Pagine Esteri (Cilia Flores nella foto wikimedia)- La giustizia statunitense ha inferto un nuovo colpo alle garanzie fondamentali e al diritto elementare alla salute, in questo caso quello della deputata venezuelana Cilia Flores, moglie del presidente venezuelano, Nicolas Maduro, sequestrato con lei il 3 gennaio durante un assalto armato delle truppe speciali Usa. Riunitosi giovedì 8 ottobre presso il Tribunale del Distretto Sud di New York, il giudice federale Alvin Hellerstein ha respinto formalmente la richiesta di arresto domiciliare presentata dalla difesa. Tale misura avrebbe dovuto consentire a Flores, dichiaratasi “prigioniera di guerra” come Maduro, di attendere l’inizio del processo, fissato per il 1° giugno 2027, in una residenza privata sotto stretta sorveglianza e con l’uso del braccialetto elettronico. Lo scorso settembre, la difesa, guidata dall’avvocato Mark Donnelly, aveva depositato un dettagliato memoriale di 23 pagine, smontando punto per punto le tesi accusatorie e offrendo un piano di sorveglianza ferreo (confinamento domiciliare totale, GPS e ispezioni a sorpresa) per supportare la richiesta della misura umanitaria.

Durante l’udienza, il giudice Hellerstein ha però liquidato con scetticismo le garanzie offerte dalla difesa contro il presunto “rischio estremo di fuga”, adducendo che, in caso di allontanamento, il Venezuela non avrebbe concesso l’estradizione: “Sempre c’è un modo per scappare”, ha sentenziato il magistrato.

Un capitolo particolarmente torbido ha riguardato le condizioni di salute di Flores, a breve settantenne, che la difesa ha definito critiche a causa di episodi di tachicardia ventricolare, perdita di peso superiore ai dieci chili, la perdita di due denti e il peggioramento generale seguito alla detenzione e alle ferite riportate durante l’operazione militare del 3 gennaio. Sulle condizioni fisiche, il giudice le ha liquidate come “premature”, adducendo strumentalmente il fatto che l’imputata si sia rifiutata di sottoporsi ad alcuni accertamenti diagnostici invasivi, tra cui un cateterismo cardiaco, proposti dai medici del penitenziario.

Presente in aula insieme ad altri 5 solidali  l’artista e attivista statunitense di origine venezuelana Sabrina Mendoza ha offerto una testimonianza di primissima mano sul clima intimidatorio e profondamente maschilista che ha dominato l’udienza. Mendoza, che ha documentato l’intero processo attraverso una serie di illustrazioni eseguite sul posto per aggirare il divieto assoluto di scattare fotografie, ha denunciato la manovra della Procura statunitense: appena un giorno prima dell’udienza, i media egemonici hanno diffuso nuovi capi d’accusa per presunta cospirazione e tortura contro cittadini statunitensi in Venezuela. Un plico di ben trenta pagine consegnato alla difesa e allo stesso giudice la mattina stessa, alle 8:00, due ore prima dell’inizio della sessione. Un tempismo chirurgico utilizzato come strumento di coercizione politica per orientare la decisione del tribunale.

“Siamo di fronte a un atto deplorabile anche di misoginia”, ha denunciato Mendoza, evidenziando il cinismo di un collegio interamente maschile che pretende di decidere sulla salute e sul corpo di una donna detenuta, imponendole interventi invasivi senza trasparenza legale né il consenso informato, all’interno del famigerato Metropolitan Detention Center di Brooklyn (dove Flores è stata recentemente trasferita dalla sezione di isolamento SHU a una cella comune con oltre quaranta detenute). Nonostante lo sconcerto in aula, dove persino il giudice ha ammesso di non aver letto i documenti ma di considerarli comunque “gravi”, Cilia Flores – ha raccontato Mendoza – è “apparsa salda, vestita di nero, con la fronte alta e scambiando sguardi e sorrisi con gli attivisti presenti, in una dimostrazione di inequivocabile resistenza morale”.

Il procedimento prosegue ora attraverso una serie di tappe e scadenze processuali che precedono il dibattimento principale del giugno 2027. La prossima data fondamentale è fissata per il 17 novembre, giorno in cui la difesa presenterà le memorie tecniche per chiedere l’annullamento totale delle accuse basandosi sull’immunità sovrana e parlamentare, mentre la Procura dovrà depositare le sue repliche probatorie.

Il cuore di questa battaglia giuridica poggia sul dettagliato memoriale di 56 pagine (ECF 321) depositato dai legali, che smonta l’impianto accusatorio statunitense. Il documento ricorda che nessun tribunale degli Stati Uniti ha mai processato penalmente un capo di Stato riconosciuto dal proprio Paese come leader in carica (sia de jure che de facto). L’accusa sostiene paradossalmente che Maduro e Flores avrebbero corrotto le istituzioni dello Stato, ma il common law stabilisce che l’immunità basata sulla condotta si applica a prescindere dalle motivazioni o dalla presunta legalità degli atti compiuti nell’esercizio delle funzioni sovrane (come la gestione della politica estera, l’emissione di passaporti diplomatici o il coordinamento istituzionale). Pretendere di revocare l’immunità di un capo di Stato straniero dichiarandolo unilateralmente “illegittimo” costituisce una pericolosa forzatura che calpesta il diritto internazionale.

