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Sono attesi per metà maggio i risultati definitivi delle elezioni che, con il 95,027% delle schede scrutinate, mandano ufficialmente al ballottaggio Keiko Fujimori e Roberto Sánchez. Tuttavia, mancano ancora all’appello 4.613 verbali contestati (corrispondenti alle giornate cruciali del 12 e 13 aprile) che devono essere risolti dai Jurados Electorales Especiales (JEE). Sebbene il margine sembri consolidato, queste schede rappresentano l’ultimo diaframma tecnico che potrebbe ancora teoricamente spostare i decimali verso uno scontro al secondo turno fra due facce della solita destra — quella di Fujimori e quella dell’ultraconservatore Rafael López Aliaga — che tenta sistematicamente di tornare in sella in un paese frammentato nel quadro elettorale e sempre più diseguale sul piano sociale.

Il Perù che emerge dalle urne del 2026 è un paese che si guarda allo specchio e vede riflessa la propria frammentazione estrema. Lo scenario verso il ballottaggio del 7 giugno si delinea come una riedizione, seppur con interpreti parzialmente diversi, dello scontro del 2021. Da un lato Keiko Fujimori, leader di Fuerza Popular, che con il 16,6% approda per la quarta volta consecutiva alla sfida finale; dall’altro Roberto Sánchez, attuale presidente di Juntos por el Perú ed ex ministro di Pedro Castillo, che con il 12,1% ha scalato i sondaggi partendo dal sesto posto, intercettando il voto delle zone rurali. Tuttavia, i dati numerici rappresentano solo la superficie di una crisi strutturale che affonda le radici in trent’anni di normalizzazione dell’anormale, dove l’instabilità politica è diventata l’unica costante del modello neoliberista.

La storia peruviana degli ultimi dieci anni è un catalogo di presidenti destituiti, incaricati o perseguitati. Il Perù giunge a questo snodo con il suo ottavo presidente dal 2016: la successione costituzionale di José María Balcázar è solo l’ultimo anello di una catena di mandati di presidenta incaricata e repentine cadute. L’analisi di questo processo non può prescindere dall’uso sistematico della magistratura a fini politici, il cosiddetto lawfare. Questo meccanismo non risponde a un intento di pulizia democratica, ma funge da dispositivo di controllo: quando la politica non garantisce gli interessi delle élite, interviene il braccio giudiziario per decapitare le leadership popolari.

Esempi emblematici sono la recente disattivazione degli uffici speciali anticorruzione da parte del procuratore Tomás Gálvez, egli stesso coinvolto in inchieste opache. Altrettanto indicativa è la sospensione strategica dei magistrati che istruivano casi contro i leader della destra: il caso “Cócteles” contro Fujimori rimane un fantasma che agita le aule di giustizia senza mai arrivare a una sanzione definitiva, mentre la magistratura si accanisce contro chi mette in discussione il sistema. Non si tratta di intoppi burocratici, ma di manovre di una contrainsurgencia preventiva che usa il codice penale per proteggere lo status quo e neutralizzare il cambiamento.

Questa dinamica di interdizione permanente ha radici profonde nella necessità di rimuovere ogni ostacolo alla continuità del sistema. Attraverso l’uso estensivo del reato di apologia del terrorismo e la criminalizzazione del dissenso, il sistema ha creato una zona d’ombra in cui qualsiasi richiesta di superamento del conflitto viene equiparata all’eversione. Questa logica securitaria coinvolge oggi la società civile, avvocati e intellettuali. L’esempio più lampante rimane Pedro Castillo: la sua carcerazione nel penal di Barbadillo è utilizzata come un monito per chiunque tenti di spostare l’asse del potere fuori dai corridoi di Lima. Sánchez, che ha simbolicamente condiviso la colazione elettorale con Castillo in carcere, ha fatto della “riparazione ai martiri del sud” e della libertà dell’ex presidente i perni della sua proposta, denunciando come il diritto sia stato piegato per neutralizzare un mandato popolare.

Il Perù giunge a questa seconda soglia elettorale portando con sé il peso di una democrazia svuotata. L’incertezza è alimentata anche dal collasso delle istituzioni elettorali: le recenti dimissioni di Piero Corvetto Salinas dalla guida dell’ONPE, avvenute mercoledì 22 aprile sotto la pressione di denunce penali per presunti illeciti logistici, lasciano l’organizzazione del ballottaggio in mano a una struttura decapitata. La giornata di voto ha registrato falle critiche: oltre 52.000 cittadini, soprattutto nelle zone rurali, sono stati privati del diritto al voto per mancanza di schede e urne. Un numero che, in termini di rappresentanza, equivale a 15 distretti delle terre alte, confermando che l’esclusione non è un incidente, ma un fattore politico.

La fotografia del voto rivela una sinistra capace di una resilienza inaspettata. Roberto Sánchez è riuscito a intercettare l’eredità del castillismo, posizionandosi come punto di convergenza per quella vasta base popolare che non si riconosce più nelle élite tradizionali. Tuttavia, questa rappresentanza resta precaria a causa di una frammentazione che impedisce di superare collettivamente soglie di vittoria schiacciante. Al contrario, la destra di López Aliaga non accetta il verdetto e chiede l’intervento della Procura nel centro di calcolo, agitando lo spettro della frode per delegittimare la rimonta di Sánchez.

I risultati confermano la frattura tra la capitale e il Perù reale. Mentre Lima rimane la roccaforte di una destra che invoca misure punitive e difende l’autonomia ferrea del Banco Central de Reserva guidato da Julio Velarde — garante dal 2006 di un modello che ha portato la povertà al 27,6% — le regioni andine e amazzoniche esprimono un voto di classe. Per queste popolazioni, il voto è un atto di resistenza contro un neoliberismo estrattivista che consuma i territori. Il sostegno delle comunità agrarie è ciò che ha permesso il sorpasso di Sánchez sulla destra radicale, dimostrando che il destino del Paese si decide lungo i solchi delle terre alte che chiedono una riforma agraria mai compiuta e un investimento nel welfare che non sia sacrificato sull’altare del debito.

Riuscirà questa parte di società negletta a resistere alle sirene del palazzo? La possibile ascesa di un’opzione che sfugge al controllo dei poteri forti rappresenta l’incubo delle élite, che metteranno in campo le consuete strategie: il ricatto ideologico e il “maccartismo andino” che usa Cuba e il Venezuela come spauracchi. In definitiva, il cammino verso il 7 giugno non sarà solo una sfida tra due nomi, ma uno scontro frontale tra la continuità di un sistema che si autotutela e l’urgenza di una riscossa popolare. Il Perù è chiamato a scegliere se restare ostaggio di una legalità piegata agli interessi delle mafie finanziarie o se intraprendere la difficile costruzione di una sovranità che riparta dal basso, restituendo dignità alla maggioranza invisibile del paese.