Il recente cessate il fuoco tra Israele e Libano, presentato dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu come una decisione strategica volta a consolidare i successi militari contro Hezbollah, è stato apertamente smentito dai fatti e dalle dichiarazioni di Donald Trump. Il presidente statunitense ha chiarito in modo perentorio che la fine delle ostilità è stata una decisione imposta da Washington, dichiarando esplicitamente che ogni ulteriore bombardamento israeliano sul Libano è “VIETATO” dagli Stati Uniti. Netanyahu, nonostante i tentativi di costruire una narrazione di successo, ha dovuto ammettere onestamente davanti all’opinione pubblica che l’obiettivo del completo disarmo di Hezbollah rimane lontano e che le forze armate israeliane non hanno ancora terminato il lavoro di neutralizzazione della minaccia dei razzi e dei droni. Questa tregua è stata accolta con estremo scetticismo in Israele, dove l’opposizione guidata da Yair Lapid l’ha paragonata a una vera e propria “resa”, mentre centinaia di cittadini hanno manifestato al confine contro lo stop ai raid.
Sul lato libanese, il presidente Joseph Aoun, pur avendo espresso il desiderio di normalizzare il Paese e di allontanare l’influenza iraniana, non dispone del potere reale per agire né per prendere impegni negoziali. Un simbolo evidente di questa debolezza è stato il mancato colloquio telefonico tra Aoun e Netanyahu: nonostante il desiderio del presidente libanese di presentare il cessate il fuoco come un traguardo del proprio governo, egli è consapevole che ogni mossa diplomatica non adeguatamente gestita rischierebbe di far precipitare il Paese in una guerra civile. L’Iran ha legato indissolubilmente la tregua in Libano ai negoziati globali sul proprio programma nucleare e alla sicurezza marittima, trasformando il Paese dei cedri in un nodo centrale del confronto regionale. Mohammad Bagher Ghalibaf, capo dei negoziatori iraniani, ha ricordato ai leader libanesi che la chiave della pace dipende dall’asse regionale guidato da Teheran, costringendo figure come Nabih Berri a definire ogni contatto diretto con lo stato ebraico come contrario agli interessi nazionali.
La tensione si è spostata drasticamente dal fronte terrestre a quello marittimo nello Stretto di Hormuz, dove la situazione è precipitata nelle ultime ore. Sebbene inizialmente il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi avesse annunciato l’apertura completa dello stretto per le navi commerciali come segnale positivo durante il cessate il fuoco libanese, l’Iran ha improvvisamente revocato questa decisione. Secondo quanto riportato dall’agenzia Fars News, Teheran ha ristabilito il controllo militare totale sul passaggio, come misura ritrosiva del persistente blocco navale statunitense contro i porti iraniani, definito una forma di “pirateria” sotto mentite spoglie. L’escalation è diventata immediata quando motovedette dei Guardiani della Rivoluzione hanno aperto il fuoco contro una petroliera nel Golfo di Oman, ristabilendo un regime di navigazione estremamente restrittivo. Il nuovo “regime marittimo” imposto dall’Iran prevede che solo le navi commerciali approvate dall’IRGC possano transitare, previo pagamento di un pedaggio e seguendo rotte specifiche designate da Teheran.
Questo sviluppo contraddice frontalmente l’ottimismo di Donald Trump, che sui social media aveva affermato che l’Iran avesse accettato di non chiudere mai più lo Stretto. I vertici iraniani hanno risposto con durezza, sottolineando che le regole della navigazione si decidono “sul campo e non sui social media” e accusando il presidente statunitense di mentire per ottenere vantaggi negoziali. Il leader supremo Mojtaba Khamenei ha inoltre avvertito che la marina iraniana è pronta a infliggere “nuove amare sconfitte” ai nemici finché non sarà garantita la completa libertà di movimento delle navi da e per l’Iran. La chiusura dello Stretto ha ripercussioni mondiali immediate, minacciando di annullare il calo del prezzo del petrolio osservato durante la breve apertura, poiché da questo corridoio passa circa un quinto dell’energia mondiale, oltre a materie prime cruciali come l’elio e i fertilizzanti. La Cina, che assorbe la quasi totalità delle esportazioni petrolifere iraniane, ha definito il blocco americano “pericoloso e irresponsabile”, ponendo le basi per una potenziale crisi diplomatica nel caso in cui le proprie navi commerciali venissero coinvolte nelle ostilità.
Sul fronte interno, l’Iran sta pagando un prezzo altissimo per questa guerra di logoramento, con un blackout di internet che isola dieci milioni di lavoratori online e un aumento vertiginoso dei prezzi alimentari, con i latticini che costano il 40% in più rispetto a poche settimane fa. Nonostante queste pressioni, il presidente Masoud Pezeshkian rimane fermo sulla difesa del diritto iraniano a un programma nucleare civile, negando ogni intenzione di sviluppare armi atomiche, mentre Trump suggerisce che sia imminente un accordo per la consegna dell’uranio arricchito agli Stati Uniti. La situazione rimane in bilico verso i possibili colloqui di Islamabad, ma Netanyahu ha già chiarito che non ordinerà il ritiro dal Libano meridionale se non a condizioni che appaiono attualmente irrealistiche, preferendo la continuazione del controllo militare siriano e libanese per evitare una sconfitta politica interna. Pagine Esteri