Questo articolo è stato pubblicato in origine dal quotidiano il Manifesto

Pagine Esteri (foto fermo immagine da YouTube) – Volontari scrutano per tutta la notte la campagna intorno ai villaggi, facendo turni di guardia. Un fruscio, il più piccolo movimento, viene monitorato e segnalato a sentinelle in altri punti sensibili e agli altri villaggi attraverso chat dedicate su WhatsApp. Sono in maggioranza giovani, spesso adolescenti. Non hanno armi, nelle mani stringono solo torce per illuminare e mandare segnali. In alcune aree hanno accumulato pietre pronte da lanciare contro i coloni israeliani intenzionati a compiere raid nei loro villaggi. Hanno nascosto anche qualche bastone. «Per autodifesa, perché il fine di questo sistema è solo quello di scoraggiare, con una massiccia presenza di persone nelle strade, i coloni dall’attaccare le nostre case», ci spiega N.A., un giornalista di Ramallah che segue lo sviluppo del coordinamento dei comitati popolari palestinesi ritornati in vita per proteggere villaggi e comunità sotto attacco. «L’organizzazione dei comitati migliora di giorno in giorno e così la determinazione della nostra gente», aggiunge. «Non sempre si riesce a fermarli, ma la mobilitazione di tante persone ha già avuto un effetto deterrente, almeno nei centri più grandi e meno in quelli piccoli e isolati che sono più difficili da salvaguardare».

Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele, i coloni in Cisgiordania, inizialmente, si sono lanciati in raid punitivi contro la popolazione palestinese, poi hanno messo in atto una strategia di sfollamento e occupazione di terre. Decine di piccole comunità sono state costrette a fuggire sotto la minaccia di bande di coloni armati. Dall’inizio del 2026 oltre 3.200 palestinesi hanno dovuto lasciare le proprie case a causa della combinazione di violenza e demolizioni, riferisce OCHA (Onu). Nel 2026, aggiunge, la media è stata di sei attacchi al giorno con morti, feriti e danni alle proprietà palestinesi. Dopo gli scontri avvenuti venerdì scorso a Tell (Nablus) – seguiti da una sparatoria nella quale sono rimasti uccisi quattro palestinesi, un colono e un soldato israeliani – dagli insediamenti coloniali sono partite spedizioni punitive con incendi di abitazioni, moschee, terreni agricoli e auto in vari villaggi palestinesi. L’esercito israeliano ha fatto ben poco per fermare i coloni. Al contrario, ha chiuso i palestinesi nei loro centri abitati e avviato perquisizioni a tappeto, concluse con decine di arresti.

«L’organizzazione dell’autodifesa è stata naturale, inevitabile, perché siamo stati abbandonati a noi stessi. Ci troviamo di fronte a coloni sostenuti dal loro governo che diventano sempre più violenti e prepotenti. Dobbiamo proteggere i nostri cittadini», dice al manifesto Bahaa Fuqaha, vicesindaco di Sinjil, a est di Ramallah, uno dei villaggi palestinesi maggiormente presi di mira in quella zona assieme a al-Mughayyir, Turmus Ayya, Deir Jarir, Abu Falah, Jiljilya e Taybeh. «Per lungo tempo abbiamo continuato a chiamare la polizia e l’esercito per impedire le scorribande dei coloni. Non serve a nulla. Di solito i soldati non arrivano e, se intervengono, lo fanno in aiuto degli autori e non delle vittime delle violenze», denuncia Fuqaha. Sinjil, circondato da un’alta recinzione e dal filo spinato per disposizione delle forze armate israeliane – i suoi giovani sono stati accusati di lanciare pietre contro le auto dei coloni – è tenuto sotto pressione da sei avamposti coloniali. «Da quando hanno costruito la recinzione», sottolinea Fuqaha, «Sinjil ha perduto l’accesso a centinaia di ettari di terre agricole e venti famiglie non hanno più una casa».

Walid, un volontario del comitato di autodifesa, che ci ha chiesto di non rivelare il suo vero nome, ci spiega i passi che vengono compiuti in caso di incursione dei coloni. «Quando siamo certi del loro arrivo, lanciamo l’allerta a tutti i punti di sorveglianza», dice. «Subito, con WhatsApp, diamo l’ordine di mobilitazione, anche con l’aiuto degli altoparlanti delle moschee, e avvertiamo i villaggi vicini. Poi scendiamo in strada a centinaia. La vista di tante persone scoraggia i coloni, inducendoli a non avanzare». A volte funziona, molte altre no, precisa Walid. «Ma non è più come prima», aggiunge perentorio. «Abbiamo subito per troppo tempo. La paura è passata, ora è tempo di difenderci». I comitati popolari di autodifesa provvedono anche a raccogliere donazioni per le famiglie che hanno perduto la casa, l’automobile e le coltivazioni date alle fiamme e per coloro ai quali i coloni hanno sottratto pecore e altri animali. Lo stesso accade in altri villaggi nei distretti di Nablus e Ramallah e a sud di Hebron, nella zona di Masafer Yatta, aree ad alta concentrazione di estremisti di destra. A Silwad, quando si avvicina il pericolo, scatta la sirena d’allarme. Anziani, donne e bambini vengono trasferiti in abitazioni più protette, mentre i giovani si ammassano all’ingresso del villaggio per tenere indietro gli aggressori. Che la paura abbia lasciato il posto a una difesa popolare organizzata lo conferma Jihad Ramadan, un attivista di Tell, teatro della sparatoria di venerdì. «L’esercito interviene solo quando pensa che i coloni siano in pericolo. Perciò ci siamo organizzati per difendere le nostre vite, senza più timore», ha detto in un’intervista a una tv locale.

A cosa porterà l’escalation cercata e voluta dai coloni è la domanda che si pongono un po’ tutti. Sullo sfondo c’è l’ipotesi di una rivolta di massa dei palestinesi sotto occupazione. Ma coloro che in questi giorni parlano maggiormente di una Terza Intifada che cova sotto la cenere non sono i palestinesi, bensì funzionari israeliani della sicurezza, attuali ed ex, che ritengono che la Cisgiordania si stia rapidamente avvicinando al punto di rottura e che l’attuale governo stia creando le condizioni per uno scontro incontrollabile. Lo Shin Bet israeliano avverte che i comitati palestinesi di autodifesa potrebbero trasformarsi in «modelli di resistenza». Invece, per l’analista Ghassan Khatib, il ritorno sulla scena dei comitati popolari, sorti spontaneamente durante la prima Intifada (1987-1993), è importante soprattutto da un punto di vista sociale, perché risponde al bisogno espresso da milioni di palestinesi minacciati. «Il terrorismo dei coloni ha innescato una reazione: la nostra gente si sta unendo», afferma.