Di Baker Zoubi – +972

(traduzione di Federica Riccardi)

Da settimane i sondaggi prevedevano un’impennata dell’affluenza alle urne tra gli elettori arabi rispetto alle precedenti elezioni israeliane, con percentuali che avrebbero potuto raggiungere il 70%. I risultati hanno smentito di gran lunga tali previsioni: l’affluenza si è attestata intorno all’80%, il dato più alto registrato tra i cittadini palestinesi di Israele negli ultimi decenni e superiore alla media nazionale.

Non c’era bisogno di sondaggi né di analisi degli esperti per dimostrarlo. Bastava restare fuori dai seggi elettorali nelle comunità arabe, come ho fatto io per tutto il giorno, e ricordare com’erano quegli stessi luoghi durante le precedenti elezioni. Questa è stata la nona elezione a cui ho votato e l’ottava che ho seguito come giornalista. Ma non ho mai visto nulla di simile a quanto è successo ieri.

I segnali c’erano già da tempo. Nelle elezioni passate, nelle settimane precedenti al voto, quando chiedevo alle persone se avessero intenzione di votare, di solito ricevevo risposte più o meno simili: «Non c’è nessuno per cui votare», «Ci hanno deluso tutti» oppure «Che differenza fa? Lo Stato farà comunque quello che vuole». A volte qualcuno si dilungava per dieci minuti a spiegarmi perché non credeva nelle elezioni, e alla fine non sapevo se avrebbero votato o sarebbero rimasti a casa il giorno delle elezioni.

Questa volta, quella discussione è stata quasi del tutto assente. «Certo che voterò» è stata la risposta che ho sentito ripetere più spesso.

A Nazareth, questo sentimento era particolarmente evidente. Visito la città quasi ogni volta che ci sono elezioni e, nelle ultime consultazioni, il senso di alienazione dalla politica nazionale era palpabile per le strade e l’affluenza alle urne aveva appena raggiunto il 48%. In questi anni, la città ha attraversato una crisi dopo l’altra, alimentando nei cittadini un profondo senso di disgusto nei confronti della politica e dei politici.

Ieri, tuttavia, ho visto donne di oltre 90 anni recarsi ai seggi elettorali. Non so cosa pensassero dei partiti arabi e dei loro dissidi interni, ma avevano chiaramente deciso che, questa volta, non sarebbero rimaste a casa per nessun motivo. Scene come queste possono dire di più su un’elezione in un database pieno di numeri.

C’è un altro fattore che ha determinato un’elevata affluenza in alcune di queste comunità. I legami sociali sono una forza potente nella società araba. Ecco perché l’affluenza alle elezioni locali è solitamente molto più alta rispetto a quella della Knesset: la gente conosce i candidati e le loro famiglie, e il sindaco o il presidente del consiglio comunale ha un impatto diretto sulla loro vita.

Ma ieri è successo qualcosa di interessante: le elezioni della Knesset hanno cominciato a prendere i contorni di una competizione locale.

Il mio villaggio, Kafr Misr, è una piccola comunità in cui le elezioni nazionali di solito non sono un evento di grande rilievo. Questa volta, però, la gente si è recata in massa alle urne e ha discusso con entusiasmo di chi votare. Cose che di solito sembravano lontane – il governo, la coalizione e la Knesset – sono improvvisamente diventate molto vicine alla vita quotidiana.

La politica nazionale in ogni casa

Meritano un riconoscimento tutti coloro che negli ultimi mesi hanno lavorato per aumentare l’affluenza alle urne nelle comunità arabe: i candidati, gli attivisti locali e gli organizzatori delle campagne elettorali. Hanno contattato le persone, fatto telefonate, sono stati attivi sui social media e hanno lavorato sul campo. Ma la sola sensibilizzazione degli elettori non può spiegare il passaggio da anni di apatia a un’affluenza che sfiora l’80%.

A mio avviso, le due persone che hanno contribuito maggiormente a rendere queste elezioni un evento locale sono stati i ministri di estrema destra Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich.

Nella società araba, nel bene e nel male, tendiamo a prendere le cose sul personale. Per anni si è detto alla gente che la destra doveva essere sconfitta, ma raramente questo bastava a convincerla a votare. La gente poteva essere arrabbiata con il governo, inveire contro i notiziari in televisione e, comunque, restare a casa il giorno delle elezioni. Ben Gvir e Smotrich hanno cambiato questa situazione. Le loro azioni hanno portato la politica nazionale in quasi tutte le case arabe.

Negli ultimi quattro anni, la criminalità violenta ha devastato le nostre comunità e molti ritengono che lo Stato ci abbia abbandonati ad affrontarla da soli. Le demolizioni delle case non sono più una questione politica astratta. La retorica di Smotrich sulla “giudaizzazione” della Galilea e del Naqab (Negev) riguarda la terra su cui vivono centinaia di migliaia di noi.

