è ciò che ha permesso il sorpasso sull’altro rappresentante della destra durante il conteggio delle ultime schede, dimostrando che, come per la passata vittoria del maestro rurale Pedro Castillo, il destino del Perù non si decide più esclusivamente nei salotti della capitale, ma lungo i solchi delle terre alte che chiedono una riforma agraria mai realmente compiuta.

Riuscirà questa parte di società negletta a resistere alle sirene del palazzo e a farsi sentire? La possibile ascesa di un’opzione che sfugge al controllo dei poteri forti rappresenta l’incubo ricorrente delle élite, che metteranno in campo le consuete, rabbiose, strategie: a partire dal ricatto ideologico basato sulla memoria della guerra di classe passata. La destra peruviana continua a sequestrare il dibattito pubblico agitando il fantasma di Sendero Luminoso per criminalizzare ogni proposta di cambiamento strutturale. Questa pratica si estende al contesto regionale, ove Cuba e il Venezuela vengono usati come spauracchi per paralizzare l’opposizione e impedire una discussione sovrana sullo sviluppo.

Questo maccartismo andino ha l’obiettivo di forzare i candidati progressisti su posizioni difensive, rendendo inagibile ogni discorso di rottura. Senza una reale unità delle forze progressiste, oggi divise più da ambizioni personali che da divergenze ideologiche, il rischio è perciò che il pilota automatico neoliberista trascini il paese verso un ulteriore decennio di ingovernabilità e repressione.

In definitiva, il cammino verso il 7 giugno non sarà solo una sfida tra due nomi, ma uno scontro frontale tra la continuità di un sistema che si autotutela attraverso la repressione e l’urgenza di una riscossa popolare che cerca di spezzare l’assedio. Il Perù è chiamato a scegliere se restare ostaggio di una legalità piegata agli interessi delle mafie finanziarie o se intraprendere, finalmente, la difficile costruzione di una sovranità che riparta dal basso, per trasformare la resistenza dei territori in un progetto di governo, restituendo dignità e voce alla maggioranza invisibile del paese.