Pagine Esteri – Mentre Washington continua a presentare la propria politica migratoria come una questione di sicurezza nazionale, emergono nuove inquietanti pratiche. L’amministrazione di Donald Trump si appresta infatti a deportare decine di migranti verso la Repubblica Centrafricana, uno degli Stati più poveri e instabili del pianeta, mentre negli Stati Uniti emerge il caso di un anziano palestinese che l’ICE, la famigerata agenzia federale per l’immigrazione, ha tentato di espellere nonostante un esplicito divieto di un giudice.
Secondo informazioni raccolte da Reuters, il primo volo diretto a Bangui potrebbe partire a breve con a bordo circa venti persone. Tra loro figurano cittadini iraniani, siriani, afghani e almeno un turco. Il piano rientra nella strategia adottata dalla Casa Bianca per trasferire in Paesi terzi migranti che gli Stati Uniti non riescono o non vogliono rimpatriare direttamente nei loro Stati di origine.
Particolarmente delicata appare la situazione di due donne iraniane. La loro avvocata, Emily Trostle, ha spiegato che una si è convertita al cristianesimo mentre l’altra è una attivista dell’opposizione. Entrambe avevano presentato richiesta di asilo dopo l’arrivo negli Stati Uniti nel novembre 2024 e avevano ottenuto da un giudice dell’immigrazione una forma di protezione contro il rimpatrio.
La destinazione scelta da Washington solleva interrogativi altrettanto seri. La Repubblica Centrafricana, pur avendo registrato negli ultimi anni una riduzione delle ostilità grazie agli accordi firmati dal presidente Faustin-Archange Touadéra con alcuni gruppi armati, resta uno Stato profondamente segnato da decenni di conflitti, colpi di Stato e violenze intercomunitarie. Dall’indipendenza dalla Francia nel 1960 il Paese è stato attraversato da ripetute crisi che hanno lasciato la maggior parte dei suoi 5,5 milioni di abitanti in condizioni di estrema povertà.
Secondo le informazioni trapelate, i migranti deportati verrebbero ospitati in appartamenti nella capitale Bangui e non sarebbero immediatamente rimpatriati verso i loro Paesi d’origine. Tuttavia restano sconosciuti i dettagli dell’accordo tra Washington e le autorità centrafricane. Un funzionario informato sui negoziati ha riferito che, in prospettiva, il numero delle persone trasferite potrebbe raggiungere le centinaia.
Il Dipartimento per la Sicurezza Interna sostiene che a tutti i migranti venga garantito il dovuto processo legale. Ma associazioni e attivisti contestano la scarsa trasparenza di questi accordi, già sperimentati con altri Paesi africani. Temono che molti deportati finiscano successivamente per essere rimandati verso Stati dai quali erano fuggiti per motivi di sicurezza.
L’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha precisato di non essere coinvolta nelle operazioni di trasferimento. L’agenzia delle Nazioni Unite fornirà soltanto assistenza umanitaria ai migranti una volta arrivati a Bangui e soltanto su base volontaria.
La controversia sulle deportazioni si intreccia con un altro caso che sta attirando l’attenzione. Protagonista, suo malgrado, è Akram Mahmoud Omar, palestinese di 77 anni residente legalmente negli Stati Uniti dal 1975. Omar, nonno e padre di famiglia, era stato arrestato dall’ICE nell’ottobre scorso durante un normale controllo amministrativo e rinchiuso nel centro di detenzione noto come Camp 57, all’interno del carcere statale di Angola, in Louisiana.
Durante i sette mesi di detenzione, secondo i documenti depositati in tribunale, l’anziano ha subito un infarto. I suoi legali sostengono che le condizioni di vita nel centro abbiano contribuito al peggioramento del suo stato di salute. Il 29 maggio un giudice federale di Baton Rouge aveva ordinato il suo immediato rilascio, stabilendo che la detenzione violava i suoi diritti costituzionali.
La vicenda sembrava conclusa. Invece, appena dieci giorni dopo la scarcerazione, gli agenti dell’ICE si sono presentati nuovamente a casa sua. Omar è stato arrestato una seconda volta e trasferito verso una struttura di transito dalla quale sarebbe dovuto partire un volo di deportazione diretto in Israele.
L’intervento d’urgenza del suo avvocato, Ken Mayeaux, ha evitato l’espulsione all’ultimo momento. Lo stesso giudice che ne aveva disposto il rilascio ha ordinato ancora una volta all’ICE di liberare Omar e ha intimato all’agenzia di non procedere con ulteriori tentativi di deportazione.
Per i difensori dei diritti dei migranti il caso rappresenta qualcosa di più di una semplice controversia amministrativa. Bridget Pranzatelli, del National Immigration Project, sostiene che i tribunali federali si trovano sempre più spesso ad affrontare violazioni aperte degli ordini giudiziari da parte delle autorità migratorie. Secondo l’avvocata, l’accanimento nei confronti di Omar riflette inoltre un atteggiamento particolarmente duro verso i palestinesi.
Nato in Palestina prima della creazione dello Stato di Israele, Omar vive negli Stati Uniti da mezzo secolo. Le autorità erano da anni a conoscenza di due vecchie condanne per reati minori non violenti, risalenti al 2005 e al 2022. Nonostante ciò, l’uomo aveva sempre rispettato gli obblighi di controllo imposti dall’immigrazione e non aveva mai tentato di sottrarsi alle procedure.
La contemporaneità dei due casi, quello dei deportati destinati alla Repubblica Centrafricana e quello del palestinese settantasettenne, mostra come la politica migratoria americana stia entrando in una fase sempre più aggressiva. Da una parte l’esternalizzazione delle espulsioni verso Paesi lontani e instabili, dall’altra l’utilizzo di misure coercitive contestate perfino dai tribunali federali.