di Ilaria De Bonis
«Militarizzata, politicamente oppressa, economicamente depredata e socialmente marginalizzata». È tutto questo l’enclave di Cabinda, in Angola. Il 70% del petrolio estratto nel Paese arriva da lì: una regione ricchissima, grande più o meno quanto il Friuli, incuneata nell’estremo nord del Paese tra i due Congo (l’ex Zaire e il Congo Brazaville). Completamente ostaggio delle multinazionali petrolifere, compresa naturalmente Eni, che attingono a piene mani. Ad informare quasi quotidianamente sul cosiddetto “apartheid economico” dell’enclave di Cabinda, è Cabinda Voices, sito e blog di news che mette costantemente il dito nella piaga dell’ingiustizia coloniale. «Per decenni l’enclave è stata chiamata “il Kwait dell’Africa”, grazie alle sue vaste riserve off-shore. Ma chiunque visiti la regione ben presto scopre la contraddizione dolorosa: la ricchezza scorre via, la povertà ristagna», scrive Cabinda Voices. Le strade della città sono ricolme di disoccupati, di infrastrutture fragili, di scuole ed ospedali sottofinanziati; miliardi di dollari (i proventi del petrolio estratto nell’offshore), finiscano dritti a Luanda, la capitale angolana. Da sempre separatista, Cabinda è stata protettorato portoghese dal 1885, ma nel 1956 viene assegnata all’Angola (all’epoca colonia portoghese); nel 1975, anno dell’indipendenza, Cabinda entra a far parte del nuovo Stato angolano. E da allora i patrioti separatisti si battono per uscirne. Dentro questa pentola a pressione di frustrazione, rabbia e invisibilità, nei territori irredenti, agiscono indisturbate e come in una bolla che non vede, le molte società petrolifere stanziate nella “Repubblica di Cabinda” e quasi ogni mese destinatarie di scoperte enormi di giacimenti petroliferi. E sì perché le acque dell’Oceano da queste parti sono un pozzo senza fine, una continua e instancabile fonte di greggio; una incredibile dotazione di oro nero che sembra non avere mai termine. E che apparterrebbe al popolo ma di fatto appartiene a noi. «Eni conferma un’importante scoperta ad olio nel pozzo esplorativo Algaita-01 nel blocco 15/06, nell’offshore dell’Angola, a circa 18 km dalla FPSO Olombendo», si legge nel sito della multinazionale italiana. «Le stime preliminari indicano un volume di olio in posto pari a circa 500 milioni di barili». Quanto greggio è 500 milioni di barili? E a chi dovrebbe andare tutto quel greggio? 500 milioni di barili sono esattamente la quantità di petrolio “sottratta” in questo momento al Mercato nel giro di due mesi per via della chiusura dello stretto di Hormuz: il black out energetico che ha fatto impazzire il mondo. Con 500 milioni di barili si potrebbe sfamare tutta Cabinda quasi per sempre. «Il pozzo Algaita-01, avviato il 10 gennaio 2026, è stato perforato dall’impianto per acque profonde Saipem 12000 a una profondità d’acqua di 667 metri – scrive ancora Eni in riferimento al blocco 15 di Cabinda – Il pozzo ha incontrato arenarie mineralizzate ad olio in diversi intervalli del Miocene superiore, caratterizzate da eccellenti proprietà petrofisiche». E sì perché il greggio a queste profondità marittime è di qualità eccellente. «Una campagna completa di acquisizione dati ha confermato la qualità del giacimento e le caratteristiche dei fluidi», conferma Eni.
Nonostante la transizione globale verso le fonti di energia rinnovabile, Eni riconosce che «petrolio e gas continueranno a svolgere un ruolo cruciale nel soddisfare la domanda energetica globale per diversi decenni a venire». L’estrattivismo predatorio, consentito tramite la svendita delle licenze da parte dei governi che si sono succeduti, viene favorito oggi dal presidente Lourenço che fa il gioco dei corrotti. «Cabinda è una enclave ricchissima, una realtà a parte: i suoi abitanti da sempre ne chiedono l’indipendenza», afferma con noi al telefono da Luanda Sergio Pitocco, cooperante della Ong Vis. Ma è una regione troppo ghiotta per poter aspirare all’autonomia. E però, si diceva, il popolo stenta a vivere. I bambini non vanno a scuola, gli ospedali non esistono quasi. «Le corporations come Chevron, TotalEnergies e Sonangol (la società di Stato Angolana ndr.) hanno operato qui per decenni. Ma la maggior parte dei ‘cabindas’ non vedono nulla di questi profitti», scrive ancora Cabinda Voices.
«Le comunità locali continuano a vivere senza acqua potabile, senza abitazioni adeguate o sistemi sanitari degni. Nel contempo l’elite angolana di Luanda gode della presenza di grattacieli di lusso, automobili d’importazione e di cospicui investimenti stranieri, il tutto finanziato con il petrolio che arriva dalla costa di Cabinda».
Questa non è diseguaglianza, è una deliberata politica di «segregazione economica progettata per sfruttare le ricchezze naturali di Cabinda lasciando il popolo silente e dipendente», si legge ancor nel Cabinda Voices.
Nell’Angola del dopo Dos Santos il presidente Joao Laurenço viene addirittura insignito del riconoscimento di “Energy Person of the Year” da parte dell’African Energy Chamber. Un premio attribuitogli in quanto “pilastro” della «good governance», impegnato nelle riforme e nel contrastare la corruzione in Africa. Gli si riconosce il merito d’aver «trasformato l’Angola in uno dei maggiori produttore di gas e petrolio di tutta l’Africa». «La verità è che in Angola si aprono opportunità di business solo per chi vive già in condizioni di privilegio», ci racconta ancora Sergio Pitocco, che da 25 anni vive nel Paese africano. «Essere giovani, oggi, in Angola è per certi versi una sfortuna – dice – Le possibilità di trovare lavoro, anche rispetto ad altri Paesi africani, sono bassissime: bisogna essere eroici per essere giovani in questo Paese!». E se è un terno al lotto per i giovani angolani fuori da Cabinda, dentro l’enclave di Cabinda lo è ancora di più.
A fronte di uno sviluppo umano che non decolla, di una redistribuzione del reddito inesistente, il 54% della popolazione vive in povertà, e i giovani vengono persino ammazzati per strada se protestano, come accaduto a luglio scorso durante lo sciopero dei tassisti che si erano visti aumentare il prezzo della benzina, mentre la corruzione resta la norma.
Di certo papa Leone, appena stato in Angola per il suo primo viaggio apostolico in Africa, si riferiva anche a loro, ai governanti angolani e ai predatori nostrani, quando ha detto: «Quanta sofferenza, quante morti, quante catastrofi sociali e ambientali porta con sé questa logica estrattivistica!».
E poi una esortazione anche a chi governa: «l’Angola può crescere molto se prima di tutto voi, che nel Paese avete autorità, crederete alla multiformità della sua ricchezza – dice il papa – Non abbiate timore del dissenso, non spegnete le visioni dei giovani e i sogni degli anziani, sappiate gestire i conflitti trasformandoli in percorsi di rinnovamento. Anteponete il bene comune a quello di parte, non confondendo mai la vostra parte col tutto». La vostra parte col tutto: un chiaro invito a non impossessarsi dei beni e dei proventi che spettano al popolo!