Pagine Esteri – Il Brasile arriva alle urne diviso quasi a metà e un risultato tutt’altro che scontato. Domani, domenica 25 ottobre, Luiz Inácio Lula da Silva cercherà di conquistare un nuovo mandato presidenziale, mentre Flávio Bolsonaro punta a riportare al potere la destra che ha governato il Paese con suo padre Jair tra il 2019 e il 2022. Una sfida che, a pochi giorni dal voto, i sondaggi descrivono come un testa a testa, con un lieve vantaggio numerico per il candidato conservatore in diverse rilevazioni.
Il primo turno del 4 ottobre ha già mostrato la consistenza del fronte bolsonarista. Flávio ha raccolto il 47,03% dei voti validi, contro il 45,16% di Lula. Un risultato significativo, perché ha smentito le aspettative di una competizione più favorevole al presidente uscente e ha consegnato al figlio dell’ex presidente una posizione di forza in vista del ballottaggio.
La vigilia elettorale è stata segnata soprattutto dalle preoccupazioni quotidiane dei brasiliani: prezzi degli alimenti, indebitamento delle famiglie, criminalità e corruzione. Questioni che pesano sul giudizio dell’elettorato più delle tradizionali divisioni ideologiche e che possono risultare decisive per una parte dei votanti ancora incerti o tentati dall’astensione.

Nel confronto televisivo finale, trasmesso ieri dalla rete Globo, Lula ha rivendicato gli aumenti reali del salario minimo, i programmi sociali e le misure contro la povertà. Flávio Bolsonaro ha invece insistito sul caro vita, sull’indebitamento delle famiglie e sulla necessità di ridurre la spesa pubblica. Entrambi hanno attaccato l’avversario sulle accuse di corruzione, trasformando il dibattito in uno scontro personale particolarmente aspro.
Il tema della sicurezza favorisce la destra. Flávio promette una linea più dura contro le organizzazioni criminali, con pene più severe e un rafforzamento delle politiche repressive. Lula difende invece il potenziamento delle forze federali e il recupero dei territori controllati dalle bande. Il problema è concreto: in diverse aree del Brasile, le organizzazioni criminali hanno consolidato il proprio controllo territoriale e condizionano la vita quotidiana di intere comunità.
La corruzione, tuttavia, costituisce un terreno insidioso per entrambi. Le controversie che coinvolgono esponenti politici, le indagini su presunti illeciti e il caso Banco Master hanno alimentato la sfiducia. Le accuse rivolte ai candidati restano da valutare sulla base delle risultanze giudiziarie e non equivalgono, da sole, a prove di responsabilità. Ma politicamente producono effetti, soprattutto in una società nella quale il ricordo dell’inchiesta Lava Jato continua a pesare sul dibattito pubblico.
Le ultime rilevazioni confermano quanto sia difficile prevedere il risultato. Datafolha ha registrato un sostanziale pareggio nei voti validi, con il 50% per ciascun candidato. Altri istituti attribuiscono a Flávio un vantaggio compreso tra uno e quattro punti. Le differenze rientrano in diversi casi nei margini di errore, per cui nessuno dei due può considerarsi favorito in modo netto.
A decidere potrebbe essere la mobilitazione degli elettori che al primo turno hanno sostenuto altri candidati, ma anche quella di chi non si è presentato alle urne. Il 4 ottobre gli astenuti sono stati oltre 33 milioni, circa il 21% dell’elettorato. È una quota considerevole, che segnala una distanza dalla politica e che potrebbe penalizzare il presidente uscente, ma non necessariamente avvantaggiarlo se riuscisse a mobilitare i propri sostenitori più fedeli.
Il ballottaggio ha anche una dimensione geopolitica. Lula rivendica l’autonomia diplomatica del Brasile, la cooperazione con la Cina e il ruolo del Paese nel Sud globale. Flávio Bolsonaro, vicino politicamente al presidente statunitense Donald Trump, propone invece relazioni più strette con Washington e un orientamento conservatore più marcato.
La differenza non riguarda soltanto la politica estera. Lula punta sulla continuità degli investimenti pubblici, sulla protezione sociale e sulla redistribuzione del reddito. Il suo avversario propone una riduzione della struttura statale, il contenimento della spesa e una maggiore enfasi sull’iniziativa privata. Entrambi devono però fare i conti con il debito pubblico, le difficoltà delle famiglie e la domanda di servizi migliori.

Per Lula, la posta in gioco è particolarmente alta. A 80 anni, il presidente cerca un nuovo mandato dopo essere tornato al potere nel 2023, presentandosi come garante delle politiche sociali e della democrazia contro il ritorno della famiglia Bolsonaro. Ma la sua esperienza e il prestigio internazionale non bastano a cancellare le insoddisfazioni economiche e la stanchezza di una parte dell’elettorato. Flávio, 45 anni, deve invece dimostrare di essere qualcosa di più del continuatore politico del padre in carcere per aver tentato un golpe.
Domani il Brasile non sceglierà soltanto un presidente. Deciderà se proseguire lungo la strada indicata da Lula oppure affidarsi a una destra che promette discontinuità, ordine e un diverso rapporto con gli Stati Uniti. Il margine ristretto previsto dai sondaggi rende plausibile un esito sul filo dei voti.