L’incitamento contro gli arabi è diventato una routine; per alcuni ministri del governo uscente è parte integrante della loro identità politica, qualcosa che presentano agli elettori come prova che stanno facendo il loro lavoro.

Ben Gvir e Smotrich hanno continuato i loro attacchi anche il giorno delle elezioni. Quando è diventata evidente l’alta affluenza alle urne nelle comunità arabe, Smotrich ha interrotto il suo tour elettorale e convocato una riunione d’emergenza. Ben Gvir si è recato all’ingresso di Kafr Qasim per mettere in guardia i suoi sostenitori sui «tassi di affluenza folli» tra gli arabi.

Da anni, i cittadini palestinesi vengono trattati come pericolosi semplicemente per aver rivendicato la terra, la sicurezza, l’uguaglianza o il diritto di denunciare le atrocità commesse contro il nostro popolo. Il giorno delle elezioni, persino la nostra decisione di esercitare il diritto democratico più elementare è stata presentata come una minaccia.

Tale incitamento prosegue anche oggi, con il partito Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu che sostiene, senza alcuna prova o fondamento, che le elezioni siano state «rubate dai partiti arabi».

Due mesi fa, Smotrich ha pubblicato un video elettorale generato dall’intelligenza artificiale in cui presentava i suoi piani di giudaizzazione come qualcosa di terrorizzante per i cittadini palestinesi e lo ha accompagnato con la frase: «Ahmed ha motivo di avere paura». Più che la minaccia esplicita, ciò che mi ha colpito è stato il modo in cui questa affermazione è stata sbandierata come un risultato positivo. Smotrich non stava cercando di rassicurare i cittadini arabi sul fatto che le sue politiche non avrebbero arrecato loro danno; stava dicendo ai suoi elettori che i cittadini arabi lo temevano e che dovevano votarlo proprio per questo motivo.

In definitiva, quando qualcuno si vanta apertamente di volerti fare del male, almeno non devi più chiederti se prendere la minaccia sul serio. Ahmed avrà anche motivo di avere paura, ma ha il diritto di voto. Ieri, è esattamente ciò che ha fatto.

Dall’alienazione alla determinazione

C’è qualcosa di paradossale in questo risultato storico. Negli ultimi anni, la società araba non si è avvicinata allo Stato israeliano; al contrario, si è allontanata ulteriormente. Il genocidio a Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania, l’incitamento contro di noi, le restrizioni alla nostra capacità persino di parlare di ciò che il nostro popolo sta vivendo, la criminalità e l’insicurezza nelle nostre comunità hanno indebolito la fiducia nelle istituzioni statali e nel sistema politico.

Eppure, proprio a partire da quel senso di alienazione, la gente è andata in massa alle urne.

In realtà, qui non c’è alcuna contraddizione. Non è necessario credere in un sistema politico per utilizzare gli strumenti che esso mette a disposizione. Si può dubitare che un altro governo risolva i tuoi problemi, essere insoddisfatti della leadership araba e avere la sensazione che né lo Stato né il mondo si preoccupino granché della tua sicurezza e del tuo futuro. Eppure, puoi guardare Ben Gvir e Smotrich e decidere di non restare a casa mentre loro chiedono altri quattro anni al potere.

Forse questa è la differenza più grande tra le elezioni di ieri e quelle degli ultimi anni, che all’epoca sembravano storiche a modo loro. Allora, la gente era mobilitata soprattutto dalla speranza: l’unità della Lista Comune, la possibilità di una maggiore rappresentanza araba e la sensazione che potesse accadere qualcosa di nuovo. Anche ieri c’era speranza, ma ciò che ho percepito con maggiore intensità è stata la determinazione. Le persone non erano necessariamente convinte che qualcuno dei candidati potesse migliorare la loro vita. Sapevano solo che non volevano che questa situazione continuasse.

Ci sarà tempo per analizzare la scelta tra la Lista Unitaria e Ra’am, quale dei due partiti abbia ottenuto più consensi e quale messaggio gli elettori abbiano voluto trasmettere. Ma la cosa più importante è che la gente si sia recata alle urne.

Per anni abbiamo parlato del disgregarsi della società araba, di come la criminalità e la disperazione abbiano trasformato una comunità unita da un senso comune di destino in gruppi concentrati sulla propria sopravvivenza. Ieri, per un giorno, ho visto qualcosa di diverso.

Continueremo a discutere di identità nazionale e di collaborazione politica, della Knesset e dei limiti dell’operare al suo interno. Ma centinaia di migliaia di persone hanno deciso che, nonostante quei disaccordi, si dovesse affrontare insieme questa battaglia esistenziale.

Ben Gvir e Smotrich volevano che gli arabi fossero abbastanza spaventati, indeboliti e disperati da restare a casa. Ieri hanno scoperto che la paura e la disperazione non si traducono necessariamente in silenzio.