Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube) – Le elezioni legislative del 23 settembre hanno consegnato al Marocco un nuovo equilibrio parlamentare, ma soprattutto hanno confermato una frattura che attraversa la società marocchina: da una parte un sistema politico capace solo di garantire continuità istituzionale e grandi programmi di investimento per gli interessi di pochi, dall’altra una parte crescente della popolazione, soprattutto giovane, che chiede lavoro, giustizia sociale, servizi pubblici e libertà politica. Anche la vittoria del Partito dell’Autenticità e della Modernità (PAM) conferma la distanza tra la politica organizzata e una parte consistente dell’elettorato.

Il PAM ha ottenuto 97 dei 395 seggi della Camera dei rappresentanti, davanti al Raggruppamento nazionale degli indipendenti (RNI), che ne ha conquistati 66, e all’Istiqlal, con 65. Il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (PJD), formazione islamista che aveva subito un crollo nelle precedenti elezioni, è tornato a crescere raggiungendo 54 seggi. La formazione uscita vincitrice non dispone quindi della maggioranza assoluta e dovrà costruire una coalizione.

La bassa partecipazione è fondamentale per capire i sentimenti che attraversano oggi la società marocchina. L’affluenza si è fermata attorno al 38 per cento, con un’astensione particolarmente significativa tra i giovani. In un Paese nel quale quasi 16 milioni di elettori erano registrati per scegliere i 395 deputati, la scarsa partecipazione segnala un problema che va oltre gli equilibri tra partiti: una parte della società non considera il voto uno strumento utile per modificare concretamente le proprie condizioni di vita.

Una donna con occhiali parla al microfono durante un evento, seduta su una sedia, con uno schermo di sfondo che mostra la scritta '2026'.

Ed è soprattutto tra i giovani che questa distanza appare più evidente. Nel 2025 la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 37 per cento, secondo i dati riportati dall’Associated Press. Ancora più significativo è il numero dei giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. Amnesty International, citando il Consiglio economico, sociale e ambientale marocchino, indica circa un giovane su quattro nella fascia 15-24 anni in questa condizione.

È questo il terreno sul quale è nato il movimento GenZ 212, protagonista nel 2025 di proteste per chiedere migliori servizi sanitari, istruzione, lavoro e un contrasto più efficace alla corruzione. Una protesta che ha messo in discussione anche le priorità della spesa pubblica, in particolare gli investimenti legati ai grandi eventi sportivi e alla preparazione del Mondiale di calcio del 2030. Le autorità hanno risposto con arresti e repressione delle manifestazioni con un uso letale della forza.

Il problema, dunque, non è soltanto quanti posti di lavoro riuscirà a creare il prossimo governo. È anche il rapporto tra crescita economica e distribuzione della ricchezza. Il Marocco ha attratto investimenti e sta preparando enormi infrastrutture in vista del 2030, ma la crescita non ha eliminato le disparità territoriali né la difficoltà di accesso dei giovani al mercato del lavoro. La promessa di modernizzazione rischia così di entrare in collisione con una domanda sociale molto più elementare: poter studiare, lavorare, curarsi e costruire un futuro nel proprio Paese.

A questa questione economica si aggiunge quella dei diritti. Organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch denunciano negli ultimi anni procedimenti contro giornalisti, attivisti e oppositori critici nei confronti delle autorità, oltre a restrizioni alla libertà di espressione e di riunione. Human Rights Watch segnala inoltre che le autorità continuano a colpire attivisti che criticano la monarchia e che nel Sahara Occidentale vengono ostacolati coloro che sostengono l’autodeterminazione sahrawi.

Ed è proprio il Sahara Occidentale uno dei punti sui quali il risultato elettorale va letto con attenzione, perché non scioglie in alcun modo i nodi che riguardano questo territorio sotto occupazione da decenni. Il Marocco lo controlla con le armi dal 1975 e lo considera, contro la legalità internazionale, parte integrante del regno. Il Fronte Polisario, invece, continua a rivendicare l’indipendenza del territorio e chiede libertà per il popolo saharawi. Le Nazioni Unite considerano il Sahara Occidentale una questione da risolvere attraverso un processo politico che Rabat, però, non ha alcun interesse e desiderio di avviare.

Il nuovo Parlamento si troverà quindi davanti a una contraddizione difficile da eludere. Il Marocco vuole presentarsi come una monarchia stabile, economicamente dinamica. Ma la stabilità istituzionale deve fare i conti con una generazione che ha mostrato di essere meno disposta ad accettare la distanza tra crescita economica e condizioni sociali.

Non si può dimenticare inoltre l’opposizione di larghi settori della popolazione e dei giovani in particolare per le relazioni strette tra il Marocco e Israele, cominciate con l’adesione del regno agli Accordi di Abramo.

Il risultato elettorale non risolve nessuna di queste questioni. Il ritorno del PJD, la vittoria del PAM e la probabile necessità di una nuova coalizione modificano gli equilibri parlamentari, ma il vero banco di prova sarà fuori dall’aula: occupazione giovanile, disuguaglianze, servizi pubblici, diritti umani.