Le ruspe di Tel Aviv non risparmiano neanche i palestinesi con cittadinanza israeliana e avanzano nel Naqab, dove questa mattina hanno distrutto almeno 50 case nel quartiere di Abu Wadi, a Dahiya, e decine di strutture, tra cui una moschea. Duecentocinquanta persone sono rimaste senza un tetto, qualcuno ha demolito da solo la propria abitazione, per risparmiare almeno i costi che Israele addebita in questi casi. “Se hai qualche soldo da parte, puoi riuscire a costruire una nuova casa – ci ha spiegato un giovane padre palestinese – ma se lasci fare alle ruspe dell’esercito, tutti i tuoi soldi finiscono in Israele.”
Gli Abu Wadi sono palestinesi beduini con cittadinanza israeliana. La famiglia possiede 63 ettari (630 dunam), dei quali 55 venivano coltivati fino a pochi anni fa. Ahmad Abu Wadi, cinquant’anni, nato nel quartiere, ha raccontato che producevano grano senza irrigazione artificiale, sfruttando le piogge, finché la cosiddetta Autorità israeliana per le terre ha cominciato a rivoltare il terreno rendendone impossibile la coltivazione. La famiglia Abu Wadi vive su quella terra da prima del 1917. Il Forum per la coesistenza nel Negev documenta la sua presenza su terreni di proprietà familiare fin dall’epoca ottomana, segnalando che nel 1948 si aggiunsero altre famiglie espulse dai militari israeliani. Nella scheda dedicata al villaggio, l’organizzazione ricorda anche che per oltre trent’anni, dal 1956 al 1988, gli abitanti pagarono le imposte al consiglio regionale israeliano di Bnei Shimon senza ricevere in cambio i servizi municipali. Il villaggio è rimasto escluso dalla rete elettrica nazionale e gli abitanti hanno dovuto provvedere a proprie spese alle tubature dell’acqua.

Dahaiya appartiene ai villaggi che Israele rifiuta di riconoscere, anche se erano lì prima ancora che la nascita dello stato israeliano venisse proclamata. Tel Aviv si è sempre rifiutata di riconoscere la sua esistenza e di rilasciare i «permessi» postumi. Senza piani urbanistici ottenere i documenti necessari diventa impossibile e questa mancanza di «permessi» viene poi utilizzata per giustificare le demolizioni. Gli abitanti avevano chiesto quantomeno una soluzione nel vicino quartiere al-Kawthar di Rahat. Secondo il sindaco di Rahat, Talal al-Krenawi, ad appena cento metri si trova un’area con un progetto già approvato per 1.355 abitazioni. Le autorità intendono però destinarla a famiglie provenienti dalle zone di Hura, Lakiya e Dimona.
Israele demolisce le case degli Abu Wadi e ne impone il trasferimento nel quartiere 10 di Rahat, dove i palazzi destinati ad accoglierli non sono ancora stati terminati. Il ricorso respinto dal tribunale di Be’er Sheva indicava questo ed altri ostacoli precisi. Oltre ai lavori incompleti e all’assenza di permessi, gli abitanti denunciano un numero di soluzioni insufficiente: le persone rimaste senza casa sono circa 250, mentre Israele individua solamente sessanta beneficiari. Sul terreno destinato al trasferimento – il quartiere 10 – si trovano inoltre membri della famiglia al-Turi, che verrebbero a loro volta deportati, motivo per cui gli avvocati hanno segnalato anche il rischio concreto di un conflitto violento tra le famiglie. Ma nonostante tutte le evidenze, le autorità israeliane hanno comunque respinto il ricorso. Ahmad ha cercato un affitto a Rahat e a Be’er Sheva, ma i prezzi sono fuori dalla sua portata. Racconta che molti finiranno per cercare una baracca tra le case della zona, perché non hanno un altro posto dove andare.

La politica di demolizioni e sfollamento per la la popolazione palestinese nel Naqab ha un nome preciso, rivendicato più volte e con forza dal governo: “ebraicizzazione”. Il 17 settembre il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha promesso di realizzare nel Naqab e in Galilea, moltiplicandolo per tre, quanto fatto in Cisgiordania, con riferimento all’espansione degli insediamenti e alle demolizioni delle strutture palestinesi. Già ad agosto Smotrich aveva annunciato l’obiettivo di portare un milione di ebrei nelle due regioni, attraverso venti nuovi insediamenti in Galilea e venti nel Naqab, oltre a decine di “fattorie”. Per favorirli prometteva di eliminare gli ostacoli urbanistici, gli stessi che vengono utilizzati per impedire lo sviluppo e imporre il trasferimento delle comunità palestinesi.
Ciò che accade oggi a Dahiya avviene anche in altri villaggi di palestinesi beduini con cittadinanza israeliana. A Umm al-Hiran, ad esempio, dove la sostituzione di una comunità con un’altra è stata esplicita. Il villaggio beduino è stato demolito nel novembre 2024 per fare spazio a Dror, un nuovo insediamento israeliano. Gli abitanti arabi avevano chiesto di potervi essere inclusi ma la proposta era stata respinta. Adalah aveva documentato già nel 2017 che lo statuto della cooperativa che vendeva gli immobili ammetteva soltanto ebrei israeliani o residenti permanenti osservanti della Torah e dei precetti dell’ebraismo ortodosso, contraddicendo le assicurazioni del governo che parlava di una città aperta a tutti.
A Ras Jrabah, invece, Israele ha consegnato ordini di sgombero a circa cinquecento palestinesi con cittadinanza israeliana, cacciati per consentire l’espansione di Dimona. Le loro famiglie vivevano nella zona prima della fondazione della città, nella quale oggi lavorano, fanno acquisti e utilizzano i servizi. Hanno chiesto di essere inclusi nel quartiere che verrà costruito al posto delle proprie case ma l’autorità per gli insediamenti beduini ha risposto di poter proporre sistemazioni soltanto nelle località beduine. Al contrario, lo stato prevede benefici economici e campagne di richiamo con lo scopo di allargare la presenza ebraica in qualsiasi area di Israele e della Cisgiordania palestinese occupata.
La città di Dimona può quindi espandersi sui terreni del villaggio di Ras Jrabah, ma gli abitanti del villaggio vengono esclusi dalle soluzioni previste per quella stessa espansione. I tribunali hanno respinto l’accusa di segregazione sostenendo che i singoli residenti potrebbero comunque partecipare ai bandi per acquistare terreni nel futuro quartiere. La possibilità teorica di comprare viene utilizzata per giustificare la perdita concreta della casa e il rifiuto di includere la comunità nella pianificazione. Adalah denuncia questo sistema come una delle più gravi forme di apartheid nei confronti dei cittadini palestinesi di Israele. Pagine Esteri