L’intera impalcatura giudiziaria newyorkese poggia su un vizio d’origine insanabile: il rapimento di Stato avvenuto all’alba del 3 gennaio, quando forze speciali statunitensi hanno prelevato con la forza Maduro e Flores da Caracas attraverso un attacco militare costato la vita a centinaia di persone. Un’aggressione armata che ha calpestato la Carta delle Nazioni Unite e l’immunità sovrana, denunciata dal Segretario Generale dell’ONU António Guterres e da diversi governi come un precedente gravissimo.

Mentre i tribunali di Washington continuano a ridurre l’illegalità dell’arresto a un mero dettaglio procedurale sulla falsariga della vecchia dottrina Noriega, la solidarietà internazionale continua a denunciare la natura di “prigionieri di guerra” dei due leader bolivariani.

La detenzione arbitraria e i processi di Manhattan hanno scatenato un’ampia mobilitazione internazionale. Intellettuali, leader politici, artisti e figure del pensiero critico come lo scrittore Ignacio Ramonet hanno firmato un appello per denunciare il carattere coloniale ed extragiudiziale del procedimento. A queste voci si uniscono i collettivi femministi e antimperialisti (come Bravo Pueblo), che denunciano il trattamento degradante e l’uso politico delle carceri statunitensi.

Il quadro accusatorio trova un eco speculare anche in Italia. È il caso recente del cooperante italiano Alberto Trentini, originario del Veneziano, il quale — tramite i suoi legali — ha presentato un esposto formale alla Procura di Roma per denunciare la detenzione arbitraria e le pressioni subite nel carcere di El Rodeo I, chiedendo al contempo al Ministero degli Esteri e al Parlamento europeo il riconoscimento delle violazioni subite.

Nella storia della Rivoluzione Bolivariana, Cilia Flores occupa un posto centrale. Nata a Tinaquillo nel 1956 e laureata in giurisprudenza con specializzazione in diritto penale e del lavoro, la sua traiettoria è indissolubilmente legata alle tappe di emancipazione popolare del Paese. Nel 1994 guidò coraggiosamente il team legale che ottenne la scarcerazione di Hugo Chávez e dei militari insorti del 4 febbraio 1992, diventando una delle architette giuridiche e politiche del MVR e successivamente del PSUV.

Pioniera delle istituzioni democratiche venezuelane, è stata la prima donna a presiedere l’Assemblea Nazionale tra il 2006 e il 2011, oltre a ricoprire l’incarico di Procuratrice Generale della Repubblica nel 2012 e di deputata costituente nel 2017. E si deve a lei la stesura e l’approvazione di importanti leggi sulla libertà femminile.  Per questo,  sostituire il concetto subalterno di “First Lady” con quello di “Prima Combattente” non è stato un vezzo retorico da parte di Maduro, ma il riconoscimento di un impegno in prima linea accanto alle classi lavoratrici, che ha incarnato la tempra della donna venezuelana rivoluzionaria di fronte alle aggressioni imperialiste. Per l’opposizione venezuelana, Cilia Flores è, invece, la vera “eminenza grigia” dei meccanismi di potere al governo dal 1998.

La nuova incriminazione depositata a Manhattan (documento 342 del fascicolo 1:11-cr-00205) accusa Maduro e Flores di aver diretto tra il 2013 e il 2026 un sistema di sevizie (tra cui scariche elettriche, asfissia e isolamento) contro cittadini statunitensi come l’ex marine Matthew Heath. Esponenti dell’opposizione venezuelana, come Edmundo Uurrutia e Omar González Moreno, hanno esultato parlando di un “cerchio che si stringe”. Accuse che i governi bolivariani hanno sempre negato dai tempi di Chávez, rivendicando la natura democratica e pacifista del loro modello, e denunciando, allora come ora, l’uso strumentale delle accuse di tortura da parte di Washington.

Accuse che appaiono grottesche e ipocrite se confrontate con la storia dei crimini sistematici dello stesso impero statunitense. Il catalogo di sevizie contestato a Caracas ricalca puntualmente i manuali della CIA emersi nel rapporto del Senato USA del 2014 su waterboarding, bagni nel ghiaccio e alimentazione forzata, per non parlare delle atrocità documentate ad Abu Ghraib e Guantánamo, i cui responsabili di alto rango sono rimasti impuniti.

Trasformare la giustizia penale internazionale in un’appendice della politica estera, dove la tortura è un crimine o una “tecnica avanzata” a seconda del passaporto di chi la commette — denunciano gli attivisti -, svela la natura politica di un processo che mira a decapitare la leadership legittima del Venezuela. Ma – dice ancora Sabrina Mendoza – come dimostrano la fermezza di Cilia Flores in tribunale e la mobilitazione della solidarietà internazionale guidata da collettivi come Bravo Pueblo, “la dignità della rivoluzione bolivariana non si piega nelle aule di Manhattan e si fa sentire nelle piazze, ogni 3 del mese”.